IL CORPO MODELLA LA MENTE?

postato da Nicoletta Carbone il 22.11.2012
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Le persone con corpi diversi pensano in modo diverso?

Secondo gli studi di Casasanto pubblicati su “Psychological Science” la risposta a questa domanda è “sì”.

Se ci soffermiamo un attimo a pensare, quando interagiamo con l’ambiente, il nostro corpo è sempre parte del contesto: il nostro organismo veicola le azioni e, di ritorno, influenza le rappresentazioni che la nostra mente tende a formare dell’ambiente circostante.

Dalle ricerche è emerso che destrimani e mancini utilizzano aree diverse del cervello per immaginare azioni e per attribuirne un significato e si è rilevato come il modo in cui le persone utilizzano le mani influenza anche le rappresentazioni mentali più astratte, come la bontà e l’onestà.

Un mancino, che normalmente interagisce in modo più agevole con l’ambiente posto alla sua sinistra, è abituato ad associare una valenza positiva a ciò che trova a sinistra, mentre accade il contrario per i destrimani.

Ne consegue che l’esperienza motoria forma il nostro modo di pensare, di sentire, di comunicare e di prendere decisioni.

Questa conoscenza ci consente di intervenire per sviluppare le nostre percezioni: è sufficiente allenare le parti del corpo che usiamo di meno, come ad esempio gli arti “non dominanti” (la parte destra per i mancini e viceversa) nelle semplici attività quotidiane: lavarsi i denti, girare la minestra, passare la crema sul viso/corpo, aprire la porta con le chiavi, gestire il telecomando e il telefonino ecc.

È sufficiente allenarsi 10 minuti al giorno per avere i primi risultati dopo appena una settimana!

A cura di Giuseppe Alfredo Iannoccari, Presidente Assomensana

Multitasking, che gran divertimento!

postato da Nicoletta Carbone il 06.03.2012
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La vita moderna offre una serie illimitata di possibilità e, nonostante le tecnologie ci consentono di risparmiare tempo e di accelerare i tempi, in realtà di tempo ne abbiamo sempre meno. Da una ricerca svolta dall’Università della California risulta che ci si sofferma su un compito per circa 3-5 minuti e, nell’arco della giornata, si svolgono circa 10 diversi tipi di lavori. Si è rilevato che le persone sono propense a svolgere più lavori contemporaneamente perché lo trovano stimolante ed evita di annoiarsi. 

Cos’è il multitasking?                                       

È la capacità di svolgere più compiti simultaneamente: ad esempio, andare in bicicletta e conversare con un amico, guidare l’auto e parlare col passeggero; parlare al telefono e girare la minestra ecc. Possono diventare anche tre o più attività, se per esempio aggiungiamo la masticazione di un chewngum e il battere il piede a ritmo di musica. A ben vedere, le attività che ho citato non richiedono la stessa quantità di impegno, ma differiscono in quanto un compito richiede attenzione mentre l’altro è automatico (pedalare, guidare, girare la minestra). In queste condizioni è possibile fare più cose insieme, ma se il secondo compito richiede la stessa quota di attenzione dell’altro, allora una delle due azioni ne farà le spese.
Infatti, l’attenzione è una risorsa limitata che può essere dedicata a un compito per volta e per periodi limitati di tempo. Il regista di questa preziosa facoltà è il sistema attentivo supervisore, posizionato nel lobo frontale, che decide di volta in volta come distribuire le poste attentive (goal shifting: dare priorità ad un obiettivo). Questi passaggi da un compito all’altro non sono semplici e veloci e dipendono dalla complessità del nuovo obiettivo.
L’accuratezza delle nozioni apprese in questa modalità è simile a quelle apprese quando facciamo una  cosa per volta. Tuttavia, cambia la qualità del recupero dell’informazione, in quanto sono coinvolte aree cerebrali differenti. Nel primo caso, quello della sequenzialità dei compiti, l’informazione viene depositata nell’ippocampo, che conserva le memorie dichiarative, quelle che si possono richiamare e utilizzare in contesti differenti, facilitando la flessibilità mentale. Nel caso del lavoro in parallelo, le informazioni vengono depositate nello “striato”, una struttura sottocorticale depositaria della memoria procedurale, implicita, difficilmente disponibile per essere ripresa ed impiegata in situazioni diverse.

Come sviluppare il multitasking?

Esercizio per il multitasking: si disponga davanti a sé un cellulare, un pc, una rivista, un giornale, un foglio di carta e una radio. Puntare un timer in modo che suoni ogni 2 minuti. Ogni volta che suona, cambiate subito attività (leggere o scrivere sms, sfogliare la rivista/giornale e leggere un articolo, fare calcoli sul foglio di carta e navigare su internet, ascoltare le parole udite alla radio). Al termine, verificate l’apprendimento cercando di ricordare cosa avete appreso da ciascuna fonte. Man mano che diventate più abili nel passare da un compito all’altro e nel ricordare le varie informazioni che state apprendendo dalle diverse fonti, riducete il tempo disponibile per ciascuna attività, ad esempio puntate il timer a 90 secondi, poi a 75 e così via.

A cura di Giuseppe Alfredo Iannoccari, Presidente Assomensana

E’ meglio vivere in città o in campagna? Il cervello non ha dubbi!

postato da Nicoletta Carbone il 19.07.2011
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Spesso si discute se meglio vivere in città o in campagna e per sostenere le diverse tesi si fa riferimento a diversi fattori, quali la qualità dell’aria, dei servizi, dell’offerta culturale e sociale ecc. Su questi temi difficilmente ci si mette d’accordo, poiché ciascuno ha le proprie preferenze. Se la domanda la facciamo al nostro cervello, però, avrebbe pochi dubbi sulla risposta.

Vivere in città comporta un elevato stato di attivazione di molte funzioni cerebrali: attenzione (attraversare la strada, guidare nel traffico), concentrazione (disturbata dai rumori cittadini), memoria (disturbata dalla fretta delle faccende da fare), movimento (ci si muove con i mezzi e poco a piedi), i centri cerebrali deputati alla gestione degli stati emotivi (amigdala e giro cingolato) che sono costantemente attivati dai mille pericoli cittadini e a lungo andare creano uno stato di attivazione anche quando non ce n’è bisogno.

E’ vero che quando il cervello è impegnato si allena. Tuttavia, elevati e continui livelli di stimolazione stressano le risorse cognitive e provocano l’effetto contrario. L’allenamento deve seguire ritmi naturali, in modo da consentire al cervello di fare l’allenamento secondo i suoi ritmi. Diversamente, ecco aumentare ansia, depressione, precoce deterioramento delle funzioni cognitive ecc.  E se proprio non si può andare a vivere fuori città?

Ben venga una bella passeggiata nel parco o una giornata al mare, campagna o montagna una volta a settimana. Rigenera e distende.

A cura del Dott. Giuseppe Alfredo Iannoccari, Presidente Assomensana

Il riposino pomeridiano

postato da Nicoletta Carbone il 28.03.2011
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Sicuramente il pisolino pomeridiano asseconda una fisiologica tendenza all’abbassamento della vigilanza verso le ore 14. In un soggetto sano un riposino non oltre i 30 minuti  può senz’altro giovare al corpo e alla mente. Ma in un soggetto che presenta un sonno notturno alterato, la pennichella postprandiale può essere il tentativo di rimediare alla stanchezza e alla sonnolenza: in questi casi è utile capire il problema notturno, facendo degli esami specifici, e risolvere quindi le cause del sonno disturbato (che possono essere ad esempio le apnee ostruttive).

Comunque evitare sonnellini pomeridiani di una o più ore, perché così si rischia di rallentare troppo il metabolismo cerebrale: al risveglio, ci si accorge di essere irritabili ed avere bisogno di molti minuti per ricominciare a “carburare”.

Il riposino pomeridiano, infine, sembra essere più vantaggioso per chi lo fa abitualmente, rispetto a chi se lo concede solo occasionalmente.

A cura del Prof. Luigi Ferini Strambi, Direttore Centro di Medicina del Sonno, Ospedale San Raffaele, Milano e Responsabile Europeo della World Association of Sleep Medicine. Sito italiano www.sonnomed.it

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