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IL
CASO MATTEO BOE
Lula,
provincia di Nuoro. E' martedì 25
novembre 2003. Una sera triste e scura.
Piove, il maestrale non smette un attimo
di soffiare e dalle rocce bianche del Monte
Albo si infila ghiacciato tra le stradine
del paese. Luisa Manfredi, studentessa di
14 anni, figlia maggiore del bandito Matteo
Boe, è a casa con la sorella più
piccola Marianna, 10 anni. La madre Laura
e il fratellino Andrea sono usciti, ospiti
di una famiglia che abita poco lontano dallo
loro villetta alla periferia del paese.
Fuori
è già buio. Sono da poco passate
le 18.30, e Luisa si sta preparando per
andare a lezione di ballo sardo. Ma quella
sera Luisa non uscirà mai. Quella
sera Luisa viene ferita a morte. Colpita
nel terrazzo di casa da un unico colpo di
fucile calibro 12. Luisa si accascia sul
balcone, respira ancora. L'ambulanza arriva
in quindici minuti. Viene trasportata all'ospedale
di Nuoro. Ma Luisa non riprenderà
più conoscenza. Lei muore il giorno
successivo, poco dopo le 18, durante un
ultimo disperato tentativo dei medici di
salvarle la vita.
Lula
è un paese che conosce il silenzio,
il dolore, la rabbia, la paura. Ha pianto
la morte di Luisa, ma non vuole fermarsi,
non vuole farsi assediare. Il sindaco, Maddalena
Calia.
Luisa
era una ragazza brillante, dinamica, serena.
Figlia prediletta di un bandito che, per
proteggerla, non le aveva dato il suo nome.
Era nata in Francia, ma a Lula era cresciuta
e Lula era diventato il suo paese, il suo
piccolo mondo. Così come lo era stato
per suo padre, simbolo di quel paese sempre
in conflitto con la legalità.
Matteo
Boe incontra per l'ultima volta la figlia
Luisa il 16 dicembre 2002. Fa ritorno a
Lula in permesso speciale, riabbraccia la
madre malata, rivede la compagna e i suoi
tre figli. Undici mesi dopo, Luisa viene
uccisa. L'ex bandito non assiste al funerale
della figlia: troppo pericolosa la sua presenza
a Lula. Si parla di una sua visita segreta,
si aspetta il suo arrivo. Il 30 gennaio,
infine, il ritorno in Sardegna, a Nuoro,
nel carcere di Badu 'e Carros. E da lì
ancora una volta a Lula, per ritrovare i
propri familiari. Per provare a scoprire,
attraverso le loro parole, che cosa è
realmente successo. Pier Luigi Piredda,
La Nuova Sardegna.
E'
un caso complesso, perché è
stata uccisa una ragazza di 14 anni e perché
era la figlia di Matteo Boe. Per questo
si pensa subito alla vendetta trasversale
nei suoi confronti, oppure a uno scambio
di persona con la madre Laura, che poteva
essere il vero bersaglio dell'agguato. Poi,
però, le indagini si spostano verso
altre direzioni. Si segue allora la pista
del delitto passionale, del gesto di follia,
dell'errore di una mano inesperta, dell'avvertimento
finito per sbaglio nel sangue. Due ragazzi
lulesi vengono iscritti nel registro degli
indagati come persone informate sui fatti.
Poi, solo silenzio. Colonnello Salvatore
Favarolo, comandante provinciale dei Carabinieri.
Matteo Boe, e' tornato nel carcere di Spoleto,
al termine delle cinque visite effettuate
a Lula e concesse dal Giudice di Sorveglianza.
Prima di ripartire e' stato sentito dalla
Polizia nel carcere di Badu 'e Carros. Con
ogni probabilità ha risposto a domande
sull' omicidio della figlia Luisa.E il silenzio,
a Lula, continua ancora. Non è bastato
il duplice atto d'accusa di Laura Manfredi.
Non è bastato il messaggio "Qualcuno
di voi ha ucciso Luisa" scritto davanti
alla chiesa; non è bastato urlare
la propria disperazione, senza paura, chiedere
perché, rivolgersi direttamente alla
gente del paese. Luisa è morta. E
lei non vuole che sia dimenticata.
a cura di Daniele Biacchessi
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