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IL
CASO MARTA RUSSO
Roma.
E' il 9 maggio 1997. Marta Russo ha ventidue
anni. Vive con i suoi genitori, Donato e
Aureliana, e la sorella Tiziana. Una famiglia
affiatata, molti amici. Il fidanzato, Luca
Bendini, lo ha sentito poco prima di recarsi
all'università. Stanno insieme da
due anni. Luca é installatore di
allarmi. Lei ha scelto invece di studiare
legge perché crede nel valore della
giustizia.
Con lei c'è Jolanda Ricci, la sua
compagna di studi. Ora si trovano nel vialetto
situato tra le facoltà di Giurisprudenza,
Scienze Politiche e Scienze Statistiche
alla "Sapienza" di Roma. Stanno
discutendo del prossimo esame. Il dramma
di Marta si consuma nell'arco di un solo
istante. Si sente un "tonfo sordo".
Marta non parla più, non sente più
nulla. Si accascia sull'asfalto. Jolanda
pensa ad un malore. Sono le 11,35 del 9
maggio 1997. Un proiettile si porta via
i sogni di Marta Russo.
Le sue condizioni sono disperate. Viene
trasportata al Policlinico.Per Marta inizia
una lotta disperata. Migliaia di persone
le stanno accanto, le inviano fiori, lettere,
bigliettini. Amici, colleghi, persone comuni
restano intorno alle mura del reparto dell'Umberto
I ma il cuore di Marta si arrende alle 22
del 13 maggio 1997. Il suo funerale è
un lutto nazionale. Nella cappella universitaria
ci sono persone che Marta neanche conoscevano.
E su ogni volto si legge un interrogativo.
Perché proprio Marta Russo.
Gli investigatori passano al setaccio la
vita di Marta, le sue abitudini, frequentazioni,
legami famigliari.Non si scopre nulla: la
sua è una vita normale, niente che
lasci immaginare una vendetta o una ritorsione.
Vengono escluse le pista politica e quella
passionale. Luca Bendini, il fidanzato al
momento dell'omicidio era al lavoro e il
suo alibi viene confermato dai suoi colleghi.
Il 19 maggio 1997 le indagini si spostano
a Giurisprudenza: gli uomini della scientifica
scoprono tracce di polvere da sparo sul
davanzale della finestra dell'aula 6 nell'Istituto
di filosofia del diritto. Si tratta una
particella contenente piombo e antimonio.Il
12 giugno viene arrestato il prof. Bruno
Romano direttore dell'istituto di filosofia
del diritto. Lo mette nei guai l'assistente
Maria Chiara Lipari. Il 14 giugno vengono
convocati in questura l'usciere Francesco
Liparota e la segretaria dell'istituto,
Gabriella Alletto, entrambi citati nella
testimonianza della Lipari. La Alletto dice
di aver visto Giovanni Scattone sparare
e mettere la pistola nella borsa di Salvatore
Ferraro. La Alletto é sicura: con
loro c'é anche Liparota. Saranno
lunghi mesi di perizie e accertamenti. Il
9 gennaio 1998 la procura chiede il rinvio
a giudizio di Scattone, Ferraro, Liparota,
Alletto, Romano, Basciu, Urilli, Zingale
e Marianna Marcucci, amica di Ferraro.sua
requisitoria al processo di secondo grado,
il Procuratore Generale Luciano Infelisi
spiega che la prova scientifica acquisita
agli atti è inconfutabile
26
giugno 2000. La Alletto racconta al pm di
avere visto un uomo vestito di nero la mattina
dell'omicidio Marta Russo.
Scattone
dichiara alla cortedi Appello la sua innocenza.
Il
15 dicembre 2003 la quinta sezione penale
della Cassazione mette la parola fine al
lungo iter giudiziario e conferma le responsabilita'
di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro
ma assolve in via definitiva Francesco Liparota.
Cristina Batocletti chiama Giovanni Scattone....
Sono stati Giovanni Scattone e Salvatore
Ferraro. Ne é convinto ancor oggi
Luca Petrucci, avvocato di parte civile....
Sul
caso di Marta Russo, cié sulla morte
di una ragazza di ventidue anni in un vialetto
dell'Università La Sapienza il clamore
é stato eccessivo. Conduttori televisivi
si sono improvvisati giudici di sentenze
ancor tutte da emettere, gli imputati si
sono trasfromati star al servizio dell'audience.
Dopo questo racconto su un caso di cronaca
che ha diviso l'opinione pubblica mi vengono
in mente le parole del magistrato milanese,
Emilio Alessandrini. Ora non c'é
più, ucciso dai terroristi sul finire
dei Settanta. Ma le sue idee sono ancora
attuali. Le sentenze non si commentano,
vanno rispettate. Semmai si impugnano in
sede processuale. E' l'insegnamento migliore
che giunge dal passato.
a cura
di Daniele Biacchessi
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