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IL
RAPIDO 904
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dicembre 1984. Manca poco a Natale. Il Rapido
904 corre lungo la tratta Napoli-Milano.
Le carrozze sono stracolme di persone. Le
valige non si riescono nemmeno a contare.
Invadono i corridoi, fin quasi dentro i
bagni. Ci sono i sacchetti con i regali
impacchettati. Ci sono i salumi e i formaggi
del Sud, il pane buono, quello fatto in
casa. Nei portafogli qualcuno porta le fotografie
dei nipotini. I bimbi più piccoli
piangono, i ragazzi non riescono a stare
fermi. Chi legge, chi dorme, chi guarda
fuori dai finestrini appannati. Il Rapido
904 é come un mulo. Di chilometri
ne deve avere macinati tanti prima di quella
sera.
Alla
Stazione di Firenze qualcuno scende, altri
salgono. Centinaia di persone. L'altoparlante
annuncia un lieve ritardo ma tutto sembra
normale in quella tranquilla serata di fine
dicembre. Nessuno nota un uomo sulla quarantina
con in mano una grande valigia. La deposita
in fretta nella carrozza e svanisce nel
nulla. Il treno riparte. Sono le 18,35.
Da
Firenze a Bologna ci sono solo ottanta chilometri.
Il treno lascia la stazione di Firenze Santa
Maria Novella, sfiora Prato con i capannoni
del tessile e si avvia verso il tratto appenninico.
Il sole é già tramontato da
due ore. In alcuni scompartimenti le luci
sono spente, in altri c'é chi ride
e chi discute di calcio e di politica.
Il Rapido 904 sembra inarrestabile. Alle
18,55 imbocca la galleria tra Vernio e San
Benedetto Val Di Sambro, diciotto chilometri,
la più lunga d'Italia. Dentro il
tunnel, il buio é intermittente.
Ogni cento metri le luci delle fotoelettriche
rendono tutto più inquietante. Le
19,08
Il comando a distanza innesta l'esposivo
contenuto nella grande valigia posta nel
Rapido 904. La forza d'urto é impressionante.
La deflagrazione crea uno squarcio enorme
nella carrozza di centro del treno. La gente
urla come impazzita, apre le portiere, si
incammina a piedi lungo la galleria, qualcuno
si inerpica lungo la scalinata che dal tunnel
porta quasi al paese di San Benedetto Val
Di Sambro. Alla fine si conteranno 15 morti,
267 feriti. Antonio Calabrò é
di poco accanto all'ordigno
Il 9 gennaio 1986 il PM Pierluigi Vigna
firma ordini di cattura tra gli altri contro
il cassiere di Cosa Nostra Pippo Calò
e Giuseppe Misso, boss del rione Sanità
di Napoli. Nella loro sentenza-ordinanza
di rinvio a giudizio, i giudici di Firenze
scrivono che la strage sul Rapido 904 sarebbe
stata suggerita "con lo scopo pratico
di distogliere l'attenzione degli apparati
istituzionali dalla lotta alle centrali
emergenti della criminalità organizzata
che in quel tempo subiva la decisiva offensiva
di polizia e magistratura per rilanciare
l'immagine del terrorismo come l'unico,
reale nemico contro il quale occorreva accentrare
ogni impegno di lotta dello Stato".
L'iter giudiziario é complesso e
non privo di colpi di scena
L'ultima delle stragi della strategia della
tensione ha dunque oggi una conclusione
processuale definitiva. Un'alleanza stretta
tra settori di Cosa nostra e della Camorra
napoletana è alla base dell'eccidio
sul Rapido 904 . Ma esistono ancora zone
grigie e altre ancora più buie, quelle
che portano ai mandanti della strage di
Natale. Neppure cinque processi hanno saputo
spiegare il reale movente. Perché
un gruppo di criminali mafiosi decide di
mettere una bomba su di un treno? Qual è
il loro progetto? Perché la criminalità
organizzata sceglie una strada chiaramente
eversiva? Antonio Calabrò é
oggi il Presidente dell'associazione dei
familiari delle vittime del Rapido 904
Nomi di persone comuni, colpite mentre compivano
gesti usuali, quotidiani. Nomi e cognomi,
messi in fila uno dopo l'altro, servono
a ricordarci che la memoria a volte ritorna
e lascia traccie spesso indelebili
a cura
di Daniele Biacchessi
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