GIALLO E NERO



Il CASO PROVENZANO

Giovanni Falcone lo aveva capito. La lotta alla mafia ha tempi lunghi. Perché loro, i boss, avrebbero continuato le imprese criminali anche nella latitanza e lo Stato, avrebbe fatto molto per fermare la loro corsa ma mai abbastanza per sconfiggerli del tutto. Giovanni Falcone aveva compreso che il punto centrale della lotta alla mafia era la caccia ai latitanti. Bisognava snidarli in ogni angolo del mondo, togliere l'acqua in cui nuotavano. Quell'acqua composta da connivenze radicate nel territorio come ricordava Paolo Borsellino, poco prima di morire

Non é facile cambiare il proprio volto nel corso di quarant'anni. Restare così a lungo latitanti in zone così circoscritte della Sicilia non é cosa che tutti possono fare. Bisogna avere protezioni forti, radicate, fin dentro allo Stato. Perché un uomo può cambiare le proprie sembianze ma non per sempre. Nel mondo, é potuto accadere solo a Bernardo Provenzano, Binnu, l'ultimo dei vecchi capi di Cosa Nostra spa.


1963. Corleone é divisa in due clan:chi sta con Luciano Liggio, gli altri con Michele Navarra. In mezzo c'é solo una lunga striscia di omicidi, casi di lupara bianca, ferimenti. Alba del 9 maggio. Quattro killer, Giuseppe Ruffino, Calogero Bagarella, Giovanni e Bernardo Provenzano, agiscono su ordine di Luciano Liggio. Devono uccidere Francesco Paolo Streva, esponente del clan Navarra. Streva riesce però a rispondere al fuoco dei sicari e sfugge all'agguato.Sarà poi ucciso il 10 settembre. I carabinieri si fanno un'idea di quell'omicidio. Il 18 settembre 1963 inizia la lunga corsa da latitante di Bernardo Provenzano. Del boss, non resta che una foto segnaletica scattata quattro anni prima. E' l'immagine di un uomo che sembra essere appena uscito dal barbiere, capelli lucidi di brillantina ed il volto segnato dal taglio profondo degli occhi.


Scomparso? Volatilizzato? A giudicare dagli indizi proprio no. Tutti sanno dov'é ma lui riesce sempre a farla franca. 1981. Le intercettazioni telefoniche della polizia di Agrigento sull'utenza del mafioso Carmelo Colletti fanno emergere il ruolo di un ragioniere. Si parla dei suoi "conti", delle sue "fatture" che i boss siciliani vanno a ritirare in una ditta di materiale ferroso, la "I.c.re." di Bagheria. Nessuno all'epoca pensa però di controllare chi sta dietro a quegli uffici al chilometro 248 della strada statale 113. Il ragioniere é Provenzano. Le intercettazioni restano chiuse nell'archivio di palazzo di giustizia di Agrigento, allegate agli atti del maxiprocesso. Le bobine risultano misteriosamente scomparse.


La zona franca che protegge Provenzano viene violata nel 1995 a Bagheria. I carabinieri del Ros si trasformano in operai, ragazzi che tornano dal mare, semplici imbianchini. Osservano le mosse di alcuni signori vicini a Binnu. Sono Giacinto Di Salvo, Vincenzo Giammanco, Giacinto Scianna. Le loro ville erano sorte nel grande parco vincolato della villa settecentesca dei Valguarnera. Lì, dicevano i pentiti Giovanni Brusca e Angelo Siino, si era nascosto Provenzano. Una processione di medici e infermieri gli curava la prostata e le riunioni scandivano gli ordini per la spartizione degli affari. Provenzano però si era già allontanato, come già nell'81, prima che scattasse il blitz.


Gennaio 2001. Durante il blitz che porta all'arresto del boss Benedetto Spera, la squadra mobile di Palermo scopre le lettere che i figli, la compagna e il fratello Salvatore inviano a Bernardo Provenzano. Alcuni riferimenti erano stati cifrati. Scrive Angelo Provenzano al padre:
La svolta arriva nel 2002. Il capo mandamento di Caccamo, Antonino Giuffré si pente. Lui é il braccio destro di Bernardo Provenzano. L'8 ottobre di quell'anno compare per la prima volta davanti alla prima corte d'assise d'appello di Palermo.
Abitazioni coperte, ville, masserie, cantine. Provenzano non va lontano, non lo può fare, é ammalato da tempo. Viene trasportao da quarant'anni di casa in casa in una zona precisa della Sicilia ma le sue protezioni sono ancora troppo importanti. Oggi, attraverso quali uffici di copertura lavora? Quali sono i suoi interessi, gli affari che coltiva? Quali sono gli aganci politici che garantiscono la sua latitanza?
Roberto Centaro, presidente della Commissione Antimafia spiega bene quale é oggi il profilo della mafia di Binnu Provenzano.

a cura di Daniele Biacchessi

 

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