GIALLO E NERO



IL CASO USTICA

27 giugno 1980. Aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna Borgo Panigale. Sul Dc 9 con destinazione Palermo ci sono 81 persone. Qualcuno legge, altri parlano tra loro, i 13 bambini ridono. Davanti c'è solo la lunga striscia di asfalto, poco meno di un chilometro. Sopra il cielo azzurro, sulla destra e sulla sinistra si scorgono altri aerei negli hangar, ancora i capannoni, alberi e più in là le verdi colline di Bologna, le vetture dei vigili del fuoco si fermano. Le ali dell'aereo sono perpendicolari alla pista. Su quella di sinistra, il DC 9 porta una scritta con vernice nera: I -TIGI. Le 20,08. Il volo DC9 Itavia decolla da Bologna con centotredici minuti di ritardo. La torre di controllo gli assegna un numero di identificazione: IH870. Sale su, verso l'aerovia Ambra 12.


20.20. Il DC9 si trova ormai allineato al radiofaro di Firenze. Il viaggio continua. Il pilota prende contatto con Roma Ciampino. Il DC 9 IH 870 vira a sinistra e imbocca Ambra 14, l'autostrada del cielo che percorre la dorsale appenninica verso sud. Il sole sta calando dietro la linea dell'orizzonte ma per il tramonto c'è ancora bisogno di vento. Per i passeggeri, sono risate e discorsi, pensieri e ricordi, angosce e dubbi. Quelli di una vita. Sono le 20.26.


20,50. L'aereo è sull'isola di Ponza, la sorvola ed imbocca l'aerovia Ambra 13 che va giù fino a Tripoli, passando per Palermo Punta Raisi dove l'aereo è atteso per le 21,13. 20,58. Le grandi parabole della Difesa aerea lo seguono. Il DC9 è nulla di più di un puntino che si muove in mezzo ad altre tracce tutte ancora da decifrare, altri aerei, un traffico fuori dal comune. Sito di Marsala, nome in codice Moro. Un sottufficiale sta proprio davanti allo schermo, segue tutti i punti che si spostano in lungo e in largo del Tirreno. Per il DC9 Itavia IH 870 è già pronto un codice di identificazione della rete militare: AJ421.


Le 20,59. Prima una barzelletta e una risata. Alla fine quella del pilota del DC9 sarà l'ultima parola ingoiata di traverso. Forse vede qualcosa di inverosimile, lo stupore, la lingua piegata sul palato, neanche una frase, le mani che non rispondono, nemmeno il cervello, la radio proprio non riesce ad attivarla. La paralisi. Una frazione di secondo. Un attimo. Gua….


L'aereo cade in mare. Punto Condor, il punto areonautico tra Ustica e Ponza, il punto nautico che per l'aereo segna il momento di non ritorno. Sono ore concitate nei siti radar. C'é una registrazione inedita di una conversazione della sera del 27 giugno 1980. La sala operativa di Licola, in codice Barca, chiama il centro di Marsala.

Le voci che ascolterete sono quelle degli operatori di Ciampino che tentano di chiamare l'ambasciata americana. Sentirete il tentativo di avvertire l'ambasciatore, l'affermazione "c'era un'esercitazione", i contatti con la base di Sigonella, le prime ammissioni e i primi depistaggi. Non é una fiction. E si sente nitida la frase. "Se cade un Phantom, chi chiamate?

Sempre in quelle ore concitate Martina Franca chiama il sito di Licola,Barca.

A distanza di 23 anni si conoscono molte cose di ciò che avvenne quella sera. Una verità racchiusa in 5 mila pagine nella sentenza ordinanza del giudice romano Rosario Priore. Il giornalista del Corriere della Sera Andrea Purgatori racconta lo scenario dietro a Ustica

a cura di Daniele Biacchessi


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