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IL
CASO BIAGI
La
voce, le idee, i pensieri di Marco Biagi,
tutti raccolti in una borsa di pelle nera
che portava sulla sua bicicletta. Quello
che avete sentito é un editoriale
che Biagi aveva scritto per la nostra radio
quattro giorni prima del il19 marzo 2002,
il giorno dell'agguato.
E'
quasi sera. Marco Biagi sta raggiungendo
Bologna con il treno interregionale. Proviene
da Modena dove insegna all'università.
Biagi é tranquillo, parla con altri
suoi colleghi ma due uomini delle Brigate
Rosse gli sono seduti accanto. Alla stazione
di Bologna Biagi arriva alle 19,40. Scende
dalla carrozza e cammina lungo il binario
1 del piazzale ovest della stazione di Bologna.
I due brigatisti lo seguono a distanza.
Biagi si trova ora fuori, in Piazza Medaglie
d'Oro. Biagi attraversa la piazza, attende
il verde del semaforo e taglia di traverso
la strada. Entra nella Galleria Due Agosto.
Ritrova parcheggiata la sua bicicletta.
I brigatisti accendono uno dei due telefoni
cellulari, acquistati mesi prima. Nell'apparecchio
è già attiva la scheda prepagata
Wind che i terroristi comprano in modo regolare
da un rivenditore. L'impulso viene captato
da una cella telefonica in via Marsala o
via Goito a Bologna.
La
scena si sposta e anche la nostra visuale.
I tre killer sono già sotto l'abitazione
di Biagi. Due indossano i caschi integrali.
Attendono il professore sopra un motorino
di colore scuro. Tra loro fanno finta di
parlare. Il terzo è a piedi, a volto
scoperto. Quando vedono arrivare Marco Biagi
risalgono di qualche metro la via, come
per andargli incontro. Il terzo resta immobile
sul limite del porticato davanti all'entrata.
Sorveglia la strada. Le 20,05. Numero 14
di via Valdonica a Bologna. Marco Biagi
si trova davanti al portone, lega la bicicletta,
posa la borsa di pelle nera sul pavimento.
Sta per infilare le chiavi nella toppa
Le 20,06. Solo una voce acuta giunge alle
sue spalle. "Professore
.ehi professore".
Biagi si volta di scatto e comprende ciò
che accade. Sei colpi vengono sparati da
una pistola 9x17 tipo corto, forse una Makarov,
forse una Franchi Llama. Sono sei proiettili
che fermano il cammino di Marco Biagi.
Il
20 marzo. L'allora ministro dell'interno
Claudio Scajola. Conferma:sono state le
Br, stesse modalità operative dell'omicidio
di Massimo D'Antona, avvenuto a Roma il
20 maggio 1999. Sono le ore che le Brigate
Rosse inviano la rivendicazione dell'omicidio
di Marco Biagi con una e mail. Per effettuare
l'operazione, i brigatisti utilizzano un
sistema nuovo: un computer, un cellulare
acquistato regolarmente con una scheda prepagata,
una casella di posta elettronica. Il messaggio
giunge in poco tempo a 500 indirizzi.
Non
é scortato Marco Biagi il giorno
in cui viene ucciso anche se per le Brigate
Rosse é un obiettivo dichiarato.
6
luglio 2000. Fallito attentato alla sede
della Cisl di Milano di via Tadino. Il documento
di rivendicazione è firmato Nucleo
Proletario Rivoluzionario. Contiene un passaggio
specifico al lavoro svolto da Marco Biagi,
il cosiddetto "Patto di Milano per
il lavoro". Scattano i primi provvedimenti
di protezione. Il Questore Giovanni Finazzo
comunica al suo collega bolognese Romano
Argento che Marco Biagi, insieme agli estensori
del Patto, sono nel mirino dei terroristi.
Dal 25 luglio all'11 settembre il servizio
scorta si estende a Bologna, Milano, Roma
e Modena. Ma il 9 giugno 2001, gli viene
tolta a Roma. E il 2 luglio, Marco Biagi
invia un messaggio di posta elettronica
al sottosegretario al ministero del Welfare
Maurizio Sacconi. Lo stesso giorno, Biagi
spedisce una mail a Stefano Parisi, direttore
della Confindustria.
Il
15 luglio 2001 invia le sue preoccupazioni
al Presidente della Camera Pierferdinando
Casini . Marco Biagi non é dunque
protetto a Roma. Il Questore è Giovanni
Finazzo. 20 luglio 2001. Biagi denuncia
la prima minaccia telefonica. Cinque giorni
dopo il sostituto procuratore della Repubblica
di Bologna, Spinosa apre un fascicolo, chiede
a Telecom i tabulati del traffico telefonico
in entrata e in uscita dei cellulari e del
fisso di Biagi. Ma di quella chiamata non
esistono tracce. Almeno apparentemente.
Mesi dopo si scoprirà che l'analisi
sui tabulati viene svolta in modo approssimativo
e che invece le chiamate ai telefoni di
Biagi esistono davvero. 29 agosto. Roberto
Maroni,ministro del Welfare, preoccupato
per le condizioni del suo principale consulente,
torna alla carica con il Prefetto Giuseppe
Romano. Si apre un'istruttoria. Intanto
Biagi denuncia altre minacce telefoniche.
Si sente sempre più solo. Il 1 settembre
spedisce al Prefetto di Bologna Sergio Iovino
una missiva dai toni forti e accesi. 12
settembre. Il Comitato Provinciale per l'Ordine
e la Sicurezza decide di non ripristinare
la scorta a Marco Biagi. Passano tre giorni.
Il ministro dell'Interno Claudio Scajola
taglia il 30% dei servizi di tutela e scorta
nel nostro paese. Biagi non ha più
alcun tipo di protezione. Sono i giorni
in cui sta perfezionando il "Libro
bianco sul mercato del lavoro". I brigatisti
lo hanno già condannato a morte.
E' il 23 settembre. Ora Marco Biagi tenta
l'ultima carta. Invia un messaggio al ministro
del Welfare Roberto Maroni, per conoscenza
al Prefetto di Bologna Sergio Iovino. In
quei giorni, Marco Biagi parla con gli amici,
confida di aver paura, si presenta in Questura
e Prefettura di Bologna e di altre città
italiane. Alla fine la Procura di Bologna
chiuderà l'inchiesta accertando le
responsabilità degli apparati dello
Stato nella mancata scorta a Biagi. Nessuna
conseguenza penale ma solo di carattere
amministrativo.
Seconda
traccia. Gli omicidi di Massimo D'Antona
e Marco Biagi vengono eseguiti con modalità
molto simili. Identica l'arma utilizzata,
una pistola calibro 9 tipo corto, Makarov,
Franchi Llama, oppure altre marche che producono
armi analoghe. Il commando operativo é
formato da tre persone, a Roma e a Bologna
agiscono due killer di giovane età,
25-27 anni. La fuga con motorini di piccola
cilindrata e la telefonata ai giornali che
annuncia la diffusione di un documento di
rivendicazione.
Terza
traccia. I latitanti delle Br. Simonetta
Giorgieri, Carla Vendetti, Guido Minonne,
Giuliano De Roma, Marcello Tammaro Dell'
Omo, Enzo Calvitti. Al gruppo della "Direzione
Strategica" si devono aggiungere Nadia
Desdemona Lioce, arrestata dopo la sparatoria
sul treno interregionale Roma-Firenze e
Nicola Bortone, arrestato otto giorni prima
dell'omicidio di Marco Biagi, nella strada
principale di Zurigo.
Quarta
traccia, gli irriducibili detenuti nelle
carceri speciali di Latina e Trani, responsabili
degli omicidi dell'ex sindaco di Firenze
Lando Conti e del professor Roberto Ruffilli.
Fabio Ravalli, Maria Cappello Antonino Fosso,
Michele Mazzei, Francesco Donati,Franco
Galloni. Avrebbero scritto materialmente
i documenti di rivendicazione degli omicidi
di Massimo D'Antona e Marco Biagi.
Penultima
traccia, gli operativi. Ci sono regolari
e irregolari, divisi in cellule composte
da meno di dieci persone. Nessuna brigata,
neppure colonne. Sono indipendenti una dall'altra,
compartimentate tra loro. I loro componenti
fanno politica, non sono latitanti, ne clandestini.
. Mario Galesi, l'uomo ucciso in un conflito
a fuoco sul treno interregionale Roma-Firenze
era il brigatista che rappresentava la cerniera
tra i latitanti e gli operativi.
Ed
é proprio la sparatoria sul treno
interregionale Roma-Firenze con l'uccisione
del poliziotto Emanuele Petri, del brigatista
Mario Galesi e l'arresto di Nadia Desdemona
Lioce l'ultima e determinante traccia del
nostro racconto. Quel fatto conferma l'ipotesi
investigativa. La Lioce avrebbe avuto un
ruolo organizzativo nell'omicidio di Marco
Biagi. Le testimonianze concordano:era presente
a Modena e Bologna nei giorni precedenti
all'agguato.
Armando
Spataro fa parte del pool di magistrati
italiani che stanno indagando sul nuovo
terrorismo brigatista.
Sergio
Segio é stato uno dei capi di Prima
Linea. Trova un filo tra vecchie e nuove
Brigate Rosse.
a cura
di Daniele Biacchessi
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