TITOLI VALUE E TITOLI GROWTH

Mai come ora gestori ed analisti sono divisi tra chi preferisce i titoli "value" e chi punta su quelli "growth". Queste due parole inglesi si possono tradurre, rispettivamente, con "valore" e "crescita", e contraddistinguono due grandi famiglie di azioni.

Per titoli "growth" si intendono quelle azioni che potrebbero crescere molto in un breve periodo, ma che fanno anche correre qualche rischio. "Growth", in pratica, è diventato quasi un sinonimo di titoli TMT (tecnologici, media e telecomunicazioni), settori spesso caratterizzati da società giovani e con buone prospettive di crescita, ma rischiose.
I "value", invece, sono quei titoli più sicuri, appartenenti a società con ingenti patrimoni e attività, che spesso operano in settori maturi, e che perciò hanno di solito ridotti margini di redditività. Queste azioni, quindi, hanno meno possibilità di slanci borsistici, ma anche minori rischi di tonfi repentini.

Da ciò si capisce come i titoli "growth" vengano anche definiti "aggressivi"; adatti, cioè, a periodi di ottimismo sul futuro della Borsa. Mentre i titoli "value" sono considerati tipicamente "difensivi", e molti vi si rifugiano quando il futuro delle Borse è più incerto.

Un aspetto tecnico che differenzia titoli "value" e titoli "growth" è il price earning, ossia il rapporto tra il prezzo e l'utile per azione, che è alto per i titoli "crescita" e basso su quelli "valore". Attenzione, però, gli esperti dicono che il price earning risulta più affidabile per valutare società mature, ed è più approssimativo per quelle appena nate. Un altro indicatore che differenzia molto le società tradizionali da quelle "new economy" prende in esame il valore della società (ossia la sua capitalizzazione in Borsa) e lo mette in rapporto con il suo fatturato. Quest'indicatore per la Fiat è di 0,3, mentre per E-Biscom è arrivato addirittura a 500.

L'evidenza storica mostra che spesso sono i titoli "value" a fare meglio dei "growth". Nel periodo 1975-1995, in particolare, 12 su 13 delle principali borse mondiali hanno premiato proprio questi titoli, che hanno reso di più di quelli "crescita". L'unica eccezione è l'Italia, dove nello stesso periodo i titoli "value" hanno reso il 5,37% in meno di quelli "growth".
Ma su che titoli conviene puntare in un periodo di tassi in calo come quello attuale? Brian Rauscher, stratega di portafoglio della banca d'affari Morgan Stanley, ha appena terminato un'analisi delle reazioni della Borsa americana ai tagli dei tassi d'interesse della Fed negli ultimi 20 anni.
Da questo studio emerge che nel periodo compreso fra i 6 e i 12 mesi successivi al taglio dei tassi d'interesse conviene puntare sui cosiddetti titoli "crescita" più che su quelli "valore".

MEGLIO LE AZIONI GROWTH O VALUE? LE PREVISONI DEGLI ANALISTI

Il cauto ottimismo mostrato martedì 13 febbraio dal presidente della Federal Reserve lascia ben sperare sui tempi della ripresa americana allontanando i rischi che gli Stati Uniti si trovino di fronte ad una vera e propria recessione. C'è da augurarsi che Alan Greenspan abbia ragione perché se l'America rallenta non è detto che sia l'Europa a prendere il suo posto nel ruolo di locomotiva dell'economia mondiale.
Anzi, sul nostro continente pesa in maniera considerevole la flessione della domanda statunitense e quella dei paesi ad essa più legati, America Latina ed Asia. Queste tre aree rappresentano, infatti, da sole, oltre un terzo delle esportazioni dell'Unione Monetaria Europea.
D'altro canto, però, l'economia europea potrebbe essere avvantaggiata se i prezzi dell'energia resteranno stabili e, soprattutto, se i tassi d'interesse americani continueranno a scendere.
Secondo la stima del centro studi Ubs Warburg, comunque, quest'anno la crescita del pil europeo dovrebbe fermarsi al 2,8% (contro il 3,3% del 2000). E proprio una crescita più lenta dell'economia potrebbe essere giudicata positivamente dalle Borse, perché scongiurerebbe i rischi di inflazione e di rialzo del costo del denaro, tanto che molti analisti prevedono che nel 2001 le Borse europee guadagneranno tra il 10 e il 20%.

Se per il medio-lungo periodo le aspettative sono positive, per il breve ci sono due variabili contrapposte in gioco: da un lato gli attesi tagli dei tassi d'interesse, dall'altro la fase di deterioramento degli utili aziendali. Di conseguenza tra gli operatori regna ancora la prudenza, tanto che alcuni gestori limitano la parte azionaria dei loro portafogli al 60%.
Tra le azioni, comunque, i titoli assicurativi, energetici, farmaceutici e le utilities sono tra i preferiti, mentre per i titoli bancari italiani le opinioni sono più contrastate. Infatti se alcuni gestori suggeriscono di comprarli considerando i prezzi ancora ragionevoli, altri preferiscono aspettare di capire quali saranno gli assetti dei vari gruppi dopo i processi di fusione e acquisizione in corso in questi mesi.

Con queste premesse si capisce che i titoli del Nuovo Mercato, e in generale quelli del comparto TMT, siano ancora visti con un certo timore. Tanto che gli operatori professionisti consigliano di puntare solo su quelle società con un po' di storia alle spalle.

Però non tutti sono d'accordo con questa strategia prudente. Fra loro Brian Rauscher, stratega di portafoglio della banca d'affari Morgan Stanley, che, studi alla mano, in un periodo di tassi in calo suggerisce di puntare su tecnologici, telecomunicazioni, finanziari e grande distribuzione. Mentre i titoli elettrici, energetici, sanitari, e quelli del settore dei materiali sono considerati "difensivi" (ossia meno rischiosi, ma con minori probabilità di rialzo).

La trasmissione Salvadanaio del 14 febbraio
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