Il frutto del concepimento va tutelato, ma non può essere considerato una «persona»

Quali diritti per l’embrione

di Evandro Agazzi

(dall'inserto culturale del Sole 24 Ore - domenica 8 maggio 2005)

 

Continua l’analisi, da parte del filosofo cattolico Evandro Agazzi, estensore nel 1996 per il Comitato nazionale per la Bioetica del documento sullo statuto ontologico dell’embrione, dei vari aspetti filosofici della fecondazione assistita relativi alla legge 40 e ai quesiti referendari che la riguardano (gli articoli precedenti sono usciti il 18 gennaio, il 6 febbraio, il 6 e 13 marzo e il 10 aprile; vedi http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/legge40.htm). Una rassegna dell’attuale dibattito è contenuta nell’ultimo numero della rivista «Notizie di Politeia», a cura di Emilio D’Orazio e Maurizio Mori. Quest’ultimo è anche autore, insieme al ginecologo Carlo Flamigni, di un volume intitolato Le ragioni dei quattro sì, in edicola con il numero speciale di «Diario» «Fecondazione eterologa? Maria disse sì» (e poi, in libreria, per il Saggiatore). Flamigni discuterà le sue tesi con Patrizia Vergani, dell’Ospedale San Raffaele di Milano, domani alle 11,30, durante la prima tappa del viaggio di «Radio3 scienza» verso il referendum del 12 giugno.


In un precedente articolo abbiamo evidenziato come diversi divieti e limitazioni contenuti nella legge sulla procreazione assistita derivino dalla tacita adozione di due presupposti fondamentali: a) l'individuo umano è tale e a pieno titolo sin dalla fecondazione dell'ovulo; b) è un obbligo morale assoluto quello di non sopprimere un essere umano. Queste tesi sono oggi sostenute dal magistero della Chiesa Cattolica, ma anche da altre correnti di pensiero morale. In due successivi articoli abbiamo poi presentato due posizioni filosofiche (largamente presenti dentro lo stesso pensiero cattolico, sia tradizionale che contemporaneo) che contestano la prima tesi e, in sostanza, sostengono che si diventa individui umani gradatamente, così come gradatamente si cessa di esserlo. Pur con le dovute differenze, un embrione non ancora individualizzato, o non dotato ancora delle condizioni anatomo-fisiologiche per lo sviluppo di una vita cosciente, è paragonabile a un paziente in stato vegetativo persistente o "clinicamente morto", dal quale si ritiene moralmente lecito espiantare organi senza che ciò abbia il senso di sopprimere un individuo umano. Secondo tale analogia, un pre-embrione congelato da cui si prelevano cellule staminali potrebbe essere considerato come un "donatore di cellule" invece che un donatore di organi (semplicemente perché di organi non ne ha ancora).
È bene chiarire che non sono la genetica o l'embriologia che consentono di dirimere la questione (come spesso affermano i sostenitori delle opposte tesi): è sul piano filosofico che si definisce che cosa è un individuo umano a pieno titolo (spesso si dice una persona) e come conseguenza di tale definizione si chiede all'embriologia di fornirci dei criteri per stabilire quando sono mature le condizioni biologiche per il sussistere delle caratteristiche definitorie prescelte. Nella letteratura in argomento incontriamo poco meno che una decina di definizioni della persona e non possiamo stupirci che ne conseguano altrettante diverse valutazioni del quando un embrione merita la qualifica di persona. La legge in questione ne accetta (implicitamente) una sola fra tutte (la più restrittiva).
Affermare la tesi ontologica che l'embrione attraversa una fase iniziale del suo sviluppo in cui non è ancora un essere umano a pieno titolo non implica la tesi morale che, quindi, in tale fase se ne può fare tutto ciò che si vuole, e in particolare trattarlo come semplice materiale da laboratorio. Basta pensare che perfino con un cadavere umano non si ritiene che lo si possa trattare come un mucchio di spazzatura e che, anzi, lo si circonda di rispetto e il "vilipendio di cadavere" è un reato. Tuttavia si ammette che, a certe condizioni, i cadaveri possano essere utilizzati a fini di studio. Non parliamo poi di quei "morti clinici" che si ritiene moralmente lecito utilizzare per i trapianti d'organi, facendoli per così dire "morire del tutto". In modo perfettamente analogo, appare moralmente lecito utilizzare i pre-embrioni a molti scopi, e anche sopprimerli, se esistono ragioni adeguate per farlo (come l'utilizzo per pratiche di fecondazione assistita con embrioni soprannumerari, la preselezione al fine di evitare l'impianto di embrioni geneticamente tarati, l'utilizzo come fonte di cellule staminali e in genere a fini di ricerca scientifica).
Anche chi si sente di sostenere che il pre-embrione non è ancora un individuo umano a pieno titolo non può fare a meno di accostarsi con "timore e tremore" al secondo punto, ossia al tema del divieto assoluto di sopprimere esseri umani. Sono certamente molti a essere profondamente convinti di questo obbligo morale e, quindi, è facile che fra costoro siano numerosi coloro che si chiedono se siamo proprio sicuri che il pre-embrione non sia un individuo pienamente umano e, nel dubbio, preferiscono considerarlo come tale e rispettarlo. È questa, in fondo, la posizione che la Chiesa adottava verso l'aborto anche quando condivideva la visione tomista dell'animazione
successiva: poiché non sappiamo con certezza in che momento il feto riceve l'anima razionale, l'aborto non è ammissibile in alcun momento. Tuttavia, riducendo a questo atteggiamento prudenziale la generalizzata posizione cristiana in favore dell'embrione si rischia di perderne il vero senso. Per coglierlo è sufficiente considerare il diverso ragionamento che una cosiddetta "persona di buon senso" e un cristiano convinto farebbero di fronte alla proposta di sopprimere mediante aborto un feto malformato. La prima direbbe: "Sopprimiamolo, perché così eviteremo una vita infelice a lui e ai suoi familiari, e un peso alla collettività". Il secondo direbbe: "È orribile pensare di sopprimerlo perché è ammalato". Come si vede, è un'ottica totalmente diversa secondo cui si percepisce la medesima realtà: per il cristiano la difesa dei poveri, dei deboli, degli emarginati, dei sofferenti, degli ammalati è l'opzione di Dio: essi sono gli innumerevoli esempi di quel male che non viene ricercato ed esaltato come se fosse qualcosa di positivo, ma che può esser vinto soltanto con l'amore. Pertanto il cristiano è intrinsecamente contrario a tutte le discriminazioni fra gli uomini ed è più che naturale che egli tema che (superate oggi, almeno in teoria, le discriminazioni per stato sociale, razza, sesso e via dicendo) ne venga ora introdotta una di tipo per così dire "anagrafico" (i tuoi diritti umani scattano soltanto a partire dal tal giorno dopo il tuo concepimento). È chiaro dunque che per un cristiano è necessario un maggior coraggio per ammettere che l'embrione non è un individuo umano a pieno titolo sin dal concepimento e, quindi, tale da poter essere trattato come un essere non ancora pienamente umano.
Ma queste non sono forse le difficoltà maggiori. Queste ultime derivano dal fatto che lo stesso principio della intangibilità assoluta della vita di un essere umano deve convivere, e può venire in conflitto, con alcuni altri principi etici fondamentali delle società moderne occidentali e, in particolare, quello dell'autonomia e quello della beneficenza interpretato secondo l'etica utilitarista. Secondo il primo di questi principi, il dovere morale più alto è quello del rispetto della libera decisione che ogni individuo prende circa le sue azioni. Tanto per capirci: quando molti abortisti rivendicano il diritto morale della donna ad abortire, non lo fanno dicendo che il feto non è persona (e quindi si può sopprimerlo senza ledere il principio del rispetto della persona umana), bensì in nome della assoluta libertà della madre di decidere il suo comportamento.
Analogamente, chi ritiene moralmente accettabile sopprimere il feto malformato in forza del ragionamento sopra schizzato, lo fa in base ai criteri di un'etica utilitarista secondo cui l'azione buona è quella che produce come conseguenza il maggior vantaggio e il minor grado di sofferenza al maggior numero di persone. Ma con questo siamo entrati in un discorso circa i conflitti di valori e di principi a cui dedicheremo attenzione in un prossimo intervento.