È dei giorni scorsi la notizia di una sessantina di parlamentari del centrosinistra che si riconoscono, in tema di referendum sulla fecondazione assistita, nel "Documento dei cattolici del sì". Un documento di grande saggezza e moderazione, ma assai deciso nell'affermare, in contrasto con le indicazioni della Cei, la volontà di recarsi alle urne e votare sì. È la prima volta che gli italiani sono coinvolti in un dibattito pubblico che riguarda un grande tema di bioetica. Come questo documento dimostra, non è solo un tema "politico" (e non necessariamente avrebbe dovuto diventarlo) ma, insieme, etico, giuridico, scientifico, com'è tipico di ogni questione bioetica. È dunque bene che gli italiani decidano conoscendone il retroterra culturale e filosofico. Il domenicale del Sole-24 Ore, nel corso degli anni, anche in vista di interventi legislativi più volte annunciati e che tardavano a venire, ha cercato di suscitare per tempo un dibattito sui principi e i valori della bioetica. In tema di fecondazione assistita il 1° marzo del 1998 ha pubblicato un manifesto stilato da Cinzia Caporale, Armando Massarenti, Angelo M. Petroni e Stefano Rodotà (Cinzia Caporale è, da qualche giorno, Presidente del Comitato intergovernativo di Bioetica dell'Unesco che sta preparando la bozza di una Dichiarazione universale di Bioetica). Era il seguito di un ampio dibattito iniziato nel 1996 con la pubblicazione del "Manifesto di bioetica laica" nel quale si enunciavano i principi laici sui quali, secondo gli estensori, il mondo cattolico avrebbe potuto convergere. Il filosofo cattolico Evandro Agazzi scrisse anche una anticipazione dei contenuti del documento del Comitato nazionale per la bioetica sullo "Statuto ontologico dell'embrione" (1996), dai toni assai più ponderati e aperti rispetto a quelli poi adottati dal Cnb (per l'intero dibattito: http://xoomer.virgilio.it/flamusa/manifest.htm). Ora, proprio con Agazzi, riprendiamo le fila del discorso, con una riflessione sui rapporti tra etica e diritto relativa ai contenuti della legge 40.

L'autore del documento sullo statuto ontologico dell'embrione critica la legge 40 sulla fecondazione assistita

Principi controversi, dunque si voti

di Evandro Agazzi

(dall'inserto culturale del Sole 24 Ore - domenica 6 febbraio 2005)

La legge n. 40 sulla procreazione medicalmente assistita presenta aspetti positivi e aspetti criticabili; questo è un fatto comune a tutte le leggi che, di per sé, non implica il ricorso a dei referendum, essendo in genere sufficiente ricorrere a modifiche della legge discusse e votate dal Parlamento. Perché, invece, in questo caso particolare, il ricorso ai referendum appare come la soluzione più opportuna? Perché la legge in questione traduce sul piano giuridico una sola fra diverse concezioni etiche in campo, ossia la più rigorista, mentre ne esistono altre sostenute da ragioni non banali o pretestuose. L'effetto è quello di ridurre eccessivamente lo spazio di ciò che è legalmente lecito, fra i due estremi di ciò che è legalmente obbligatorio e ciò che è vietato. Nello spazio di quanto è legalmente lecito debbono invece poter ricadere azioni che sono moralmente riprovevoli secondo una certa etica e moralmente ammissibili secondo un'altra, in base a princìpi pur sempre razionali (è questo il senso non banale del pluralismo e della tolleranza, che non si identificano con un rozzo relativismo etico).
In concreto, senza negare che l'ordinamento giuridico debba rispettare alcuni princìpi etici fondamentali, si tratta di individuare quali princìpi etici siano assoluti e inderogabili anche sul piano giuridico e quali invece siano (su tale piano) derogabili in base a ragioni adeguate. Ad esempio, per la morale cattolica ufficiale l'esclusione dell'artificialità e l'esclusione della riproduzione al di fuori della famiglia legalmente costituita sono principi moralmente inderogabili, mentre la legge n. 40 ammette sia l'una che l'altra (le pratiche di riproduzione assistita sono ammesse anche per le semplici coppie di fatto stabili). La stessa Chiesa cattolica non ha mosso opposizioni contro questi punti della legge, segno che questi princìpi sono considerati anche dalla Chiesa come derogabili sul piano strettamente legale (pur continuando a rimanere vincolanti per la coscienza del cattolico osservante).
Un principio che appare inderogabile nella legge n. 40 è il rispetto assoluto dell'embrione sin dai primi istanti della fecondazione, ed è facile vedere che esso consegue logicamente da due presupposti: a) fin dai primissimi istanti l'uovo fecondato ha lo statuto ontologico di un individuo umano a pieno titolo; b) il rispetto della vita di un individuo umano è un obbligo morale e giuridico assoluto e inderogabile. Questa è la posizione ufficiale della Chiesa in questo momento storico. Essa non può venire onestamente criticata accusandola di essere espressione di una istituzione dogmatica e oscurantista (come spesso viene fatto). In realtà la Chiesa si presenta oggi come una fra le poche autorità morali che, a livello mondiale, si battono per la difesa di numerosi diritti umani, della pace, dei diritti dei più deboli e meno protetti. L'atteggiamento corretto è quello di vedere quanto fondati e universalmente accettabili siano i due principi sopra menzionati, e allora si può osservare: a) che la tesi secondo cui l'embrione possiede fin dai primi istanti le caratteristiche di un'autentica individualità umana è stata negata, sia nel passato che nel presente, da non pochi filosofi, scienziati e teologi cattolici, oltre che da non meno numerosi intellettuali laici; b) che la deroga al principio dell'inviolabilità della vita umana è stata legalmente praticata e teoricamente giustificata, nel passato e nel presente, sia dal pensiero cristiano che da quello laico (legittima difesa, guerra, pena di morte, roghi degli eretici, eccetera). Si tratta quindi di principi controversi e che, pertanto, possono correttamente ammettere delle deroghe sul piano legale (pur continuando a vincolare le coscienze di coloro che ne sono intimamente convinti). Tenendo conto della natura controversa delle tesi filosofiche ed etiche attorno a cui ruotano diverse delle prescrizioni e dei divieti della legge n. 40, appare conforme alla natura di una società pluralistica il fatto che la legge corrisponda il più possibile all'effettivo stato della coscienza morale della società entro cui viene emanata, al di fuori e al di sopra delle contingenti dinamiche politiche che possono aver presieduto alla sua democratica approvazione. È ben vero che la verità o falsità di una tesi non si possono decidere a maggioranza, bensì confrontando le rispettive ragioni, ma nel nostro caso dobbiamo riconoscere che tali tesi non hanno la caratteristica di "teoremi" che ogni persona razionale non può evitare di ammettere, e quando il confronto delle ragioni non approda a un consenso, e le decisioni prese si traducono in limitazioni della libertà dei cittadini, è moralmente corretto fare appello alle coscienze, dalle quali emerge quali limitazioni si debbano considerare giuste e non soltanto imposte. In concreto, i referendum hanno questa funzione e la condizione in base a cui essi possano svolgerla per davvero è che tutte le posizioni filosofiche ed etiche in gioco abbiano la possibilità di esprimersi e farsi conoscere con onestà e chiarezza.