Addio stress con la vitamina D

postato da Nicoletta Carbone il 14.07.2014
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L’estate è la stagione in cui si ha l’occasione di fare il pieno di vitamina D e poter beneficiare così di tutte le sue proprietà. La vitamina D, infatti, permette prima di tutto l’assorbimento del calcio a livello intestinale e favorisce quindi la calcificazione ossea riducendo il rischio di osteoporosi.
La vitamina D contribuisce alla prevenzione di numerose patologie. Per esempio, ha effetti positivi sulle arterie e ci protegge dall’ipertensione. Agisce anche a livello immunitario e interviene anche nella prevenzione oncologica.
Questa importante vitamina dimostra la sua azione benefica anche quando il nostro organismo è sottoposto a intense condizioni di stress. Secondo uno studio canadese pubblicato sull’International Journal of Cardiology, un’adeguata integrazione di vitamina D aiuterebbe il sistema nervoso autonomo a rispondere a forti stress. Grazie alla vitamina D, per esempio, anche sotto stress la variabilità della frequenza cardiaca riesce a ristabilirsi prontamente su modalità ottimali, cosa che indica un buon recupero.
Per garantire all’organismo la giusta dose quotidiana di vitamina D bisognerebbe esporsi al sole circa 20 minuti al giorno, senza crema solare, nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio. Non sempre è possibile esporsi al sole con tale frequenza, soprattutto nei mesi invernali, per questo si può considerare la possibilità di ricorrere a un integratore di vitamina D sempre su consiglio e sotto controllo del proprio medico curante.


A cura del Dott. Filippo Ongaro

L’importanza della frutta secca nell’alimentazione

postato da Nicoletta Carbone il 04.12.2013
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Il Dott. Ying Bao del Brigham and Women Hospital e della Harvard Medical School di Boston, aiutata da alcuni colleghi, ha dimostrato quanto l’assunzione di frutta secca sia importante per la nostra salute.
Lo studio durato 30 anni, ha preso in considerazione un campione di 76.464 donne e 42.498 uomini ed è stato pubblicato sul “New England Journal of Medicine”. I risultati sono stati sorprendenti: chi consumava un’oncia (circa tre cucchiai) di frutta secca almeno una volta al giorno, era in grado di ridurre il rischio di mortalità del 20%.
Noci brasiliane, classiche e pecan, pistacchi, mandorle e anacardi, ad esempio, si possono considerare quindi alimenti importantissimi per la nostra salute, utili anche per prevenire malattie cardiovascolari e per ridurre i livelli di colesterolo e stress ossidativo. Una manciata al giorno, abbinata ad uno stile di vita sano, è più che sufficiente.
Fonte: http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa1307352

A cura del Dott. Filippo Ongaro

Caduta autunnale dei capelli

postato da Nicoletta Carbone il 11.11.2013
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Autunno. Qualche capello inizia a cadere. Anche, forse soprattutto, nelle donne. Dopo qualche giorno di caduta profusa (i capelli rimangono sul cuscino, nel pettine, il lavaggio diventa un dramma, si trovano capelli persi ovunque) la donna inizia a preoccuparsi.
Il dilemma è : rimarrò calva? La risposta: nella maggior parte dei casi, NO, nella maggior parte dei casi, la caduta autunnale dei capelli non è altro che un rinnovo. Molti dei vecchi capelli, vengono sostituiti da nuovi capelli in crescita, e, anche se al momento il fastidio legato al defluvio è enorme e terrorizzante, ciascun capello lasciato “ovunque” verrà sostituito, in tempi più o meno brevi, da altri, nuovi capelli. Come riconoscere una caduta patolgica dal fisiologico rinnovo della chioma? E’ difficile, non solo per i profani, ma, molto spesso, anche per i medici. Personalmente ricorro ad uno esame semiologico accurato (visione del capillizio), allo strappo dei capelli in diverse zone del cuoio capelluto (per valutare la reale percentuale di caduta). Ripeto: nella maggior parte dei casi, non è altro che un fisiologico rinnovo. Per stimolare la ricrescita, occorre massaggiare il cuoio capelluto, favorire la circolazione generale con la respirazione addominale (yoga), applicare lozioni cosmetiche. Ogni tanto il medico può reputare utile dare una “sferzata” somministrando lozioni farmacologiche magari a giorni alterni. Ma, nel caso della caduta nelle donne, vanno valutati attentamente soprattutto tre fattori: l’equilibrio ormonale (le mestruazioni sono regolari? sono intervenuti fattori particolari negli ultimi mesi?), inoltre l’alimentazione (spesso molte donne che perdono capelli si sottopongono a diete incongrue, o prive di elementi nutritivi fondamentali), infine lo stress. Il primo passo, in ogni caso, consiste sia nell’assumere integratori vitaminici e minerali (specie vitamine del gruppo B, più ferro, zinco, rame), sia molte proteine (anche vegetali), ricche in amminoacidi indispensabili alla crescita del capello. In caso di stress, è consigliabile intervenire a monte del problema (inutile applicare una lozione se si è troppo ansiose o depresse: la lozione aiuta, ma la risoluzione reale del problema aiuta ancora di più). Per cui: massaggi, training autogeno, agopuntura, shiatsu possono essere interventi estremamente efficaci.  Nel caso di squilibri ormonali, o iniziale carenza di estrogeni, occorre riequilibrare tali parametri. E i capelli torneranno, in tre-sei mesi, ad essere floridi.

A cura della Dott.ssa Riccarda Serri, Specialista in dermatologia

Lo stress: come affrontarlo in città

postato da Nicoletta Carbone il 29.07.2013
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Anche vivendo in una città, ovvero in un ambiente che per lo più è molto stressante, possiamo concederci dei momenti nei quali nutrirci di quell’energia che soltanto le cose vive ci possono dare. Troppo spesso trascuriamo questo aspetto e pensiamo che la vita di città non comporti alcuna possibilità di un contatto con la natura. Cerchiamo invece di non perdere le occasioni per approfittare di un po’ di verde: parchi e giardini, ma anche un angolo di prato sotto casa.

Natura vivente vuol dire mondo vegetale e mondo animale. Anche un semplice prato con degli alberi può diventare la cornice per delle esperienze di contatto con esseri viventi, piccolissimi come un fiore o uno stelo d’erba, oppure grandi come un albero, e conoscerci di più attraverso questo contatto. Prendiamoci del tempo, almeno qualche volta al mese, per fare tutte le scoperte che un parco cittadino ci consente di fare.

Un albero è un essere vivente che si risveglia a ogni stagione, che si riempie di verde, di foglie, anche di frutti. E ha una sua personalità. È qualcosa da toccare, da sentire. Forse quand’eravamo bambini ci piaceva l’idea di salire sugli alberi, di fare acrobazie, di lasciarci andare penzoloni dai rami… Se lo abbiamo fatto da piccoli, possiamo provare a ritrovarne il gusto; se non lo abbiamo mai fatto, da adulti forse non ci sentiremo di salirvi sopra con il rischio di cadere, ma proviamo almeno a chiudere gli occhi e a sentire che cosa vuol dire toccarne la scorza, sentire che è vivo.

Un albero non serve solo per sedersi all’ombra a leggere e a godere della sua frescura. Può servirci a entrare in contatto con un essere vivente, un vegetale, in modo un po’ più profondo di quanto abbiamo fatto finora. Giriamogli intorno, osserviamo il suo tronco, i rami contorti, i loro nodi, i segni del tempo. A volte un ramo tagliato permette di vedere i cerchi del taglio, di calcolarne l’età. Proviamo ad abbracciare il tronco. Che effetto ci fa? Superiamo il leggero imbarazzo che può crearci questo gesto insolito e godiamoci il contatto.

E poi sediamoci sul prato e proviamo a guardare con occhi diversi e nuovi i piccoli esseri viventi che sono gli steli d’erba, che sono i fiori. Proviamo a sentire la terra sotto i nostri piedi: togliamoci le scarpe e sentiamo di poter stare a piedi nudi sull’erba, oppure proviamo a stenderci sull’erba, a sentirne l’odore. Possiamo entrare in contatto con i rametti, gli steli, le foglie; possiamo confrontare tutte queste piccole forme di vita e ammirarne, forse per la prima volta, le forme, le dimensioni e i colori diversi, scoprendo che anche in un prato cittadino c’è tantissima vita. Questo contatto con la terra, con le erbe, con le centinaia e centinaia di essenze diverse che ci sono intorno a noi, può diventare l’occasione per una profonda esperienza meditativa.

Possiamo scoprire anche le innumerevoli forme di vita animale: i piccoli insetti, dalle farfalle agli scarabei, dalle formiche alle mosche, dalle libellule ai grilli che popolano un prato. Ci siamo mai soffermati ad ammirarli, con gli occhi con cui da bambini scoprivamo il mondo e le sue meraviglie? Se ci permettiamo di abbandonarci con animo semplice a queste scoperte, poco per volta potremo recuperare un po’ di leggerezza. E ci renderemo conto, forse, che anche se nella nostra vita abituale temiamo di sporcarci o di bagnarci, e abbiamo paura delle sensazioni sgradevoli che potrebbero emergere dall’immersione nella natura, questo contatto diretto è molto più ricco di quanto potremmo immaginare. E vale una maglietta o un paio di jeans macchiati…

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di bioenergetica e formatrice

Lo stress: c’è quello “buono” e quello “cattivo”

postato da Nicoletta Carbone il 15.03.2013
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Molti di noi, soprattutto chi vive in città – piccola o grande, di provincia o metropoli, è un contenitore che ci costringe a tempi, spazi, ritmi sempre più veloci, sempre più alienanti, non fatti per il nostro benessere – devono fare i conti con una vita di relazione, professionale, fisica che comporta tutta una serie di costrizioni e di prigionie che alla lunga ci procurano uno stress a volte quasi insostenibile. La parola stress è ormai di moda e non vogliamo abusarne, ma la utilizziamo riferendoci alla difficoltà di stare nel mondo e mantenersi sani in un contesto troppo pieno di stimoli che ci sovrastano e ci limitano. Come fare per ribaltare un po’ le cose indirizzandoci verso piccoli gesti quotidiani che possono farci stare meglio?

Una risposta fisiologica a stimoli esterni

Cominciamo con i ricordare che cos’è lo stress. È stato studiato da molti decenni e in particolare dal medico austriaco Hans Selye (1907-1982), che per primo usò questo termine mutuandolo dalla fisica (significava lo sforzo o la tensione cui era sottoposto un materiale), per indicare la “risposta non specifica dell’organismo a uno stimolo negativo”.

In realtà il termine si riferisce a qualsiasi stimolo (o stressor) proveniente dall’esterno. In questo senso lo stress non è né buono né cattivo: gli stimoli determinano una reazione fisiologica del nostro organismo e tale risposta allo stress è una risposta sana. Stimolo è per esempio una temperatura calda o fredda che possiamo sopportare più o meno agevolmente, stimolo è tutta una serie di rumori che colpiscono il nostro senso dell’udito o le tante immagini che arrivano al nostro senso della vista e così via.

Volendo evitare equivoci, dunque, possiamo usare il termine generico stress per significare la dinamica di pressione ambientale e adattamento dell’organismo, specificando poi in distress lo stress “negativo” e disadattivo, che può condurre anche a reazioni patologiche, e in eustress lo stress “positivo” e adattivo, che comporta l’attivazione di una risposta fisiologica ed efficace).

Selye definì “Sindrome Generale di Adattamento” la risposta fisiologica che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di diversi tipi di stressor, che siano stimoli fisici come la fatica, mentali come l’impegno nello studio, sociali come le richieste dell’ambiente familiare, ambientali come la pioggia battente.
L’evoluzione della sindrome avviene in tre fasi:

- allarme: l’organismo risponde agli stressor mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento (coping), sia fisici sia mentali, come l’aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna, del tono muscolare e l’attivazione psicofisiologica (arousal), ovvero la preparazione complessiva alla risposta efficace;

- resistenza: il corpo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell’affaticamento prolungato, producendo risposte ormonali specifiche da varie ghiandole, per esempio le surrenali;

- esaurimento: se gli stressor continuano ad agire, l’organismo può essere sopraffatto e possono prodursi effetti sfavorevoli permanenti a carico dell’intera struttura psichica e somatica.

Ogni stimolo o stressor che perturba l’omeostasi dell’organismo vivente – la sua tendenza naturale al raggiungimento di una relativa stabilità interna, ovvero uno stato di equilibrio che si mantenga nel tempo anche al variare delle condizioni esterne – attiva immediatamente degli specifici meccanismi autoregolatori, cioè reazioni neuropsichiche, ormonali, immunologiche, emotive, locomotorie.

Che cosa accade nel nostro quotidiano

Anche minimi eventi di vita quotidiana possono portare a modificazioni complesse, persino radicali, dovute all’adattamento. Quest’ultimo si articola nella messa in atto di azioni destinate alla gestione o soluzione dei problemi, alla luce della risposta emotiva soggettiva suscitata da tali eventi: possono essere azioni finalizzate a modificare l’ambiente in funzione delle proprie necessità, oppure cambiamenti nelle proprie caratteristiche soggettive, per meglio adattarsi all’ambiente circostante.

Se per esempio fa freddo, possiamo decidere di accendere un fuoco (azione che modifica l’ambiente) oppure di indossare abiti più pesanti (azione che modifica il nostro stato): l’adattamento dipende dalle nostre capacità di risolvere i problemi (problem solving), ma anche dalla presenza di opportuni elementi ambientali, economici o relazionali. Il maggiore o minore successo dei nostri processi adattativi è dato da una somma di fattori, che comprende non solo le caratteristiche qualitative e quantitative degli eventi che li suscitano, ma anche tutte le nostre risorse personali: tipo di personalità, capacità intellettive, livello culturale, condizioni socioeconomiche, risonanza soggettiva dell’evento legata all’età, al livello di energia, al tempo di reazione ecc.

A parità di evento, insomma, ognuno di noi risponde in modo diverso, così come possiamo essere capaci di affrontare e gestire in modo adattativo, con gli stessi esiti, certi eventi e non altri. Anche la prevedibilità e la conoscenza degli eventi giocano un ruolo fondamentale nella possibilità di instaurare delle strategie adattative atte a gestirli. Il lutto per la perdita di una persona cara è, di solito, più facilmente elaborabile quando la persona era anziana e la sua scomparsa era prevista da tempo; mentre è problematico e fonte di traumi l’adattamento quando siamo esposti a eventi catastrofici e improvvisi.

Lottare o fuggire

Tornando allo stress quotidiano, il problema sorge quando gli stimoli che ci arrivano sono troppi e oltrepassano il nostro livello di sopportazione: allora il nostro sistema va in tilt. Nella nostra società – soprattutto in città – gli stimoli che colpiscono i nostri sensi della vista, dell’udito, dell’olfatto sono talmente tanti che facciamo fatica a prendere le distanze, a discriminare e a scegliere ciò che è buono e ciò che è cattivo per noi, andando verso ciò che è buono e stando lontani da ciò che è cattivo. Pensiamo a tutte le cose che riempiono la nostra vista quando ci troviamo per strada in città e a tutte le persone che incontriamo, che ci vengono incontro sul marciapiede: forme, colori, suoni, rumori, odori, profumi. È come se ci fosse un flusso di sovra stimolazioni continue che invade la nostra esistenza. E alla fine va in tilt la nostra capacità di discriminare gli stimoli e fare sì che possiamo accogliere solo ciò che è buono per noi.

Nel mondo animale e in quello degli ominidi, dei primi uomini, gli stimoli “stressanti” erano soprattutto legati all’ambito della sopravvivenza: avevano a che fare con il clima, le condizioni atmosferiche esterne, il possibile arrivo di un predatore o di un nemico. Si trattava di situazioni tutto sommato limitate in termini di varietà e quantità, e consentivano reazioni precise: nel caso di un allarme o pericolo la reazione possibile, risultato dei meccanismi fisiologici messi in moto nell’organismo, era di lotta o fuga. Si trattava di attaccare il nemico sentendosi abbastanza forti da affrontare la lotta e vincere, o scappare nel caso in cui si sapeva di dover evitare il confronto perché il risultato sarebbe stato perdente.

Gli animali, biologicamente attrezzati, fanno proprio questo: alcuni attaccano perché hanno la capacità di farlo e altri fuggono, perché non possono competere con il nemico. Un predatore carnivoro, per esempio un leone, attacca; un erbivoro preda del carnivoro, per esempio una gazzella, fugge. Alcuni animali in situazioni di estremo pericolo ricorrono a una sorta di paralisi o di assoluta immobilità, fingendosi morti, in modo che il nemico se ne vada: una forma estrema di mimetismo che interviene quando le altre armi o difese naturali non sono utilizzabili e che il più delle volte riesce a salvare la vita.

C’è però una paralisi, un blocco legato all’incapacità di reagire alla sovra stimolazione, che non è funzionale ma anzi molto grave. È quel che succede, anche a noi esseri umani, quando il livello di stimolazione è così elevato e le situazioni stressanti, nel senso più ampio del termine – dal punto di vista intellettuale, emozionale, fisico -, sono talmente gravi che non riusciamo più a mettere in moto dei meccanismi paragonabili alla lotta o alla fuga o al mimetismo. Lo stress ci paralizza, ci blocca, ci impedisce di andare avanti. Una volta si parlava di “esaurimento nervoso”, oggi di burn-out, ma la sostanza è la stessa: a un certo punto il nostro sistema collassa e non siamo più in grado di adottare delle strategie di risposta efficaci, sane, buone per noi.

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di bioenergetica, formatrice

Il nervosismo e le macchie della pelle se ne vanno con la lavanda

postato da Nicoletta Carbone il 07.03.2013
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Le nostre nonne la raccoglievano d’estate e la usavano essiccata per proteggere dai cattivi odori armadi e cassetti. Ci sono però almeno altre due situazioni in cui la lavanda (Lavandula angustifolia), un classico dell’industria cosmetica e profumiera, si rivela più che mai utile.

Se agitazione e inquietudine non vi abbandonano e il sonno stenta ad arrivare, inumiditevi i polsi con qualche goccia di olio essenziale ricavato dalle sommità fiorite di questa pianta: la sua inconfondibile fragranza ha un efficace potere calmante.

Oltre a rasserenare e a facilitare il riposo, la lavanda è anche amica della pelle: una goccia del suo olio essenziale, applicata un paio di volte al giorno e per periodi prolungati sulle macchie lasciate dall’esposizione al sole o dovute all’avanzare dell’età, riesce, piano piano, a schiarirle. Armatevi di pazienza, però.

A cura del Dott. Luca Avoledo, Naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale.

Lo stretching delle gambe e delle braccia per dire addio allo stress e ritrovare benessere

postato da Nicoletta Carbone il 28.02.2013
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Ci mettiamo sdraiati sulla schiena, con le gambe un po’ divaricate e le braccia dietro alla testa aperte a V tra di loro, in modo da creare una sorta di X con il corpo e i quattro arti.

Faremo un progressivo stiramento/allungamento dei quattro arti, in armonia con la respirazione, in una modalità lenta, mirata e consapevole.

Cominceremo con degli allungamenti singoli, arto per arto, per poi fare degli allungamenti complessivi. Nella fase di allungamento inspiriamo, cerchiamo di trattenere l’inspirazione per qualche secondo restando in apnea, espandendo il tronco dall’addome al torace, e poi lasceremo andare l’arto, liberandolo dall’allungamento, nella fase di espirazione.

1) Cominciamo con l’allungamento degli arti superiori.

a) Partiamo con il braccio destro: lo allunghiamo indietro, con il palmo della mano rivolto verso l’alto, inspirando dal naso; tratteniamo il respiro per qualche secondo, cercando di allungarci ancora un po’ di più e sentendo che in questo movimento coinvolgiamo tutta la muscolatura anche del tronco fino al bacino; poi lasciamo andare, espirando dalla bocca e facendo uscire, eventualmente, anche un nostro suono.

b) Dopo qualche secondo passiamo al braccio sinistro. Facciamo esattamente quello che abbiamo fatto con il braccio destro.

2) Aspettiamo qualche secondo, respirando in modo rilassato, poi passiamo agli arti inferiori.

a) Cominciamo con la gamba sinistra: per allungarla puntiamo il piede verso il basso (allungando così la muscolatura anteriore), mentre inspiriamo dal naso. Tratteniamo il respiro per qualche secondo, cercando di allungarci ancora un po’ di più e sentendo che in questo movimento coinvolgiamo tutta la muscolatura della gamba e della coscia fino al bacino; poi lasciamo andare, espirando dalla bocca e facendo uscire, eventualmente, anche un nostro suono.

b) Dopo qualche secondo passiamo alla gamba destra. Rifacciamo esattamente quello che abbiamo fatto con l’altra gamba.

3) Aspettiamo qualche secondo, respirando in modo rilassato, e torniamo agli arti superiori.

Allunghiamo le due braccia insieme. Inspiriamo sempre gonfiando l’addome e coinvolgendo tutto il tronco, allunghiamo bene le braccia indietro, tratteniamo il respiro per qualche secondo sentendo che l’allungamento coinvolge tutto il tronco fino al bacino, poi lasciamo andare le braccia espirando dalla bocca e facendo uscire il nostro suono.

4) Aspettiamo qualche secondo, respirando in modo rilassato, e passiamo agli arti inferiori.

Allunghiamo le due gambe insieme. Inspiriamo sempre gonfiando l’addome e coinvolgendo tutto il tronco, allunghiamo bene le gambe, ma questa lo facciamo puntando i piedi a martello (ovvero puntando il piede verso l’alto), allungando così la muscolatura posteriore). Tratteniamo il respiro per qualche secondo sentendo che l’allungamento coinvolge le gambe fino al bacino e all’addome, poi lasciamo andare le gambe, espirando dalla bocca e facendo uscire il nostro suono.

5) Aspettiamo qualche secondo, respirando in modo rilassato, e passiamo agli allungamenti laterali.

a) Cominciamo con il lato destro del corpo: allunghiamo contemporaneamente il braccio destro all’indietro e la gamba destra puntando in giù il piede. Inspiriamo gonfiando l’addome e poi espandendo il torace coinvolgendo tutto il tronco, tratteniamo il respiro per qualche secondo sentendo che l’allungamento coinvolge tutta la metà destra del corpo, poi lasciamo andare il braccio e la gamba, espirando dalla bocca e facendo uscire il nostro suono.

b) Aspettiamo qualche secondo, respirando in modo rilassato, e cambiamo lato, passando al lato sinistro del corpo: allunghiamo contemporaneamente il braccio sinistro all’indietro e la gamba sinistra puntando in giù il piede. Facciamo quello che abbiamo fatto con l’altro lato del corpo.

6) Aspettiamo qualche secondo, respirando in modo rilassato, e passiamo agli allungamenti in diagonale.

a) Cominciamo con l’allungare contemporaneamente il braccio sinistro all’indietro e la gamba destra mettendo il piede a martello (ovvero puntando il piede verso l’alto). Inspiriamo gonfiando l’addome e poi espandiamo il torace coinvolgendo tutto il tronco. Tratteniamo il respiro per qualche secondo sentendo che l’allungamento coinvolge praticamente tutto il corpo, poi lasciamo andare il braccio e la gamba, espirando dalla bocca e facendo uscire il nostro suono.

b) Facciamo qualche secondo di pausa in cui respiriamo in modo rilassato, e cambiamo diagonale.

Passiamo ad allungare contemporaneamente il braccio destro all’indietro e la gamba sinistra puntando in giù il piede. Facciamo quello che abbiamo fatto con l’altra diagonale.

7) Aspettiamo qualche secondo, respirando in modo rilassato, e concludiamo con un allungamento di tutti e quattro gli arti insieme.

Allunghiamo contemporaneamente le due braccia all’indietro e le due gambe puntando i piedi verso il basso. Inspiriamo gonfiando l’addome e poi espandiamo il torace, coinvolgendo tutto il tronco. Tratteniamo il respiro per qualche secondo sentendo che l’allungamento coinvolge tutto il corpo estendendosi dalla testa ai piedi, poi lasciamo andare braccia e gambe, espirando dalla bocca e facendo uscire il nostro suono.

8) E infine ci riposiamo, respirando in modo rilassato e posizionando le braccia lungo il corpo. Sempre a occhi chiusi, ci dedichiamo qualche minuto di relax e di ascolto/osservazione, per sentire come stiamo, cosa è successo nel corpo, quali sensazioni ed emozioni sono eventualmente merse.

Questo esercizio è un buon modo per allungare tutto il corpo facendo uno stretching progressivo, sempre accompagnato dal respiro. Lo possiamo fare in qualsiasi momento della giornata, e in particolare dopo una situazione di stress pesante, quando sentiamo che abbiamo bisogno di distenderci.

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Una variante/aggiunta può essere, dopo il punto 4):

4b) Aspettiamo qualche secondo, respirando in modo rilassato, e torniamo agli arti superiori.

Allunghiamo le due braccia insieme intrecciando le dita delle mani fra loro e voltando i palmi verso l’alto. Inspiriamo sempre gonfiando l’addome e coinvolgendo tutto il tronco, allunghiamo bene le braccia indietro, tratteniamo il respiro per qualche secondo sentendo che l’allungamento coinvolge tutto il tronco fino al bacino, poi lasciamo andare le braccia espirando dalla bocca e facendo uscire il nostro suono.

Riprendiamo dal punto 5).

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di  bioenergetica e formatrice

Le “smorfie” antistress

postato da Nicoletta Carbone il 15.02.2013
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Per molti di noi la vita professionale è legata a una sorta di sedentarietà forzata: spesso dobbiamo restare fermi, seduti di fronte a un computer, per ore e ore, in condizioni di pressoché totale immobilità. In queste condizioni è importante prendersi degli spazi, anche di pochi minuti, per dare al nostro corpo la possibilità di rimettersi in moto e far fluire l’energia, perché altrimenti arriviamo a sera e facciamo davvero fatica non solo a sciogliere le tensioni muscolari, ma anche a godere del nostro tempo libero e della nostra vita di relazione.

Abbiamo già visto che molleggiarsi attivamente anche solo per un minuto è già un buon modo per attivare l’energia e sciogliere un po’ di tensioni. Ma quando muoviamo il corpo per rilassarlo, spesso ci dimentichiamo della testa e soprattutto del viso. In realtà può essere una fonte di grande benessere attivare la circolazione muovendo la muscolatura facciale. Come? Facendo le smorfie.  Forse all’inizio ci sembrerà strano e sarà difficile farlo perché ci sentiremo un po’ ridicoli. Ma se ci lasciamo andare ci possiamo riuscire.

È importante agire sul distretto inferiore del viso, e in particolare sulla mandibola, permettendoci di aprire il più possibile la bocca. Dopo averlo fatto per un minuto o due, chiudiamo gli occhi e ci ascoltiamo, sentiremo che tutta la pelle e la muscolatura del viso sono più vive e la circolazione del sangue è attivata. Sentiremo una sorta di formicolio sulla pelle, che può essere molto piacevole. Volendo, possiamo rifarlo lasciare uscire i nostri suoni, possibilmente lasciando anche uscire la lingua e muovendola.

Facciamo questo esercizio tutti i giorni: è un buon modo per mantenere il viso più rilassato, più disteso, meno teso e rigido. Anche gli occhi risulteranno più energetici e brillanti. E può essere un’occasione per prendersi un po’ in giro e divertirsi.

Possiamo provare a farlo, tra l’altro, quando siamo in automobile: forse non proprio in mezzo alla città o davanti al semaforo (qualcuno potrebbe vederci… e la cosa potrebbe risultare imbarazzante), ma se siamo su delle strade secondarie, fuori città, in tangenziale o in autostrada, proviamo. E vediamo l’effetto che fa.

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di bioenergetica, formatrice

Pelle e stress

postato da Nicoletta Carbone il 24.01.2013
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Il nostro organismo è fatto proprio in modo di adattarsi a rispondere adeguatamente agli stress che la vita – in quanto vita, appunto – ci propina in abbondanza. Stress fisici (superlavoro, stanchezza, mancanza di sonno, etc) e stress psichici di ogni genere. Il nostro corpo lancia campanelli di allarme solo quando lo stress è davvero eccessivo, o quando si cronicizza per lunghi periodi di tempo, senza avere la possibilità di “ricaricare le pile”. Chiaro, occorrerebbe essere così saggi, o così fortunati, e ridurre gli stressors.  Ma ci sono dei casi in cui non è proprio possibile eliminare alla base la causa che procura lo stress. Ed ecco che a questo punto la soluzione è una sola: rafforzare il nostro organismo, per fare in modo che diventi meno vulnerabile agli effetti negativi dello stress. Occorre che ognuno di noi si trovi i suoi personali “stress bufferers” (tamponatori di stress). L’assunzione di magnesio è molto utile, ma anche hobby gradevoli, riservare del tempo a se stessi, lo sport, lo yoga, un corso di cucina o la musica – possono risultare utili. Ognuno deve imparare a conoscersi, e a capire come muoversi. Anzi certe volte alcune manifestazioni della nostra pelle causate dallo stress sono positive, in quanto il nostro organismo attraverso di loro ci avvisa che lo stiamo strapazzando troppo. La scienza ha in ogni caso stabilito che sono tre gli “stress bufferers” più efficaci: amore, amicizia vera, possibilità di sfogarsi con qualcuno che ci capisce.

A cura di Riccarda Serri, specialista in Dermatologia

Lo stress al volante

postato da Nicoletta Carbone il 05.11.2012
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Lo stress al volante può essere determinato da vari fattori, personali e ambientali:

1 – dallo stato d’animo o emotivo con cui ci mettiamo al volante (per eventi che ci possono essere accaduti poco prima: arrabbiature, conflitti, notizie spiacevoli, incidenti, ecc.);
2 – dalla condizione di salute in cui ci troviamo (se abbiamo mal di testa, mal di pancia, stanchezza, ecc.);

3 – dal fatto di aver bevuto o mangiato troppo o ingerito certi tipi di farmaci e/o sostanze psicotrope;
4 – dal nostro tipo caratteriale (più o meno emotivo, più o meno irascibile, pauroso, timido, permaloso, ecc.)
5 – dalle condizioni esterne atmosferiche (pioggia, neve, nebbia) e dall’ora della giornata (mattino presto, alba, oppure sera tardi, crepuscolo, buio)
6 – dal tipo di strade che percorriamo (città, fuori città, autostrade, gallerie, cavalcavia, in montagna) e dal tipo e quantità di traffico (presenza di camion, traffico intenso)
7 – dal tempo passato al volante (più si guida a lungo più stress si genera);
8 – dal tipo di veicolo che conduciamo e dalla sua maggiore o minore comodità;
Essere consapevoli di queste variabili è il primo passo per tenerne conto ed eventualmente intervenire pe eliminare fonti di stress e/o migliorare alcune situazioni… anche se è vero che su molte di queste condizioni non possiamo intervenire!

Che cosa è dunque possibile fare, in concreto, se siamo costretti a guidare in condizioni per noi stressanti (posto che in certe condizioni sarebbe opportuno NON guidare del tutto, vedi per esempio punto 3)?

1) trovare una postura il più possibile comoda all’interno dell’abitacolo:
- giusta distanza dal volante, corretta posizione delle braccia, giusta posizione dello schienale (eventuale cuscinetto in corrispondenza della lordosi lombare) per essere ben appoggiati
- avere le gambe e i piedi alla giusta distanza dai pedali
- avere scarpe comode (no ai tacchi alti!);
2) avere buona visibilità davanti a sé e dagli specchietti (puliti, non riflettenti);
3) non essere stretti in vita con pantaloni o abiti che non permettano di respirare potendo lasciare libera la muscolatura addominale (nel caso, slacciare un bottone dei pantaloni o la cintura)

Ecco due semplici esercizi, fattibili senza fermarsi, cioè continuando a guidare:
1) – prendiamo contatto/visualizziamo/sentiamo la parte del corpo appoggiata al sedile (schiena, ma anche natiche, pavimento pelvico, cosce) e facciamo dondolare/oscillare per 5-6 volte il bacino avanti e indietro, sentendo che dondolando il bacino indietro si accentua la lordosi lombare, e dondolandolo in avanti si riduce.
Questo ci serve a sentire di più la mobilità del bacino, con un effetto importante sulla respirazione, visto che in contemporanea… respiriamo lentamente e profondamente, inspirando dal naso ed espirando dalla bocca, a ritmo con il movimento del bacino: inspiriamo mandando indietro il bacino, espiriamo mandandolo avanti, cercando di inspirare lasciando andare il respiro nella pancia (mobilizzando così il diaframma), per almeno 5-6 volte, e nell’espirazione ci permettiamo di fare un sospirone.
2) Molto efficace è anche la mobilizzazione della muscolatura facciale, in particolare in corrispondenza della mascella. Come? Facendo le smorfie, aprendo bene la bocca e lasciando uscire i suoni vocalici che emergono. Facendo le smorfie per una ventina/trentina di secondi si ottiene una benefica attivazione della circolazione nel viso, che in genere si accompagna a una “iniezione” di buon umore.
(Questi due esercizi sono efficaci e possono essere fatti da seduti anche in altre situazioni… per esempio davanti al computer!)

Resta valido il consiglio, per chi guida a lungo, di fermarsi ogni tanto (diciamo una volta ogni ora/ora e mezza), per esempio nelle piazzole delle autostrade, scendere dall’auto e per un minuto o due (sembra pochissimo, ma è già efficace), molleggiarsi sulle gambe lasciando la parte superiore del corpo libera di sobbalzare/oscillare, testa compresa, soffiando velocemente e brevemente dalla bocca (respirazione a cagnolino). Questo è un modo veloce e immediato di far scorrere l’energia in tutto il corpo (ovvero intervenire sulla circolazione sanguigna), attivando la respirazione, sciogliendo un po’ le tensioni emergenti.

A cura di Alessandra Callegari, Counselor

  • Un esperto per amico




    Attilio Speciani


    Specialista in Allergologia e immunologia clinica

     

    www.eurosalus.com





    Prof. Alberto Luini


    Direttore della divisione di senologia dello IEO






    Tetsugen Serra


    Maestro Zen - Fondatore della Mindfulzen: la Via di Consapevolezza

     

    www.mindfulzen.it

     

    www.monasterozen.it





    Prof. Antonino Di Pietro


    Direttore del Servizio di Dermatologia dell'Ospedale di Inzago (MI)

     

    www.antoninodipietro.it





    Dott. Francesco Aquilar


    Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivista e Comportamentale

     

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    Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D.


    Presidente Assomensana

     

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    Medico Chirurgo specialista in odontoiatria e ortodonzia a Milano






    Dott. Luca Avoledo


    Naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale.

     

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    Dott. Fabio Rinaldi


    Specialista in dermatologia e venerologia, Presidente della Fondazione IHRF in Milano.

     

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    Prof. Alessandro Nanussi


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