Diario: confessioni ad un amico invisibile

postato da Nicoletta Carbone il 05.11.2015
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Un motivo per cui da ragazzo invidiavo le mie coetanee, era quello che loro potevano tenere un diario. Non che mi fosse impedito, ma tacitamente mi rendevo conto che era una pratica a loro riservata e troppo “da femmina” per agire con indifferenza. Mi consolavo allora scrivendo delle lettere a me stesso o raccogliendo alcuni pensieri vergati su carta e raccolti in una busta in finta pelle. Parlare oggi di diario risulta del tutto anacronistico, oggi ancora più di allora. Tuttavia la peculiarità di redigere un diario conserva ancora un senso logico non indifferente. In molti obbietterebbero sulla mancanza di tempo, senza pensare a quanto ne consumano inutilmente in altre pratiche diventate consuetudine, alle prese con supporti digitali o con banali attività di intrattenimento. Se ci concedessimo almeno il proposito di ripensarci, ci renderemmo immediatamente conto di come quello stesso tempo potremmo riscattarlo. I pensieri non scritti a volte se ne vanno, le parole proferite spesso si dimenticano, gli stati d’animo vissuti si dissolvono. Instaurare e mantenere l’abitudine di scrivere e descrivere a fine giornata le proprie esperienze, le lezioni imparate, i propri pensieri ed i risultati ottenuti è un’attività chiave per chi persegue la propria crescita personale. Dalla scrittura infatti discende la consapevolezza, dalla consapevolezza nasce il cambiamento e dal cambiamento deriva la crescita. E se lo strumento digitale oggi permette di elaborare belle lettere, ordinate e senza cancellature, forse sarebbe meglio conservare ed esercitare la tecnica olografa. Il solo fatto che il tratto della vostra mano abbia descritto esattamente il vostro stato d’animo, evidenzierebbe quegli aspetti che le parole potrebbero celare.
Se per tanti motivi avete già fatto il funerale a quella vostra amata stilografica, credo sia giunto il momento di esumarne le spoglie.

A cura di Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

I sentimenti nella stanza dello psicoterapeuta

postato da Nicoletta Carbone il 11.02.2015
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E’ come se non ci fosse più tempo per i sentimenti veri. Da un lato, per un disfunzionale eccesso di pudore,  preferendo alcune persone andarsi a nascondere dietro i luoghi comuni, magari anche per la legittima paura di essere giudicati negativamente, se si fosse sinceri. Dall’altro lato, per il timore di essere esclusi, o considerati noiosi, o di essere totalmente inascoltati, sia pure con un’apparente educata e finta attenzione dell’interlocutore, che potrebbe nascondere una umiliante e nascosta strafottenza esagerata.
Ecco che allora la stanza dello psicoterapeuta diventa uno dei luoghi deputati al parlare di sentimenti veri.. finalmente ne posso parlare con qualcuno che mi ascolta, che sta attento, che mi risponde con sincerità e competenza, che si ricorda di quel che gli ho detto prima..
Ma quali sono i sentimenti di cui le persone parlano nella stanza dello psicoterapeuta?
Innanzi tutto, parlano d’amore: amore romantico e passionale prevalentemente; poi amore verso i genitori e verso i figli; ma anche amore per gli amici, amore verso il lavoro, amore per il successo, il fascino, talvolta il potere, comunque per l’auto-realizzazione in qualsiasi modo intesa. Tuttavia le persone che amo e quelle da cui vorrei essere amato restano spesso il tema principale delle conversazioni terapeutiche. Nel passato, nel presente e nei progetti, speranze e preoccupazioni per il futuro. Tuttavia, per parlare efficacemente di sentimenti, intanto occorre sapere alcune cose sulla società nella quale ci muoviamo, con il suo caos delle relazioni amorose. Poi, occorre conoscere quali sono i valori che animano le persone, e in quale gerarchia i valori sono posti nella mente e nel cuore di ognuno di noi. E a questo punto occorre fare i conti con la nostra storia individuale e con le conclusioni che, a torto o a ragione, consapevoli o inconsapevoli, abbiamo tratto dalle esperienze passate.
Mentre invece, per migliorare i sentimenti positivi e rimpicciolire quelli negativi occorrono diverse competenze. A volte proviamo troppi sentimenti negativi perché non sappiamo bene come comportarci, come valutare gli episodi che sono per noi significativi, come interagire con le altre persone rispettando noi stessi ma anche loro. Possiamo essere troppo egocentrici, oppure troppo sottomessi, oppure troppo narcisisti a vuoto, oppure troppo rabbiosi nelle interazioni, senza accorgercene, e se non ce ne accorgiamo non interpretiamo adeguatamente quel che succede e non possiamo rimediare ai nostri errori involontari.
Un incremento delle competenze: cognitive, emotive, comportamentali, interpersonali e sociali; con un corrispondente aumento della consapevolezza e un’efficace dose di auto-critica compassionevole: né troppa, né troppo poca. Questo è uno dei risultati di una psicoterapia ben strutturata, che migliora le capacità di amare e di entrare in relazione soddisfacente con un discreto numero di persone. Elaborando adeguatamente i traumi e le esperienze negative del passato e imparando a riconoscere, esprimere adeguatamente e modulare le emozioni. Emozioni che rappresentano gli strumenti di bordo della persona, e che ci aiutano, se ben utilizzate, a stabilire dove vogliamo andare e con chi vogliamo andare nei 100 anni che abbiamo a disposizione.
Riprendiamoci quindi il tempo necessario per parlare di sentimenti e di emozioni e cerchiamo di capire come siamo fatti e che effetto facciamo sugli altri che per noi sono importanti. E impariamo a costruire le relazioni d’amore in un modo più efficace e piacevole. Anche a questo serve la psicoterapia.
Un libro appena pubblicato per saperne di più: a cura di Francesco Aquilar, Parlare d’amore. Psicologia e psicoterapia cognitiva delle relazioni intime, Edizioni Franco Angeli, Milano.

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale a Napoli, presidente dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva e Sociale (AIPCOS)

Il pudore di dire: “Ti voglio bene”

postato da Nicoletta Carbone il 19.02.2014
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Il sentimento di pudore rappresenta il legittimo desiderio di nascondere qualcosa a scopo protettivo: del corpo, della sessualità, dello spirito o dei princìpi. E’ collegato ad un senso di riserbo personale, ad un atteggiamento discreto e riservato dell’animo e anche al rispetto verso un principio a cui non si può derogare (Sebastiani, 2013), e come tutti i sentimenti auto-protettivi svolge una fondamentale funzione nelle relazioni sociali, sia in quelle superficiali che in quelle intime. Tuttavia, in alcune situazioni, rischia di essere troppo forte ed eccessivo, e a volte inibisce l’espressione di sentimenti di affetto che potrebbe essere importante dichiarare.

Proviamo a fare un semplice esercizio: domandiamoci quali sono le persone alle quali vogliamo molto bene, e domandiamoci anche da quanto tempo non glielo diciamo, se gliel’abbiamo mai detto. Come sempre per gli esercizi che propongo, conviene farlo per iscritto, rubando dieci minuti di tempo al nostro abituale routinario agire rimpinzato di impegni, necessari o pretestuosi che siano. Probabilmente, scriveremo una decina di nomi, incluso qualche parente stretto, qualche amico, magari un mentore, il o la partner romantica. Poi, vediamo cosa viene fuori sulla questione tempo: da quanto tempo non glielo diciamo. E proviamo a immaginare di dirglielo. E’ naturale che il pudore nel raccontare i propri sentimenti protegga da alcuni rischi: 1) il sospetto, nell’altro, che ci sia un interesse materiale dietro; 2) l’abuso di dichiarazioni sentimentali sdolcinate, che farebbero perdere importanza alla frase “ti voglio bene” o nel caso del partner “ti amo”, rendendola una commerciale sciocchezza se troppo ripetuta; 3) la legittima vergogna di mostrare i propri sentimenti forti e delicati; 4) il timore di essere presi in giro, ridicolizzati, accusati di essere scemi, oppure di ricevere un rinfacciamento inaspettato a sorpresa in risposta (“è perché mi vuoi bene, che hai agito così male verso di me in questa o in quest’altra occasione?”); 5) nelle situazioni romantiche, anche il timore di ricevere in risposta: “Perché mi dici che mi ami, non mi hai forse sposato? Quindi è logico e sottinteso che mi ami”, mentre invece non è né logico né sottinteso per niente!

Quando facciamo una dichiarazione che viola in qualche modo il pudore affettivo (molto diverso da quello corporeo), inoltre, possiamo provare imbarazzo e vergogna, possiamo arrossire o sentire il respiro bloccato per qualche momento.  In qualche modo il pudore segnala sempre, in tutte le sue forme, un mettersi a nudo, e rischiare che l’altro utilizzi questo nostro scoprirci per colpirci.

A questo punto, prima di dire davvero “ti voglio bene” a coloro per i quali proviamo questo sentimento, potremmo giocare a disegnare un fumetto-test della situazione (anche se non siamo bravi con la matita), e a scrivere nei fumetti (nostro e dell’Altro Significativo) la nostra dichiarazione di affetto e la possibile risposta dell’altro. E nel caso in cui, nella nostra immaginazione, l’Altro Significativo superasse il test, possiamo forzarci un po’ a dirglielo: tanto, se va bene, saremo contenti (noi e l’Altro); e se va male, avremo solo capito che il pudore dell’Altro è troppo forte per poter accettare il nostro affetto, almeno a parole. Se poi l’Altro ci dimostrasse che non siamo stati invece capaci di mostrarlo con i fatti, allora forse potremmo anche correggere in positivo il nostro comportamento. Gli affetti sono il carburante della nostra vita: nutrirli, svilupparli e imparare a saperli mostrare, ci può aiutare a sentirci più energici e sereni.

Per saperne di più:
-Aquilar F. (2013), a cura di, Parlare per capirsi. Strumenti di psicoterapia cognitiva per una comunicazione funzionale, Franco Angeli, Milano.
-Sebastiani A. (2013), “Pudore” tra lingua, culture e retoriche, Griseldaonline.

A cura del Dott. Francesco Aquilar

Chiedimi se sono felice

postato da Nicoletta Carbone il 22.10.2013
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Non parlo del film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Mi riferisco allo studio pubblicato sul World Happiness Report. Ultimamente la felicità è un argomento in voga. Cosa è la felicità? Ognuno ha la sua definizione, o meglio, tutti sappiamo se/quando siamo felici, ma facciamo fatica a dare un definizione universale. La cosa curiosa è che nonostante tutte le cose che abbiamo noi, che viviamo nei paesi ricchi, siamo meno felici. Ormai ti ho già annoiato con il principio della sequenza sbagliata. Il problema è che a molti di noi è stato detto che avere porta ad essere. Cioè avere successo (o le cose che vuoi), ti renderebbe felice. La sequenza è sbagliata, è inversa. La verità, riportata dalle maggiori religioni, ma anche dagli ultimi studi, è che essere felice ti porta ad avere successo (o quello che vuoi). Ritorno alla domanda, che cosa è la felicità? La definizione scientifica più comune è “benessere soggettivo”. Un bel modo per dire tutto e niente. Di fatto tu sei l’unico a sapere cosa è la felicità per te. Io, e non sono il solo, ritengo che sia uno stato d’animo che hai se vivi una vita allineata al tuo scopo, a chi sei veramente e cosa è importante per te. Purtroppo la maggioranza delle persone non è allineata e non sa nemmeno quale sia il suo scopo, valori e obiettivi!

Il grande Martin Seligman ha studiato cosa è la felicità e ha concluso che è una composizione di tre ingredienti:

- piacere, cioè l’emozione di stare bene,

- coinvolgimento, cioè sentirsi motivati e/o parte di qualcosa,

- significato, cioè dare un senso “positivo”, alle cose.

La ricerca fatta dice che molti di noi capiscono questi concetti, ma solo a livello razionale, non emotivamente. Questo non aiuta molto, non si può essere felici solo a livello razionale. Non a caso chi cerca solo il piacere (il primo ingrediente), ha momenti di benessere ma non è felice. Mentre chi ha tutti e tre gli ingredienti, ha una vita ricca di soddisfazione. Non solo, secondo le ricerche fatte dalla Harvard Business University, le persone felici sono più produttive, più sane, lavorano meglio, guadagnano di più e tante altre belle cose! Ma, andiamo sul pratico. Si può comprare la felicità? Ci sono modi per avere tutti e tre questi  “ingredienti”? Secondo uno studio fatto dalla University of British Columbia e da Harvard, che io ho riportato  nel mio audiolibro, sì. Basterebbe, secondo gli studi  fatti, fare quello che fanno le persone felici. Le persone felici invece di comprare cose, comprano esperienze. Crescono con viaggi, corsi, attività… Condividono queste esperienze con altre persone, facendole diventare così, ancora più magiche. In questo modo investono su se stessi, coltivano le loro passioni, sogni e obiettivi. Nello stesso tempo, con l’esempio o in altri modi, aiutano altri a fare lo stesso.

A cura di Claudio Belotti, Coach

Tu chiamale se vuoi emozioni

postato da Nicoletta Carbone il 13.06.2012
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Oggi vorrei parlare di emozioni perché sono il vero sale della vita, sono alla base di tutto quello che vogliamo. Diverse persone definiscono le emozioni e i sentimenti come due cose diverse. Penso sia un concetto interessante che condivido ma per l’articolo di oggi farò finta che siano la stessa cosa. Girando nel web ho trovato due frasi interessanti.

Il dottor John Mayer di Stanford dice: “Le emozioni operano su molti livelli. Hanno un aspetto fisico, nonché un aspetto psicologico. Sono un ponte tra pensiero, sentimento e azione. Operano in ogni parte di una persona, influiscono su molti aspetti, come la persona stessa influisce su molti aspetti delle emozioni”.

Il Dr. Maurice Elias dell’Università di Rutgers, dice: “Le emozioni sono i sistemi di allarme degli esseri umani per quanto riguarda ciò che sta realmente accadendo intorno a loro. Sono i nostri indicatori più affidabili di come stanno andando le cose nella nostra vita. Le emozioni aiutano a mantenerci sulla giusta strada facendo in modo di andare oltre le facoltà: mentali, intellettuali, di pensiero, la percezione, la ragione e la memoria”.

È ormai appurato che influenzano il nostro pensiero, comportamento e azioni. Le emozioni hanno un impatto sul nostro corpo quanto il corpo stesso ha effetto sui tuoi sentimenti e pensieri. Le persone (come io ho cercato di fare tante volte), che fanno l’errore di ignorarle, respingerle o reprimerle, vivono male. Sappiamo che le emozioni negative stimolano delle reazioni chimiche e ovviamente quelle positive altre. Sappiamo anche che alla base di esse spesso ci sono le nostre convinzioni. Spesso i presupposti e le credenze, che abbiamo ci portano a raccogliere, organizzare le informazioni per arrivare alla conclusione che poi fa partire l’emozione. Altre volte il processo è inverso.

“A che cosa devi credere per poter avere questa emozione? Cosa devi dare per scontato, appurato?”. Spesso mi guardano sorpresi di una domanda così, a volte non la capiscono neppure, ma una volta compresa hanno i vantaggi della risposta. Sono sempre piacevolmente sorpreso dalla quantità di persone che dedica tempo e denaro a conoscersi e comprendersi attraverso: corsi, libri, audiocorsi, coaching e così via.

Sono altrettanto esterrefatto nel vedere quanti vivono così alla giornata, in balia delle proprie emozioni senza far nulla per comprenderne i messaggi.In queste settimane una mia cara amica sta affrontando una sfida con il cancro. La chemioterapia la sta indebolendo fisicamente ma il suo umore è ottimo. Il lavoro di tanti anni di crescita personale sta pagando ed è certo che la cura funziona meglio, visto che lo stato d’animo influenza il sistema immunitario. In questi giorni molte persone hanno la terra sotto i piedi che trema e i tetti sopra la testa che cadono. Una situazione difficilissima da gestire. Ascoltandoli alla radio sono colpito dalla loro forza. Con grande stima e ammirazione li sento chiedere aiuto per riprendere a vivere, lavorare, ricostruire. Invece di farsi prendere dalla disperazione, dal vittimismo, hanno tirato fuori la loro proverbiale energia così famosa nel mondo e questo li aiuterà a superare il momento (anche se questo non toglie che dobbiamo aiutarli!). Qualcuno dice che ci sono due emozioni di base e le altre sono solo dei sottoprodotti di esse. Sono Amore e Paura. Condivido questo concetto. Condivido anche l’idea che non possiamo controllarle, ma solo gestirle, e sono felice di questo. Se potessimo non saremmo umani e la vita sarebbe noiosa.

Nonostante questo va sempre più di moda il politically correct. Bisogna andare d’accordo, essere sobri e non troppo emotivi. Un imprenditore emotivo è poco serio (mi manca tanto Steve Jobs), una Maestra di scuola appassionata è poco professionale (e io vorrei una Maria Montessori per le mie figlie), e se un politico è caldo non è credibile (e invece ci vorrebbe tanto un JFK o un MLK). In TV nel frattempo vediamo buffoni che si arrabbiano o si emozionano per professione; noi abbiamo bisogno di persone vere e di emozioni vere!Qualcuno tempo fa mi ha chiesto: “Dove sono finiti gli italiani? Quelli passionali, che: ridono, piangono, creano, baciano, risolvono…?”

Gli ho detto che alcuni, finito di spalare il fango ligure, ora stanno spostando mattoni nel modenese. Altri li vedi portare i bimbi a scuola prima di andare al lavoro, li riconosci perché salutano e cercano nonostante tutto di sorridere. Altri ancora, sono dietro un bancone a servire i clienti, o nelle aule a cercar di appassionare i bambini alla storia o alla geografia. Certo fanno meno rumore dei buffoni.

Poi ultimamente hanno perso l’abitudine di emozionarsi in pubblico, non è politicamente corretto. A volte gli serve uno sport per avere una scossa emotiva, ma non di calcio, anche quello è finto adesso, purtroppo.

Poi ci sono tutti gli altri. Quelli che cercano inutilmente di non sentire. Usano metodi che ho usato anch’io, e che per fortuna non funzionano:

  • Cercando di sopprimere i sentimenti
  • Fingendo che non è successo niente
  • Mangiando stronzate a gogo
  • Bevendo troppo alcol
  • Lavorando come un matto
  • Guardano TV spazzatura, dove qualcuno si emoziona per lui
  • Tenendosi super occupato per non sentire: al lavoro, con amici, sport, eccetera.

Il segreto non è combattere o sopprimere le emozioni. Il segreto è conoscerle, allearsi a loro, usarle come carburante. Bisogna conoscerle, bisogna conoscersi, serve un po’ d’impegno ma è un “lavoro” emozionante, se fatto bene ci si diverte un sacco!

A cura di Claudio Belotti, coach

Sentimenti ed emozioni tra Natale e Capodanno: fattori negativi e positivi

postato da Nicoletta Carbone il 23.12.2011
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Le feste di Natale non solo rappresentano un periodo di festività della famiglia, e di grande gioia per alcune persone, ma comportano per molti anche una serie di problemi e di conflitti tipici di questo periodo dell’anno. Intanto, per certe persone nel periodo natalizio vengono al pettine con maggior forza i nodi irrisolti: problemi di coppia e senso di inutilità/fallimento della relazione di partnership; difficoltà dei figli rispetto ai genitori, con la sensazione dei ragazzi di non essere compresi dal sistema familiare, dal quale possono sentirsi esclusi o non conosciuti per niente malgrado le apparenze. Inoltre, coloro che non dispongono di una famiglia “soddisfacente” hanno il problema di sentire maggiormente questa solitudine, e di doversi organizzare con amici eventualmente disponibili, mantenendo comunque una sensazione di essere fuori posto. Le persone che soffrono di disturbi alimentari psicogeni risentono maggiormente di questo periodo, con la continua tentazione a stramangiare e la paura di perdere il controllo sul proprio comportamento alimentare. Ancora, tra San Silvestro e Capodanno molte persone tendono a fare un bilancio nefasto della propria vita: è passato tanto tempo e non ho raggiunto i miei obiettivi, mi sento fuori posto sul piano lavorativo, sono insoddisfatto della vita romantica, già ero in crisi personale, ci mancava solo la crisi economica e così via.
Possiamo provare a modulare queste emozioni negative, e a non lasciarci travolgere né dalle considerazioni pessimistiche né da una falso buonumore in pubblico (che di solito si accompagna ad un tremendo malumore in privato). Intanto, possiamo concepire le vacanze di Natale come il periodo degli affetti e compensare con la riconoscenza (emozione fondamentale per la temperanza dei sentimenti dolorosi) i pensieri che a volte ci attanagliano. A chi vogliamo bene? Proviamo a dirglielo esplicitamente. Non serve il messaggio circolare impersonale o l’ennesima e-mail fredda e generica: potremmo scrivere loro un biglietto a penna, che sa più di cuore, se non riusciamo ad incontrarli. O meglio dirglielo di persona: sei importante per me. Se godiamo della presenza di una famiglia, possiamo focalizzare l’attenzione sugli aspetti positivi di ciascuno, trascurando deliberatamente per un po’ gli aspetti negativi che magari ci vengono in mente, e passando sopra ai difetti per due settimane di “tregua”. Se non abbiamo una famiglia armonica a disposizione, e ci capita di stare da soli, non facciamone una tragedia: sono giorni come gli altri, e come gli altri passeranno e potremo riprendere una quotidianità normale. Ancora, non fidiamoci dei bilanci negativi della notte di Capodanno: in realtà lo sviluppo personale è un continuum e non disprezziamo quel che di buono abbiamo fatto finora. C’è sempre tempo comunque per migliorare.
In definitiva, conviene trattare noi stessi con la stessa gentilezza con la quale tratteremmo una persona cara, senza rimbambirci nel falso divertimento forzato e offrendo alle persone che ci piacciono un saluto di benvenuto, un commento che possa dare nutrimento emotivo, un sorriso di conforto (anche se siamo stanchi e scoraggiati) ed un contatto di rassicurazione: come in un antico proverbio scandinavo: possiamo fare sette volte di più di quello che riteniamo il massimo per noi, e 500 volte di più di quello che nostra madre ritiene o riteneva il massimo per noi.

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivista e comportamentale, presidente dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva e Sociale (AIPCOS), Napoli.

Amicizia

postato da Nicoletta Carbone il 30.11.2011
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Gli amici sono una parte integrante della nostra vita, e rappresentano una delle condizioni principali grazie alle quali si possono provare intense e significative emozioni: gioia, allegria, condivisione, confronto, ma anche invidia, gelosia, rabbia, senso di tradimento, delusione. A volte, un fatto che è successo non diventa vero fino a quando non ne parlo con un amico: è allora che l’evento si consolida, che diventa davvero reale, che ne capisco i significati fino in fondo. Negli ultimi anni, inoltre, la presenza di Internet ed in particolare delle chat e dei social network come Facebook stanno modificando notevolmente le strutture dell’amicizia, ma non i processi implicati.

Possiamo cominciare un esercizio sull’amicizia ponendoci alcune domande su noi stessi: come diventiamo amici? Come siamo diventati intimi nell’amicizia? Come abbiamo mantenuto l’amicizia nel tempo? Che differenze abbiamo notato tra l’amicizia maschile e quella femminile? Come l’amicizia talvolta si è dissolta o deteriorata nel tempo? Come abbiamo messo fine alle amicizie che non apparivano più interessanti? Come abbiamo trasformato le nostre amicizie nel tempo, adeguandole allo sviluppo di ciascuno? Le risposte a queste domande ci aiutano a fare una storia del nostro modo di fare e di gestire l’amicizia. E poi ancora: siamo soddisfatti degli amici che abbiamo? Al momento, abbiamo degli amici che ci piacciono davvero? E soprattutto, abbiamo dei “veri amici”?

Forse potremmo scoprire che magari, rispetto al passato, abbiamo perso un po’ di smalto; che forse ci manca un contesto adeguato, come quello della scuola, in cui lasciar crescere l’amicizia mentre si è impegnati a lavorare fianco a fianco in un altro compito, così che l’amicizia nasca spontanea e senza fronzoli. Che forse la quantità di amici, magari cresciuta su Facebook, ha fatto perdere qualità al senso di amicizia, e che tanti amici poco amici non fanno un vero amico!

Allora possiamo decidere di ridare all’amicizia l’importanza che merita, selezionare con più attenzione i candidati amici, e stare attenti alle quattro modalità necessarie per lo sviluppo dell’amicizia: 1) aprirsi sinceramente un po’ per volta; 2) supportare l’altro emotivamente in maniera non giudicante; 3) contraccambiare l’ascolto e le attenzioni; 4) spendere tempo insieme in un modo reciprocamente soddisfacente, quindi con autoriflessività, con comprensione della mente altrui e con padronanza del proprio comportamento malgrado le emozioni.

Infine, possiamo decidere di scegliere i candidati amici sulla base delle nostre vere emozioni interpersonali di relazione specifica, tra persone che ci piacciono davvero come persone, e non per calcolo, né per sballo comune, né per interesse economico o carrieristico, né per disperazione.

Nota di psicologia della musica: consiglio di rileggere questo scritto con in sottofondo il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Rachmaninov, secondo movimento, adagio sostenuto.

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivista e comportamentale, presidente dell’Associazione italiana di psicoterapia cognitiva e sociale (AIPCOS), Napoli.

Felicità

postato da Nicoletta Carbone il 14.09.2011
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Che cosa è la felicità? Che cosa ci rende felici?

Ci sono tre errori che gli adulti fanno sulla felicità:

1) Dire a se stessi “sarò felice quando …”. La felicità non è una obiettivo che si ottiene nel futuro quando ottieni qualcosa o quando hai fatto qualcosa. O sei felice o non lo sei. “Un giorno” non arriva mai. Se non riesci ad essere felice adesso con quello che sei e con quello che hai non lo sarai nemmeno in futuro. Ovviamente avrai come tutti i tuoi momenti ma se aspetti il giorno che … aspetterai per tutta la vita.

2) Cercare di rendere felici gli altri per essere felice tu. Non funziona. Gli altri hanno la loro storia, le loro menate, problemi, modi … Peggio ancora aspettare che altri rendano felice te. Il trucco è fare il contrario, sii felice e condividi al tua felicità e vedrai che funziona.

3) Usare standard valutativi sbagliati come la tv, le riviste, i condizionamenti sociali o ricevuti da altri. Definisci la tua felicità, non potrai mai essere felice con modi altrui.

In poche parole la felicità è un prodotto che viene da dentro non da fuori. È uno stato mentale, una decisione che si deve allenare e coltivare tutti i giorni.

Il modo migliore è essere grati. Un ospite dell’Oprah show disse che tiene un Diario della Gratitudine, ogni sera prima di andare a letto scrive 5 cose di quel giorno di cui è grato. Non cose in generale come la vita, i figli eccetera ma di quel preciso giorno. Posso essere cose piccole come un buon caffè o grandi come una promozione ma devono essere di quel giorno. Per averne 5 tutti i giorni si deve stare attenti e cercare sempre anche nelle brutte giornate.

Ci sono due buone ragioni per essere felice. La prima è totalmente materialistica. Le persone felici hanno una produttività di risultati superiore del 56% rispetto agli “infelici”. La seconda è che si vive meglio.

A cura di Claudio Belotti, Coach

Le emozioni

postato da Nicoletta Carbone il 31.05.2011
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Le emozioni rappresentano una potente forma di conoscenza di noi stessi, degli altri e del mondo. A volte, tuttavia, non riusciamo a decodificarle efficacemente, né ad utilizzarle come bussola della nostra vita. In altri casi, addirittura, le emozioni ci sopraffanno e non siamo capaci di guidarle, né di esprimerle adeguatamente, né di modularle. Ne siamo travolti! Raramente può anche derivarne un effetto piacevole, ma più spesso l’effetto è disastroso. Questo è uno dei motivi per i quali alcune persone “chiudono” con le emozioni, ritenendole erroneamente pericolose o dannose di per sé. Cominciamo quindi un percorso di familiarizzazione con le emozioni, prima con le nostre e poi con quelle altrui, volto a sviluppare ulteriormente la nostra competenza emotiva. Innanzitutto, potremmo chiederci sistematicamente, almeno tre volte al giorno, come stiamo, cosa stiamo provando. E domandarci quale emozione è prevalente in noi in quel momento, cominciando dalle più facili e cioè: felicità, tristezza, rabbia, paura, disgusto, sorpresa, colpa e vergogna. Quel che troviamo dentro di noi possiamo cominciare a scriverlo su una specie di agenda, per disporre così di un piccolo monitoraggio delle emozioni prima quotidiano, poi settimanale, poi mensile. In questo modo cominceremo a sviluppare ulteriormente la nostra intelligenza emotiva, nelle sue principali componenti e cioè: saper percepire le emozioni, utilizzare le emozioni per facilitare il pensiero, comprendere le emozioni e gestire le emozioni. Insieme all’intelligenza emotiva, la consapevolezza delle proprie emozioni è infatti la prima delle abilità necessarie per la competenza emotiva. Numerose sono le competenze necessarie per una vita psicologicamente serena, tuttavia la prima in ordine di importanza sembra proprio essere quella emotiva, che non è né semplice né banale. Imparando ad approfondirla, ci si accorge che la competenza emotiva è invece molto articolata, utilissima nella vita di tutti i giorni e ricca di sfumature preziose. Infatti le persone che in genere ci piacciono di più sono proprio quelle maggiormente dotate di competenza emotiva. Torneremo su questo argomento per lavorare sul secondo passo: come fare ad aumentare le nostre abilità rispetto alle emozioni degli altri per noi significativi.

A cura del Dott. Francesco Aquilar, Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivista e Comportamentale.

Il perdono nella medicina cinese

postato da Nicoletta Carbone il 26.05.2011
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Un po’ tutte le medicine estremo orientali ed anche – ovviamente – molte tecniche analitiche (così come la religione) insistono su questo fatto: è necessario imparare a perdonare. Ricordo che la medicina cinese è una medicina  (spirito) psico – somatica e quindi  secondo questa filosofia medica le alterazioni energetiche si manifestano con sintomi sia sul corpo “che sulla mente”. Ad esempio i sentimenti che abbiamo associati alla mancanza di perdono sono sia psichici (ansia) sia psico fisici (insonnia) sia più squisitamente somatici (palpitazioni, squilibrio fra la parte alta del corpo – tonica – e la parte bassa del corpo – fredda e cellulitica). Che fare? Esistono dei punti che aiutano a “perdonare”. Si tratta del 7° punto del meridiano del polmone (si chiama Lie Que e significa riaggiustare qualcosa che si è alterato). Si trova 3 dita trasverse dietro la “tabacchiera anatomica” della mano sul  bordo del radio. Strisciare questo punto con la mano per 30 secondi finche non si arrossa (da entrambi i lati), a giorni alterni, aiuta a”perdonare” e quindi a vivere meglio (noi).

A cura del Dott. Corradin, Medico Chirurgo, Docente di Fitoterapia energetica e agopuntura.

  • Un esperto per amico




    Attilio Speciani


    Specialista in Allergologia e immunologia clinica

     

    www.eurosalus.com





    Prof. Alberto Luini


    Direttore della divisione di senologia dello IEO






    Tetsugen Serra


    Maestro Zen - Fondatore della Mindfulzen: la Via di Consapevolezza

     

    www.mindfulzen.it

     

    www.monasterozen.it





    Prof. Antonino Di Pietro


    Direttore del Servizio di Dermatologia dell'Ospedale di Inzago (MI)

     

    www.antoninodipietro.it





    Dott. Francesco Aquilar


    Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivista e Comportamentale

     

    www.aipcos.org





    Claudio Belotti


    Coach

     

    www.claudiobelotti.it





    Luigi Sutera


    Consulente d'immagine






    Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D.


    Presidente Assomensana

     

    www.assomensana.it





    Alessandra Rigoni


    Medico Chirurgo specialista in odontoiatria e ortodonzia a Milano






    Dott. Luca Avoledo


    Naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale.

     

    www.lucaavoledo.it

     

    www.studiodinaturopatia.it





    Dott. Fabio Rinaldi


    Specialista in dermatologia e venerologia, Presidente della Fondazione IHRF in Milano.

     

    www.studiorinaldi.com





    Prof. Alessandro Nanussi


    Responsabile del Centro di Gnato-posturologia e dolore cranio-faciale, Osp. S. Gerardo, Clinica Universitaria della Milano-Bicocca. Past president della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport.

     

    www.studiodentisticonanussicoraini.it





    Prof. Marco Temporin


    Medico Chirurgo. Specialista in Igiene e Medicina Preventiva.

     

    www.marcotemporin.it





    Daniele Belloni


    Insegnante di yoga, scrittore e giornalista

     

    www.spazioshanti.org





    Mauro Castiglioni


    Farmacista Cosmetologo esperto in preparazioni Galeniche. Consigliere all'Ordine dei Farmacisti di Milano. Consigliere Nazionale SI.F.A.P. (Società Italiana Farmacista Preparatori






    Andrea Fratter


    Ricercatore, Cosmetologo ed esperto di Nutraceutica
    Docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica, SIME di Roma e presso il Corso di Perfezionamento in Farmacia e Farmacologia Cliniche dell’Università di Padova






    Dott.ssa Adele Sparavigna


    Dermatologa a Milano e Monza
    Direttore ricerche cliniche Istituto Derming

     

    www.adelesparavigna.it





    Raffaella Cicogna


    Body&Mind Coach

     

    www.raffaellacicogna.com





    Carlo Cazzaniga


    Artigiano - Artista

     

    https://cutcarlocazzaniga.net/
    artigianeide.wordpress.com





    Ines Seletti


    Presidente Ass. Adas Fidas Parma - Consigliera Ass. Fidas Nazionale con delega alla comunicazione e alle nuove tecnologie - Consigliera Ass. Futura Parma

     

    www.fidas.it

     

    www.adasfidasparma.it


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