La felicità possibile nella società delle incertezze multiple

postato da Nicoletta Carbone il 17.12.2015
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Mio nonno ha combattuto nella Grande Guerra del 1915-18, lasciandomi una magnifica lunga testimonianza, in uno scritto autografo, di quei fatti terribili e in parte eroici; i miei genitori hanno vissuto, da adolescenti o poco più, la Seconda Guerra Mondiale, e mi hanno raccontato di quanto fu tremenda, dei bombardamenti subiti a Napoli dagli Alleati, e di come era la vita nel circondario in cui si rifugiarono da sfollati. Eppure vivevano in un’incertezza che sembra minore di quella vissuta oggi da molte persone. Più di quindici anni fa, due straordinari sociologi, Zygmunt Bauman e Richard Sennett, hanno espresso con saggezza profetica quel che stava avvenendo e quel che stava per accadere alle vite degli occidentali. Fin da allora, Bauman ha descritto la nostra società occidentale come “la società dell’incertezza”, in cui tutto può succedere e niente è dato per scontato e meno che mai per sicuro; mentre Sennett ha dimostrato come le tre parole d’ordine di un certo capitalismo, ovvero flessibilità, rischio e mobilità, possano condurre ad una “corrosione del carattere” delle persone, tale da poter condurre in alcuni casi ad un totale disorientamento. Entrambi hanno poi sviluppato nel tempo le loro geniali idee sociologiche, trovando conferme negli avvenimenti oltre che nelle ricerche.
Difatti, oggi ci troviamo di fronte a cambiamenti epocali che continuano a svilupparsi a velocità supersonica, in diversi ambiti:
1) Nelle vita romantica, con una frequente incertezza sentimentale che può rivoluzionare all’improvviso anche le esistenze apparentemente ben stabilizzate;
2) Nella vita sociale, con crisi lavorative, disoccupazione ricorrente, paura economica, mancanza di speranza nel futuro, impossibilità di fidarsi di istituzioni consolidate, come i partiti politici o le banche;
3) Nella vita sanitaria, con la spending review che costringe a spendere molti più soldi di prima in visite mediche e farmaci o analisi o esami non più pagati dallo stato;
4) Nella vita di relazione, con gli smartphone in tasca che ci connettono continuamente ai lontani e ci distraggono gravemente dai vicini, che comunque restano le persone più importanti, ma che spesso non si riesce più a coltivare come sarebbe necessario.

Inoltre, la minaccia di un terrorismo persino più imprevedibile di quello vissuto dagli italiani negli anni di piombo, modifica non solo il quotidiano ma anche le apparentemente banali aspettative di una vacanza ogni tanto, per la legittima paura di aumentare i rischi di trovarsi coinvolti in un attacco armato imprevedibile e a cui è impossibile resistere. Gli effetti psicologici di tutto questo possono diventare vieppiù angoscianti, con un circolo vizioso senza aiuti, anche perché per alcune persone, relativamente agiate fino al 2008, anno in cui è esplosa la crisi economica, persino la spesa della psicoterapia personale è diventata insostenibile, e si trovano a dover rinunciare a volte anche a questa fondamentale possibilità di incremento delle abilità personali, oltre che di risoluzione di specifici problemi psicologici. Quale felicità allora è possibile, in questa situazione? Una volta che assumiamo che non abbiamo controllo sui processi giganti che avvengono “sopra” di noi, e che comunque possiamo offrire in diverse forme il nostro contributo per far andare meglio le questioni sociopolitiche, dal punto di vista psicologico è possibile incrementare i tre aspetti della felicità identificati dallo psicologo Michael Argyle, vediamo come:
1) Appagamento: anche essere felici richiede impegno. Per sentirsi appagati occorre saper riconoscere ed esprimere adeguatamente le proprie emozioni e svolgere almeno un’attività significativa, nella quale trovare appagamento. Se non se ne trova a sufficienza nella prima attività scelta, si può puntare sulla seconda e vedere come va, e così via. Senza arrendersi.
2) Gioia: anche la gioia richiede impegno. Ad esempio nella scelta delle attività per il tempo libero o per il quotidiano dopo il lavoro, conviene selezionare le attività (e le persone) che siano fonte di gioia, utilizzando anche il vecchio precetto del profeta Qoèlet: “Lavora saggiamente e duramente dall’alba al tramonto, ma dopo il tramonto mangia, bevi e fai festa!”. Ma con chi faccio festa? E cosa faccio quando non ho la forza di far festa? E quando sento di non aver niente da festeggiare? Se questi pensieri sono ricorrenti occorre un aiuto psicoterapeutico, senza vergogna, o almeno qualche buon libro di auto-aiuto psicologico.
3) Assenza di angoscia: anche ridurre l’angoscia richiede impegno. E riconoscere le emozioni mettendole in relazione con le situazioni ricorrenti e con le azioni fatte. L’angoscia spesso è collegata ad emozioni non riconosciute o ad esperienze traumatiche non elaborate. Anche in questo caso occorre, se non bastano dei buoni libri di auto-aiuto, un lavoro psicoterapeutico. Inoltre, per evitare la legittima angoscia da preoccupazioni per la salute, occorre restare in contatto adeguato con il proprio medico.

Due libri per saperne di più: 1) Francesco Aquilar, Riconoscere le emozioni. Esercizi di consapevolezza e psicoterapia cognitiva. Con canzoni psicoterapeutiche, Franco Angeli; 2) Francesco Aquilar e Mauro Galluccio, La negoziazione internazionale come processo psicologico, Franco Angeli.

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale a Napoli, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva e Sociale (AIPCOS)

Le barriere alla felicità

postato da Nicoletta Carbone il 23.01.2015
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Si parla tanto di felicità, l’ho fatto anche io nel mio ultimo libro, proprio nel titolo.
Però, se ci pensi, la felicità è un concetto/emozione molto soggettiva. Per ognuno è una cosa diversa che cambia persino nell’arco della vita.
Una cosa è certa, i blocchi, cioè le barriere che ci separano dalla nostra felicità, sono molto simili, a tutte le età. Certo siamo tutti unici e irripetibili, quindi diversi, però io vedo tante similitudini ovunque vado nel mondo.
Per barriere non intendo cose esterne come soldi, un partner e così via… Intendo le risorse interne, così care a chi come me fa PNL. Tutto nasce da dentro, da chi sei, come sostengo nel mio primo libro edito da Sperling “la vita come TU la vuoi”.
Lo dimostra il fatto che, ci sono persone che sembrano aver tutto ma sono infelici, e altre che sembrano avere poco ma hanno la felicità.
Per renderla semplice parlerò di 5 barriere. Te le elenco così possiamo vedere se sei d’accordo con me.
1. Mancanza di autostima (auto-rispetto, auto-valorizzazione o come vuoi chiamarla tu).
Come puoi essere felice se non ti piaci? Nancy Cooklin nel suo libro appena uscito (intitolato “crea TE stessa”), parla di essere “encantada de conocerte”. Parla del passaggio che ha fatto tempo fa, durante il quale, ha deciso di essere bella e di piacersi. Come?
Prendendo responsabilità di sé stessa e smettendo di credere alle bugie/giudizi altrui. Per capire meglio leggi il suo libro, è scritto per le donne ma anche noi maschietti possiamo imparare qualcosa.
2. A causa del primo fattore, si cerca continuamente l’approvazione altrui. Si cambia per piacere perdendo se stessi.
L’unico modo per essere felice è essere chi sei. Certo, dobbiamo convivere con gli altri, ma un conto è essere educati un altro è interpretare parti che non ci piacciono. Gli altri hanno sempre aspettative e richieste su come devi essere ma, come dice Joel Olsteen, meglio deludere le aspettative degli altri che ti vorrebbero diverso piuttosto che deludere quelle di Dio che ti ha fatto come sei.
3. Mancanza di una direzione per la propria vita.
È un concetto base nel modo di pensare del Dr. Bandler, co-fondatore della PNL, che io condivido. Gli obiettivi sono importanti ma possono cambiare e non sempre danno la felicità.
Meglio dare una direzione alla tua vita, ti porterà lontano, molto più lontano di dove puoi immaginare. Decidi quale è la tua stella polare e seguila. Ti aiuterà a superare i momenti difficili, a essere allineato con te stesso; ti porterà lontano e soprattutto dove vuoi andare tu.
4. Mancanza di scopo, il mio cavallo di battaglia!
Lo scopo è il perché fai quello che fai, che secondo me è alla base di tutto.
Lo scopo ti dà forza, motivazione e un senso. Troppi coach pensano solo agli obiettivi e/o alla visione. Alcuni non sanno nemmeno cosa sia uno scopo!
Lo stesso vale per le aziende. Perché fai quello che fai? Al servizio di chi/cosa vivi, lavori, ti impegni?
Chi ha risposte a questa domanda vive meglio, qualsiasi sia la situazione in cui vive.
5. Mancanza di priorità.
In una vita sempre più complessa non hai tempo per tutto, sempre. Devi scegliere cosa lasciar fuori. Se ti manca autostima, se cerchi sempre l’approvazione, se non hai direzione e soprattutto ti manca uno scopo, sarai sempre alla mercé della situazione, delle priorità altrui, delle cose che accadono.
E nel frattempo la tua vita passerà…
Chi ha queste cose ben chiare ha una vita di qualità, ecco perché è felice.
Non dico nulla di nuovo, è scritto in tutti i testi sacri. I filosofi lo dicono da sempre, sono concetti quasi ovvi.
E per questo spesso dimenticati.

A cura di Claudio Belotti, Coach

Chi è felice è più sano e produce di più

postato da Nicoletta Carbone il 12.11.2013
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Joseph McClendon, il braccio destro di Tony Robbins, ha da poco pubblicato il suo libro “get happy now”. In questo testo dice che

•   La felicità può essere imparata.

•   La felicità accelera il successo (e non viceversa).

•   La felicità aumenta l’energia vitale (e non viceversa).

•   La felicità aumenta la durata della vita.

•   La felicità funziona come legge dell’attrazione.

•   La felicità è contagiosa.

•   Puoi abituarti ad essere felice.

Mi dirai che è ovvio che uno che vive al fianco di Tony Robbins la pensi così. Forse penserai che sono americanate da “venditore di pentole” (come scrivevo in un altro articolo alcuni chiamano Robbins). Sono americanate di sicuro, visto che il Dottor Shawn Achor della Harvard University ha dimostrato che la felicità rende più produttivi. Bello no? Prima lo si pensava, ora c’è la prova scientifica. L’altra buona notizia è che tutti, persino gli accademici, concordano sulla relazione tra felicità e “scopo”. Le persone felici sono tali perché hanno uno scopo. Nel suo libro “il vantaggio della felicità” il dottor Achor dice “una mente positiva ha un vantaggio unico rispetto a una stressata o negativa”. Ce lo dice anche il buon senso, ma sapere che finalmente è stato dimostrato mi ha fatto molto piacere. Ho riportato gli studi di Achor nel mio audiolibro prima che il suo testo fosse tradotto e sono felice che ora il libro sia disponibile in italiano. Anche le ricerche del professor Roy Baumeister ci confermano che la relazione tra felicità e scopo è importante. Quando parli con le persone di felicità spesso pensano a momenti, attimi di piacere che purtroppo non durano. La quotidianità, i problemi, le cose da gestire, anche la sola stanchezza fisica, sembrano prendere poi il sopravvento. Le filosofie antiche, i testi sacri e le nuove ricerche ci dicono che si può essere davvero felici per tanto tempo, persino per tutta la vita. Non si tratta di attimi di piacere, ma di vera felicità. Forse però dobbiamo ridefinire il concetto e il significato della parola. Se lo intendiamo come “vivere una vita motivata da scopi straordinari”, allora è possibile vivere felici. Quando hai uno scopo, delle ottime ragioni, dei “perché” fai quello che fai, i problemi e i “giorni no” ci sono ancora, ma non ti tolgono quel senso di pienezza e soddisfazione che arriva dall’essere guidati dal tuo scopo. Lo sapevamo e ora è confermato. Scopo e felicità vanno a braccetto. Cioè non puoi essere felice se non vivi (e fai le cose), per delle buone ragioni. Questo vale sia nella vita privata sia in quella professionale. Pensa a una persona di successo nel mondo del business e troverai qualcuno che ha uno scopo ben chiaro, grazie a questo adora fare quello che fa, e produce risultati straordinari. Il problema è che a scuola non ce l’ha insegnato nessuno e che da adulti nessuno ce lo ricorda. Devi fare qualcosa tu per tenerti allenato alla felicità, l’alternativa è lasciarti condizionare dal negativo. È una questione di abitudine, come in tutte le cose. Ti ho già consigliato il libro di Joseph, quello di Achor è bellissimo. Il mio audiolibro è pratico e semplice. Poi c’è il mio nuovo libro che guarda a caso si intitola “prendi in mano la TUA felicità”. TUA è in maiuscolo perché è la TUA, cioè a modo tuo non mio, di tua mamma o di Papa Francesco. Oppure usa il tuo buon senso. Non ha bisogno di Joseph, Achor, me o altri. Fai più cose che ti rendono felice e meno di quelle che non ti rendono felice. Per quest’ultime (cioè quelle che non ti rendono felice) quando proprio non puoi evitare di farle, trova il modo di renderle piacevoli. Ci sono tanti modi per farlo.

A cura di Claudio Belotti, Coach

Chiedimi se sono felice

postato da Nicoletta Carbone il 22.10.2013
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Non parlo del film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Mi riferisco allo studio pubblicato sul World Happiness Report. Ultimamente la felicità è un argomento in voga. Cosa è la felicità? Ognuno ha la sua definizione, o meglio, tutti sappiamo se/quando siamo felici, ma facciamo fatica a dare un definizione universale. La cosa curiosa è che nonostante tutte le cose che abbiamo noi, che viviamo nei paesi ricchi, siamo meno felici. Ormai ti ho già annoiato con il principio della sequenza sbagliata. Il problema è che a molti di noi è stato detto che avere porta ad essere. Cioè avere successo (o le cose che vuoi), ti renderebbe felice. La sequenza è sbagliata, è inversa. La verità, riportata dalle maggiori religioni, ma anche dagli ultimi studi, è che essere felice ti porta ad avere successo (o quello che vuoi). Ritorno alla domanda, che cosa è la felicità? La definizione scientifica più comune è “benessere soggettivo”. Un bel modo per dire tutto e niente. Di fatto tu sei l’unico a sapere cosa è la felicità per te. Io, e non sono il solo, ritengo che sia uno stato d’animo che hai se vivi una vita allineata al tuo scopo, a chi sei veramente e cosa è importante per te. Purtroppo la maggioranza delle persone non è allineata e non sa nemmeno quale sia il suo scopo, valori e obiettivi!

Il grande Martin Seligman ha studiato cosa è la felicità e ha concluso che è una composizione di tre ingredienti:

- piacere, cioè l’emozione di stare bene,

- coinvolgimento, cioè sentirsi motivati e/o parte di qualcosa,

- significato, cioè dare un senso “positivo”, alle cose.

La ricerca fatta dice che molti di noi capiscono questi concetti, ma solo a livello razionale, non emotivamente. Questo non aiuta molto, non si può essere felici solo a livello razionale. Non a caso chi cerca solo il piacere (il primo ingrediente), ha momenti di benessere ma non è felice. Mentre chi ha tutti e tre gli ingredienti, ha una vita ricca di soddisfazione. Non solo, secondo le ricerche fatte dalla Harvard Business University, le persone felici sono più produttive, più sane, lavorano meglio, guadagnano di più e tante altre belle cose! Ma, andiamo sul pratico. Si può comprare la felicità? Ci sono modi per avere tutti e tre questi  “ingredienti”? Secondo uno studio fatto dalla University of British Columbia e da Harvard, che io ho riportato  nel mio audiolibro, sì. Basterebbe, secondo gli studi  fatti, fare quello che fanno le persone felici. Le persone felici invece di comprare cose, comprano esperienze. Crescono con viaggi, corsi, attività… Condividono queste esperienze con altre persone, facendole diventare così, ancora più magiche. In questo modo investono su se stessi, coltivano le loro passioni, sogni e obiettivi. Nello stesso tempo, con l’esempio o in altri modi, aiutano altri a fare lo stesso.

A cura di Claudio Belotti, Coach

La forza della vulnerabilità

postato da Nicoletta Carbone il 20.11.2012
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Ho passato tutta la mia infanzia a cercare di essere come gli altri, che ai miei occhi erano meglio di me. Ho cercato di non soffrire.

Da adolescente ho fatto di tutto per non essere in una situazione imbarazzante. Con le ragazze ero una frana, avevo troppa vergogna.

Alle superiori facevo le stagioni estive in albergo, prendendo letteralmente calci nel culo, senza batter ciglio. Non a caso il servizio militare nei Parà, è stato quasi una passeggiata.

Mi hanno insegnato che ero un ometto e non dovevo piangere. Mi hanno detto di esser forte. Se avevo mal di pancia, alla seconda volta che lo dicevo, mi veniva fatto notare che lo avevo già detto.

Il mio primo amore, che era una gran cotta, ma sembrava amore allora, mi ha insegnato che donarmi portava sofferenza. A quell’età, non potevo capire che quel tradimento non aveva nulla a che fare con me.

Sono andato avanti così per un po’, poi ho trovato i miei veri maestri.

Uno è uno dei più grandi nel mio settore. Parla delle sue paure, si emoziona, sbaglia e lo ammette…

Un altro è mia moglie Nancy. Sangue caldo, passionale, che considera la vulnerabilità un pregio e lo dimostra nei fatti…

Grazie a loro sono cambiato. O meglio, sono tornato quello che sono. Da bambino ero così, l’educazione mi ha “rovinato”.

Per non soffrire, ho “devitalizzato” il mio sistema nervoso che, ovviamente, sentiva poco dolore ma anche poco del resto…

Ho passato tre giorni, all’ultimo corso di Public Speaking, a convincere i partecipanti a “mettersi a nudo” davanti all’audience. Gli umani amano l’umanità nelle persone quindi perché nasconderla?

La nascondiamo per paura, dimenticandoci che se la lasciamo uscire la paura scompare.

Sì, lo so, qualcuno si approfitterà della tua vulnerabilità. Per prendere una carezza devi porgere la guancia, e potresti prendere una sberla. In quel caso, consiglio di non porgere l’altra, meglio andare via e cercare chi si merita quello che hai da offrire.

Sono felice. Lo sono anche adesso. Sai perché? Perché quando lasci che le emozioni escano, quando sei vulnerabile perché ti metti a nudo ti accorgi di essere felice. Di essere vivo.

A cura di Claudio Belotti, Coach

Gentile dottoressa, è vero che fare sesso fa diventare più bella la pelle? Il mio ragazzo sostiene di sì…

postato da Nicoletta Carbone il 27.07.2012
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Simpatici questi uomini….adesso la buttano sulla vanità femminile…Anni fa parlavano di “prova d’amore”, e oggi… ti convincono dicendo che diventi più bella!
Però ha ragione, il suo ragazzo. Fare sesso rende più bella la pelle sia perché una buona attività sessuale contribuisce a una ottimale produzione di ormoni (e qua entriamo anche nel campo della psico-neuro- endocrinologia!) – e questo spiega anche come mai un tempo la medicina popolare sostenesse che “col matrimonio si regolarizza tutto”. Ma ci sono moltissimi altri fattori concomitanti. Per esempio le cellule cutanee sono in grado di produrre endorfine, e possiedono anche recettori per neuropepidi prodotti dal cervello. Questo concetto complicato si traduce con un semplice risultato: il cervello, i pensieri, “parlano” all’organo-cute. L’attività sessuale, o, meglio, una buona e soprattutto gratificante attività sessuale, è in grado di produrre uno scatenamento biochimico, con produzione di neuropeptidi dall’azione finale abbellente. E poi, mi lasci dire che il sesso bello e gioioso ci rende anche più felici. E la felicità, mi creda, si stampa sulla pelle!

Dimmi con chi vai

postato da Nicoletta Carbone il 26.07.2012
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È un argomento trito e ritrito ma lasciamene parlare ancora per una volta (e prometto che non sarà l’ultima!). Capita di arrivare in un punto della tua vita, magari uno di quei compleanni con lo zero, nel quali ti chiedi “come sono arrivato qui?”.

Ricordo una bellissima canzone dei Talking Heads, dove succede questo.

Concordiamo sul fatto che non puoi sempre fare quello che vuoi, ma come può capitare di prendere una strada che ti porta dove non vuoi essere?

Sicuramente il primo fattore sono le decisioni che prendi. Non solo quelle importanti come che lavoro fare, dove vivere, cosa studiare… ma anche quelle piccole, quelle di tutti i giorni come cosa mangiare, leggere, guardare…

Poi c’è una delle più importanti, con chi passo il mio tempo? Cioè i momenti della mia vita?

Il grande Jim Rohn diceva di porsi tre domande:

1) “Con chi vado in giro?”. Hai avuto modo di valutare tutti coloro che ti influenzano in qualche modo?

2) “Cosa fanno queste associazioni per me?”. E’ una domanda importante da porsi. “Che cosa mi hanno fatto fare, ascoltare, leggere, pensare e sentire?”. Devi fare una considerazione seria di come gli altri ti influenzano.

3) “Vanno bene?”. Forse hai solo “associazioni” (come le chiamava lui) positive, o forse no. L’idea è di valutarle, sono cose importanti!

Fatto questo, consigliava di agire, in funzione delle risposte che ti sei dato e di come vuoi che la tua vita sia.

Ecco i suoi consigli:

1) Dissociati. Questa è una decisione difficile, da prendere quando necessario, ma in alcuni casi può essere essenziale. A volte l’unico modo per non lasciarsi influenzare negativamente da alcune persone è non frequentarle proprio.

2) Limita il tempo che passi con loro. Non sempre possiamo tagliare il rapporto. A volte queste persone fanno parte della nostra famiglia, o siamo “obbligati” a vederle per lavoro o altro. In questi casi meglio vederle lo stretto necessario. Meno le vediamo meno ci influenzeranno.

3) Allarga il giro di persone che frequenti. Questa è la scelta più efficace. Più persone straordinarie conosci e frequenti, e più stimoli avrai.

Il gruppo dei pari è un concetto noto, conosciuto, di cui parliamo in tantissimi. Nonostante questo ci sono poche persone che prendono la briga di frequentare chi può rendere la loro vita migliore. Spesso per pigrizia, altre volte perché ci sia affida al caso, altre perché si ha paura di perdere, invece di pensare a cosa si “guadagna”.

Molti sanno che la mia vita è cambiata grazie alle persone che ho conosciuto ai corsi di formazione. Ho incontrato: amici, maestri, mentori… Uno di questi amici è ora mio cognato. Sì, mi sono innamorato perdutamente di sua sorella e venerdì scorso abbiamo festeggiato i nostri primi dieci anni di matrimonio…

Se fossi rimasto nel mio quartiere, nel mio palazzo, nel mio stagno, avrei fatto meno fatica. Conoscevo i fondali, l’acqua non aveva sbalzi di temperatura e conoscevo anche tutti i pesci.

Non ho proprio tutto quello che voglio, ma ho tanto, tantissimo…

Molto è merito delle persone che mi circondano, con il loro esempio e insegnamento mi hanno fatto capire e mi hanno mostrato cose che non conoscevo.

Creati tu un gruppo di persone con cui crescere. Ce ne sono tantissime. Basta cercarle.

A cura del Dott. Belotti

Progettare e monitorare la felicità

postato da Nicoletta Carbone il 02.02.2012
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Che cosa ci fa sentire felici? Sembra troppo semplice, ma sono soprattutto le interazioni sociali positive a fornire felicità. Spesso non siamo tanto bravi a prevedere quello che ci farà felici: anche una promozione, un aumento di stipendio, il partner dei nostri sogni o la macchina nuova, che credevamo ci avrebbero reso felici e per i quali ci siamo tanto impegnati, dopo un po’ possono non rappresentare più nulla di particolare, sembrano una banale normalità (e a volte magari si rivelano un inferno). Gli studiosi di felicità (che sono soprattutto psicologi sociali, sociologi e psicoterapeuti) distinguono alcuni settori nei quali possiamo cercare e progettare la felicità. Fra questi:
1)  Amore romantico. Come va la nostra relazione d’amore? Funziona bene o ci dà disturbo e preoccupazione? Vogliamo cambiare partner? Se non vogliamo, cosa possiamo fare per nutrire ogni giorno la nostra relazione d’amore?2)  Interazioni sociali. Come va con i nostri amici e i nostri colleghi? Possiamo organizzare un piccolo evento con le persone che ci piacciono davvero, e tentare di godercelo? Vale la pena di fare uno sforzetto, magari ne saremo contenti dopo.
3) Creatività. Stiamo dedicando un po’ di tempo alla creatività che ci piace? Fare un quadro, scrivere una poesia, suonare la chitarra, costruire un mobiletto o abbellire la casa: ci stiamo consentendo un po’ di tempo per la nostra creatività?
4) Salute e cure personali. Ci stiamo trattando bene o male? Saremmo contenti se un nostro amico trattasse se stesso come noi stiamo trattando noi stessi in questo periodo? Facciamoci una carezza e dedichiamo un po’ di tempo anche a noi e alla nostra salute.
5) Relazioni familiari. C’è qualcuno in famiglia che ci piace? Se abbiamo figli, abbiamo dedicato loro quell’attenzione necessaria per le persone importanti, o li teniamo parcheggiati da qualche parte? Divertiamoci un po’ con loro.
6) Auto-efficacia e lavoro. Ci sentiamo sufficientemente competenti in quel che facciamo, o abbiamo bisogno di un aggiornamento personale e/o professionale? Confermiamo tipo e modo del nostro lavoro, o abbiamo bisogno di un cambiamento possibile e ragionevole?
7) Significato. Come va con le scelte generali dell’esistenza? Confermiamo la strada che abbiamo percorso finora, o c’è bisogno di cambiamenti radicali? Oppure basta rimettere in gerarchia gli obiettivi e dedicare più spazio a quel che ci interessa davvero?
Possiamo cominciare un percorso di consapevolezza sulla nostra felicità, e occuparci dieci minuti al giorno di progettarne un pezzetto e di monitorare come siamo riusciti a realizzarla giorno per giorno. La felicità è più semplice di quanto si creda, ma richiede autoriflessività, comprensione della mente altrui e padronanza di sé. Cominciamo ad allenarci, non abboccando al senso di inutilità suggerito dalla depressione.

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivista e comportamentale, presidente dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva e Sociale (AIPCOS), Napoli.

Psicologia per la felicità contro la depressione

postato da Nicoletta Carbone il 20.01.2012
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Può sembrare fuori luogo parlare di felicità in un periodo di così grande crisi economica, politica e per certi aspetti anche morale, eppure è proprio in questi periodi “bui” che si pongono le premesse per occuparsi contemporaneamente sia di sé stessi che delle variabili sociali. Da molti anni alcuni psicologi e psicoterapeuti, specie cognitivisti, si occupano di studiare questi aspetti. Intanto, secondo le ricerche passate tempo fa in rassegna dallo psicologo inglese Michael Argyle, la felicità sembra composta da tre aree principali:

1) Appagamento (che può svilupparsi in differenti settori dell’esistenza);
2) Gioia (che si può considerare come episodica, oppure come costantemente sottostante ai cambiamenti quotidiani di umore;
3) Assenza di angoscia (considerata come composta da ansia e depressione).

A questi tre elementi, ovviamente, si associa la buona salute o comunque l’assenza di malattie realmente invalidanti. I rapporti sociali forniscono numerosi elementi di felicità, se sono positivi, perché tendono a ridurre lo stress, ad aumentare l’autostima, a ridurre l’intensità e la frequenza delle emozioni negative e a consentire alle persone di ricevere aiuto nella risoluzione dei problemi. Ciò vale non solo nel tempo libero, ma anche nei rapporti di lavoro. Per quanto sembra che circa il 50% della felicità percepita sia dovuta a cause genetiche e il 10% alle circostanze di vita, resta un 40% che in qualche modo dipende da noi. Monitorare il proprio livello di felicità e agire per aumentarlo, fra l’altro, aiuta a prevenire e a gestire le fasi di depressione. Per far questo, possiamo prendere in considerazione i settori nei quali la felicità può essere aumentata:

1) Relazioni sociali e relazioni intime;
2) Lavoro o studio (inteso come aumento di competenze personali);
3) Svago (che sia realmente gradevole rispetto alle preferenze di ciascuno e non “obbligatorio”);
4) Significato (ovvero selezionare e portare avanti attività che soddisfino gli scopi morali di ciascuno).

Possiamo quindi decidere di occuparci ogni giorno, oltre che delle incombenze necessarie, anche di nutrire la nostra legittima felicità, anche smettendo di compararci continuamente agli altri, rendendo il nostro lavoro significativo (oppure dedicandoci in aggiunta al lavoro ad una attività di studio che aumenti le nostre competenze), sviluppando le relazioni personali e intime, e soprattutto ricordandoci frequentemente della gratitudine che proviamo verso le persone che ci danno una mano (che sono spesso molte di più di quel che crediamo).
Per saperne di più: Francesco Aquilar & Maria Pia Pugliese, “Psicoterapia cognitiva della depressione“, Edizioni Franco Angeli, 2011. 

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivista e comportamentale, presidente dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva e Sociale (AIPCOS),  Napoli.

Leadership e gioco di squadra

postato da Nicoletta Carbone il 29.09.2011
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I problemi sono parte della vita e se tutto va bene ne abbiamo sempre di più grandi. Significa che stiamo crescendo. Pensare che la felicità sia assenza di problemi è una follia. Prima di tutto non funziona così, le persone felici hanno problemi e non averli (che è impossibile) porterebbe solo alla noia e all’involuzione. Tutti siamo fieri di quello che siamo per le difficoltà, sfide e momenti difficili che abbiamo superato. Nello sport le imprese sono quelle sofferte, combattute, guadagnate… Una cosa è certa possiamo superare le sfide e i limiti solo con l’aiuto degli altri. Ci sono diverse ragioni per cui un Leader ha bisogno di un buon team, eccone tre:

1. Avere aiuto:

Machiavelli disse che il primo modo per valutare l’intelligenza di qualcuno è quella di notare da chi si circonda. Da solo puoi fare tanto, con la giusta squadra tutto.

2. Per avere una comunità, una tribù con cui condividere i tuoi momenti:

la vita, la felicità è fatta di momenti. Viverli da solo serve a poco, tutti alla fine si ricordano qualche momento magico e le persone con cui ha condiviso le emozioni. A cosa serve aver successo in totale solitudine?

3. Per avere un’organizzazione che cresce e ti fa crescere:

un mio collega americano dice che le organizzazioni di successo hanno queste caratteristiche:

-       un processo di selezione naturale che attrae persone straordinarie,

-       una cultura specifica, diffusa e basata sui valori,

-       regole chiare e condivise,

-       qualcosa di diverso, di extra,

-       una visione che appassiona.

In questi giorni ci sono molte emergenze c’è bisogno di leadership e di gioco di squadra.

A cura di Claudio Belotti, Coach

  • Un esperto per amico




    Attilio Speciani


    Specialista in Allergologia e immunologia clinica

     

    www.eurosalus.com





    Prof. Alberto Luini


    Direttore della divisione di senologia dello IEO






    Tetsugen Serra


    Maestro Zen - Fondatore della Mindfulzen: la Via di Consapevolezza

     

    www.mindfulzen.it

     

    www.monasterozen.it





    Prof. Antonino Di Pietro


    Direttore del Servizio di Dermatologia dell'Ospedale di Inzago (MI)

     

    www.antoninodipietro.it





    Dott. Francesco Aquilar


    Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivista e Comportamentale

     

    www.aipcos.org





    Claudio Belotti


    Coach

     

    www.claudiobelotti.it





    Luigi Sutera


    Consulente d'immagine






    Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D.


    Presidente Assomensana

     

    www.assomensana.it





    Alessandra Rigoni


    Medico Chirurgo specialista in odontoiatria e ortodonzia a Milano






    Dott. Luca Avoledo


    Naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale.

     

    www.lucaavoledo.it

     

    www.studiodinaturopatia.it





    Dott. Fabio Rinaldi


    Specialista in dermatologia e venerologia, Presidente della Fondazione IHRF in Milano.

     

    www.studiorinaldi.com





    Prof. Alessandro Nanussi


    Responsabile del Centro di Gnato-posturologia e dolore cranio-faciale, Osp. S. Gerardo, Clinica Universitaria della Milano-Bicocca. Past president della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport.

     

    www.studiodentisticonanussicoraini.it





    Prof. Marco Temporin


    Medico Chirurgo. Specialista in Igiene e Medicina Preventiva.

     

    www.marcotemporin.it





    Daniele Belloni


    Insegnante di yoga, scrittore e giornalista

     

    www.spazioshanti.org





    Mauro Castiglioni


    Farmacista Cosmetologo esperto in preparazioni Galeniche. Consigliere all'Ordine dei Farmacisti di Milano. Consigliere Nazionale SI.F.A.P. (Società Italiana Farmacista Preparatori






    Andrea Fratter


    Ricercatore, Cosmetologo ed esperto di Nutraceutica
    Docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica, SIME di Roma e presso il Corso di Perfezionamento in Farmacia e Farmacologia Cliniche dell’Università di Padova






    Dott.ssa Adele Sparavigna


    Dermatologa a Milano e Monza
    Direttore ricerche cliniche Istituto Derming

     

    www.adelesparavigna.it





    Raffaella Cicogna


    Body&Mind Coach

     

    www.raffaellacicogna.com





    Carlo Cazzaniga


    Artigiano - Artista

     

    https://cutcarlocazzaniga.net/
    artigianeide.wordpress.com





    Ines Seletti


    Presidente Ass. Adas Fidas Parma - Consigliera Ass. Fidas Nazionale con delega alla comunicazione e alle nuove tecnologie - Consigliera Ass. Futura Parma

     

    www.fidas.it

     

    www.adasfidasparma.it


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