A piedi nudi su un prato

postato da Nicoletta Carbone il 01.08.2013
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Se ci siamo concessi il piccolo piacere di essere a piedi nudi su un prato, proviamo a fare un paio di esercizi semplicissimi. Ci mettiamo in piedi, flettiamo un po’ le ginocchia, ci sentiamo per un momento. Com’è l’appoggio dei piedi a terra? Com’è la sensazione dell’erba sotto le piante dei piedi? Quanto ci sentiamo radicati?

Proviamo a fare una sorta di “massaggio” dei piedi stando in posizione eretta: cominciando con il piede sinistro, solleviamo il tallone e pigiamo con tutto il peso sull’avampiede, dondolandolo come se stessimo schiacciando un mozzicone di sigaretta, molleggiandoci sulla gamba, sempre tenendo le ginocchia flesse. Respiriamo, cercando di portare la nostra attenzione al piede. Dopo un paio di minuti lo posiamo e sentiamo con gli occhi chiusi la differenza di sensazioni tra un piede e l’altro. Probabilmente sentiremo di più le dita, come se fossero più aperte.

Riapriamo gli occhi e passiamo alla seconda parte: il massaggio dell’avampiede con le dita piegate in sotto. Di solito non siamo abituati a sentire le dita dei piedi, e in questa posizione potranno emergere dei doloretti o delle tensioni alle dita. Cerchiamo di starci per minuto e poi appoggiamo di nuovo il piede a terra e a occhi chiusi sentiamo le sensazioni che ne emergono.

Passiamo all’altro piede, massaggiandolo nella stessa modalità. Solleviamo il tallone del piede destro e pigiamo con tutto il peso sull’avampiede, dondolandoci e molleggiandoci sul piede. Dopo un paio di minuti lo posiamo e sentiamo con gli occhi chiusi la differenza tra un piede e l’altro.

Riapriamo gli occhi e passiamo al massaggio dell’avampiede con le dita piegate in sotto. Anche in questo caso cerchiamo di starci per minuto e poi appoggiamo di nuovo il piede a terra e a occhi chiusi sentiamo le sensazioni che ne emergono e in particolare la differenza di esperienza avendo cambiato piede: in termini di appoggio, stabilità, senso dell’equilibrio.

È normale infatti che possa esserci una differenza tra sinistra e destra: le nostre due parti del corpo non sono infatti perfettamente uguali e ci possono essere leggere asimmetrie laterali, di cui ci rendiamo conto più facilmente se siamo in condizione di porvi attenzione. Alla fine sentiamo di nuovo il nostro appoggio a terra, confrontandolo rispetto a quando abbiamo cominciato. Immaginiamo che dalle piante dei nostri piedi partano delle radici che s’immergono nel terreno e ci permettono di sentirci davvero radicati, come forse mai prima nella nostra vita.

Cominciamo a lasciarci scendere piano verso il basso in un piegamento in avanti, respirando lentamente. Prima appoggiamo il mento sul petto, lasciamo che la testa scenda portandosi dietro le spalle e la schiena, e lentamente, flettendo un po’ di più le ginocchia, arriviamo a toccare terra con le mani, appoggiandole davanti ai piedi. Ci dondoliamo un po’ su una gamba e sull’altra, ci molleggiamo, e sempre respirando piano scendiamo anche con le ginocchia a terra e poco per volta ci allunghiamo in avanti, per arrivare a essere completamente distesi sul prato, a pancia in giù, con le braccia larghe, le gambe larghe, il visto appoggiato sull’erba. Restiamo così, respirando piano, e sentiamo com’è. Sentiamo come stiamo, sentiamo le sensazioni nel corpo, la sfumatura emozionale che emerge nel qui e ora. Sentiamo com’è, semplicemente, stare in contatto con tutto il corpo sul prato.

Ci mettiamo su un fianco e piano piano rotoliamo di lato, andando a metterci in posizione supina. Di nuovo sentiamo com’è. Alziamo le gambe, stendendole verso l’alto; poi portiamo le ginocchia al petto, ci dondoliamo di lato utilizzando il peso delle ginocchia verso destra e verso sinistra, su un fianco, sull’altro, e sentiamo com’è. E permettiamoci di far uscire i nostri suoni.
Poi muoviamo di nuovo le gambe, torniamo a sdraiarci, ci rilassiamo e sentiamo come stiamo.
E poi ci mettiamo di nuovo su un fianco, sentiamo ancora una volta com’è il contatto con la terra, e lentamente ci rialziamo. Facciamolo tutte le volte che possiamo: permettiamo di lasciarci andare, di perdere un po’ il controllo…

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di bioenergetica e formatrice

C’è una stagione per scrivere il cv?

postato da Nicoletta Carbone il 30.07.2013
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“Non c’è che una stagione: l’estate! Tanto bella che le altre le girano intorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla”.

Per il cv l’estate è la stagione ideale?
Dal punto di vista della ricerca del lavoro in senso classico l’estate non è la stagione migliore: gli annunci calano, vengono ripetuti. Le aziende e soprattutto le persone che le costituiscono pensano anch’esse a terminare gli impegni e i progetti in corso in modo da concedesi un periodo di vacanza. Le newsletter, le comunicazioni di vario tipo (articoli, rubriche, trasmissioni televisive e radiofoniche, etc.), i convegni vengono sospesi per lo meno nel mese di agosto, se non da metà luglio a metà settembre.

Quello che non va mai in vacanza è internet, la comunicazione tra individui, i pensieri, le idee, le “strategie”.
Mi sento quindi di dare due ordini di suggerimenti:
1) fare networking
2) prepararsi al mercato.
Sono due attività diverse e complementari, a volte anche sequenziali.
Se ho già deciso cosa sto cercando e ho definito un piano (che comprende anche un cv, tra le altre cose) posso usare l’estate per parlare con persone del mio network diretto o indiretto e diffondere la mia proposizione: cosa so fare e cosa sto cercando oppure cosa posso offrire e a chi.

Se non ho ancora definito un piano posso usare l’attività di networking in modo diverso: per farmi un’idea del mercato, delle persone che mi possono consigliare o aiutare in altri modi: presentandomi altre persone o dandomi delle idee o degli esempi.
In più posso raccogliere le idee e strutturarle. Posso fare un lavoro di analisi, autoanalisi, ripensamento, riflessioni su di me e sulla mia vita professionale.
Il fatto di staccarsi dal lavoro – anche fisicamente – dovrebbe aiutare a guardarsi dal di fuori e a fare un bilancio in modo innanzitutto da decidere se è il momento di riprendere in mano la propria vita professionale e non solamente lasciarla scorrere.

Detto ciò non vuol dire che si debba necessariamente cambiare.
Si possono elaborare tante strade: rimanere all’interno dell’azienda per cui si lavora ma puntare a dei cambiamenti o avanzamenti interni.
Uscire dall’azienda per andare un’altra a fare lo stesso lavoro.
Cambiare proprio lavoro estendendo le proprie responsabilità.
Prendersi una pausa per un aggiornamento professionale o decidere di farlo mentre si lavora ma organizzandosi per …
Decidere di investite su una lingua o su una competenza professionale con settembre…

Si può anche pensare in modo strutturato a quanto fatto in termini ruolo e realizzazioni per iscritto, con approfondimenti anche di tipo numerico, lungo tutta la propria storia professionale e magari con l’aiuto di un occhio esterno e professionale, decidere di mettere a punto una nuova versione del proprio cv.
Non voglio suggerire di usare le vacanze per il lavoro ma per se stessi sì, mi sembra sia un buon suggerimento.

A cura di: Ing. Cristina Gianotti – Business Coach – Specialista in mercato del lavoro www.cristinagianotti.it – Cristina.gianotti@tiscali.it

Lo stress: come affrontarlo in città

postato da Nicoletta Carbone il 29.07.2013
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Anche vivendo in una città, ovvero in un ambiente che per lo più è molto stressante, possiamo concederci dei momenti nei quali nutrirci di quell’energia che soltanto le cose vive ci possono dare. Troppo spesso trascuriamo questo aspetto e pensiamo che la vita di città non comporti alcuna possibilità di un contatto con la natura. Cerchiamo invece di non perdere le occasioni per approfittare di un po’ di verde: parchi e giardini, ma anche un angolo di prato sotto casa.

Natura vivente vuol dire mondo vegetale e mondo animale. Anche un semplice prato con degli alberi può diventare la cornice per delle esperienze di contatto con esseri viventi, piccolissimi come un fiore o uno stelo d’erba, oppure grandi come un albero, e conoscerci di più attraverso questo contatto. Prendiamoci del tempo, almeno qualche volta al mese, per fare tutte le scoperte che un parco cittadino ci consente di fare.

Un albero è un essere vivente che si risveglia a ogni stagione, che si riempie di verde, di foglie, anche di frutti. E ha una sua personalità. È qualcosa da toccare, da sentire. Forse quand’eravamo bambini ci piaceva l’idea di salire sugli alberi, di fare acrobazie, di lasciarci andare penzoloni dai rami… Se lo abbiamo fatto da piccoli, possiamo provare a ritrovarne il gusto; se non lo abbiamo mai fatto, da adulti forse non ci sentiremo di salirvi sopra con il rischio di cadere, ma proviamo almeno a chiudere gli occhi e a sentire che cosa vuol dire toccarne la scorza, sentire che è vivo.

Un albero non serve solo per sedersi all’ombra a leggere e a godere della sua frescura. Può servirci a entrare in contatto con un essere vivente, un vegetale, in modo un po’ più profondo di quanto abbiamo fatto finora. Giriamogli intorno, osserviamo il suo tronco, i rami contorti, i loro nodi, i segni del tempo. A volte un ramo tagliato permette di vedere i cerchi del taglio, di calcolarne l’età. Proviamo ad abbracciare il tronco. Che effetto ci fa? Superiamo il leggero imbarazzo che può crearci questo gesto insolito e godiamoci il contatto.

E poi sediamoci sul prato e proviamo a guardare con occhi diversi e nuovi i piccoli esseri viventi che sono gli steli d’erba, che sono i fiori. Proviamo a sentire la terra sotto i nostri piedi: togliamoci le scarpe e sentiamo di poter stare a piedi nudi sull’erba, oppure proviamo a stenderci sull’erba, a sentirne l’odore. Possiamo entrare in contatto con i rametti, gli steli, le foglie; possiamo confrontare tutte queste piccole forme di vita e ammirarne, forse per la prima volta, le forme, le dimensioni e i colori diversi, scoprendo che anche in un prato cittadino c’è tantissima vita. Questo contatto con la terra, con le erbe, con le centinaia e centinaia di essenze diverse che ci sono intorno a noi, può diventare l’occasione per una profonda esperienza meditativa.

Possiamo scoprire anche le innumerevoli forme di vita animale: i piccoli insetti, dalle farfalle agli scarabei, dalle formiche alle mosche, dalle libellule ai grilli che popolano un prato. Ci siamo mai soffermati ad ammirarli, con gli occhi con cui da bambini scoprivamo il mondo e le sue meraviglie? Se ci permettiamo di abbandonarci con animo semplice a queste scoperte, poco per volta potremo recuperare un po’ di leggerezza. E ci renderemo conto, forse, che anche se nella nostra vita abituale temiamo di sporcarci o di bagnarci, e abbiamo paura delle sensazioni sgradevoli che potrebbero emergere dall’immersione nella natura, questo contatto diretto è molto più ricco di quanto potremmo immaginare. E vale una maglietta o un paio di jeans macchiati…

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di bioenergetica e formatrice

I falsi pregi dello zucchero di canna

postato da Nicoletta Carbone il 25.07.2013
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“Io uso solo zucchero di canna”. E’ ciò che – non senza una certa dose di autocompiacimento – dicono in tanti, convinti che il derivato della canna da zucchero sia più salutare rispetto al comune zucchero bianco da cucina, estratto dalla barbabietola.

Non è così: zucchero di canna e zucchero di barbabietola sono del tutto identici, anche sotto il profilo chimico. In entrambi i casi si tratta di saccarosio, un carboidrato costituito da una molecola di fruttosio e una di glucosio. E zucchero di canna e di barbabietola hanno dunque anche le stesse calorie e uguale indice glicemico.

Qualcuno si consolerà pensando che lo zucchero di canna nelle bustine al bar o in vendita al supermercato almeno è un alimento integrale, più ricco di micronutrienti. Ma persino questa è una falsa credenza: in commercio normalmente si trova infatti zucchero di canna raffinato con metodi analoghi a quelli utilizzati per lo zucchero bianco. Il suo colore ambrato si deve a residui della lavorazione, quando non a coloranti aggiunti appositamente per fare in modo che lo zucchero appaia “grezzo”.

Se anche poi vi imbatteste nel più raro zucchero di canna integrale (riconoscibile per i granelli bruni, diversi come forma e dimensioni e che tendono ad attaccarsi tra loro), avreste sì uno zucchero contenente vitamine e minerali – a differenza dello zucchero bianco e di quello di canna raffinato, che ne sono privi -, ma in percentuali così irrisorie che dovreste mangiare addirittura chili di zucchero per assumere quantitativi minimamente significativi di queste sostanze. Ovviamente, con danni per la salute e la linea di gran lunga superiori ai benefici.

Che fare, allora? Godiamoci pure una fetta di torta o un gelato una volta alla settimana, senza badare al colore o alla provenienza dello zucchero che contengono, ma rinunciamo del tutto a dolcificare quotidianamente caffè, tè e altre bevande, con qualunque tipo di zucchero. E men che meno con i dolcificanti artificiali (aspartame, sucralosio, saccarina, acesulfame K ecc.). Questa, come si dice, è però un’altra storia…

A cura del dr. Luca Avoledo, naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale

Psicologia in costume da bagno

postato da Nicoletta Carbone il 24.07.2013
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Un uomo e una donna, entrambi in costume da bagno, passeggiano sulla riva del mare, ciascuno per suo conto, andandosi inconsapevolmente incontro, poiché provengono uno da destra e una da sinistra. Sembrano abbastanza giù di corda: un po’ tristi, un po’ sconsolati, un po’ ingobbiti forse dalle preoccupazioni o dai pensieri. Improvvisamente si notano, incrociandosi gli sguardi: cambia di botto la loro postura. Lui spalle erette e mascella volitiva, lei sinuosa e coi seni scattantemente rivolti verso il cielo azzurro. Un abbozzo di sorriso morbido appena accennato lascia scivolare un veloce senso di approvazione reciproca. Passato il breve momento di sguardo improvviso, riprendono la propria passeggiata, nuovamente incuranti l’uno dell’altra, rapidamente riavvolti dai propri umori antracite. Questa scena, abbastanza frequente sulle spiagge, è stata studiata tempo fa da Allan Pease, esperto di comunicazione nonverbale, nel suo classico libro Leggere il linguaggio del corpo (Mondadori), per spiegare alcune delle modificazioni che si svolgono per motivi psicologici nel nostro corpo quando siamo in costume da bagno. Altre situazioni analoghe di rapporto col corpo e con gli altri sono raccontate nei miei Psicoterapia dell’amore e del sesso (Franco Angeli) e Le donne dalla A alla Z (Franco Angeli). Ma oltre queste modalità tipiche, abbastanza neutre e nel complesso gradevoli malgrado tutto, per certe persone è invece letteralmente drammatico stare semivestiti in pubblico, sono terrorizzate dalla radio, dalla tv e dai giornali quando si parla di: “Hai fatto la prova costume? Peccato!”, oppure: “Hai le maniglie dell’amore, quindi l’amore non lo troverai mai!”, e altre frasi del genere, che non sono proprio così, ma che loro reinterpretano in questo modo. Incluse le martellanti pubblicità sulle diete che i “sensibili al giudizio sul corpo” pensano di non riuscire mai a seguire fino in fondo, vita natural durante. Per difendersi, secondo loro, alcune persone escogitano più o meno raffinati sistemi auto-torturanti per mimetizzarsi o nascondersi (dall’indossare la muta subacquea anche per il bagno in 50 cm. di acqua, all’essere sempre fasciate di improbabili e coloratissimi parei messi su nelle fogge più strane, al mettersi-e-togliersi magliette e gonnellone continuamente), e altre persone rinunciano tout court al pur amato mare, fingendo di preferire il lago, la montagna o le capitali europee come refugium peccatorum. In questo quadro sconsolato, che cosa possono insegnarci la psicologia e la psicoterapia cognitiva, che possa farci sentire meglio ed aiutare i preoccupati del corpo a muoversi liberamente anche in costume da bagno?

1.      I mass media tendono ad enfatizzare troppo alcune questioni, per motivi di audience o di budget. Possiamo ricordarcene quando siamo esposti a queste comunicazioni e ridimensionare la nostra preoccupazione;

2.      Possiamo ricordare anche che potrebbe essere utile imparare a fregarcene del giudizio sociale sul nostro corpo. Anche se magari per gli altri andiamo benissimo, è il nostro giudizio quello severo e impietoso. Ma il nostro giudizio possiamo decidere di modificarlo;

3.      A questo punto possiamo anche decidere, già che ci siamo,  di trattarci meglio, in modo più gentile verso noi stessi, utilizzando con il nostro corpo, e con i nostri inevitabili difetti, gli stessi criteri affettuosi che useremmo parlando del loro corpo con un’amica o con un amico;

4.      Siamo sempre le stesse persone, vestite o svestite, e qualcuno che giudicasse un libro solo dalla copertina potrebbe essere piuttosto stupido, o comunque tale da non meritare attenzione per le sue opinioni superficiali;

5.      Tuttavia, possiamo sempre migliorare: se anche da questo può derivare la decisione di prenderci più cura di noi stessi, si avvererà di nuovo la dolce conclusione manzoniana secondo cui: “Da un male può nascere un bene”.

Disciplina interiore compassionevole, quindi: ecco quel che ci può servire. Mettiamoci allora in costume da bagno autorizzandoci ad essere noi stessi, senza indulgere ad eccessive preoccupazioni, legittimando la vergogna per le imperfezioni, ma ridimensionandola subito, senza impedirci un lieto rapporto corporeo con il sole, il mare, la natura e anche con tutti gli altri umani di mente aperta che non sono crudelmente giudicanti. Degli altri, alleniamoci a non tener conto!

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivista e comportamentale, presidente AIPCOS, Napoli, Twitter @FrancescAquilar

Un po’ di verde in casa nostra

postato da Nicoletta Carbone il 23.07.2013
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Se avere un animale in casa, è noto, può rappresentare un enorme beneficio per la nostra salute mentale e fisica, coltivare uno spazio verde in casa, anche solo una piantina, può costituire l’occasione per un contatto quotidiano con qualcosa che ci impegni a curarlo e a mantenerlo in salute. Per chi vive in città, infatti, è importante ovviare allo stress introducendo nella propria esistenza almeno un po’ di verde che favorisca un contatto sia pur minimo con la natura.

Un suggerimento, a proposito di verde casalingo, è quello di concedersi il piacere di “generare” delle piantine. Un sistema efficace può essere quello di utilizzare piante ornamentali abbastanza resistenti, che richiedano poche e semplici cure. Il Potus (la specie più diffusa è Scindapsus aureum), per esempio, è una pianta rampicante, sempreverde, originaria dell’Asia sudorientale, di cui esistono molte varietà; caratterizzata da foglie lucenti e molto decorative, in natura raggiunge altezze notevoli ma in appartamento rimane di dimensioni contenute. Dato che si sviluppa facilmente ovunque, basta tenerla in un posto luminoso, a temperatura adeguata, e bagnarla ogni tanto.

La sua crescita veloce consente di farne delle talee, tagliando i rametti a circa 10-15 cm, che possono essere utilizzate semplicemente mettendole in vasetti di vetro con dell’acqua (avendo cura di rabboccarla quando evapora): si possono utilizzare i vasetti della marmellata o delle conserve, alti 15-20 centimetri e larghi una decina. Le talee svilupperanno presto delle radichette, e si possono avere in breve tempo tanti “figli” dalla nostra piantina originaria, da tenere in acqua senza nemmeno doverli trapiantare, creando così, anche se non abbiamo il “pollice verde”, piacevoli angoli di verde in tutta la casa.

Dato che il Potus è un rampicante, i vasetti si possono posizionare su scaffali e ripiani, creando anche delle decorative “cascate” di verde nei vari ambienti
Per chi vuole, ovviamente, è possibile anche trapiantare di nuovo i Potus quando hanno belle radici lunghe, e farli rivivere in terra. L’importante è ricordare di mantenere le piante con la giusta umidità… e quando cominceranno ad allungarsi di nuovo, saranno pronte per fare altre talee!

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di bioenergetica e formatrice

Come faccio a “tagliare” il Cv?

postato da Nicoletta Carbone il 16.07.2013
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Ci sono persone che prima di mettersi o rimettersi sul mercato si sono impegnate nello scrivere un cv prendendo spunto da esempi, indicazioni, manuali, libri, insomma una serie di dati – peraltro sovrabbondanti e a volte generici – che sono ormai disponibili anche su questo argomento.

Hanno prodotto un documento ben scritto, molto fitto, di due pagine!

Che problema c’è?

Il problema è che le due pagine derivano da font , interlinee, margini ridotti al minimo.

Purtroppo chi analizza un cv è ancora molto spesso una persona in carne ed ossa.

In quest’ottica, l’umano – anche se professionale e professionista – è impattato da un documento che grida: Come sono pensante! Ci vorranno 10 minuti di concentrazione per leggermi! Dovrò essere riletto almeno due volte per capirci qualcosa…

Questo non ci fa gioco. Dobbiamo quindi “tagliare”.

Tagliare il cv a volte, per alcuni, è come tagliarsi un braccio.

Meglio che convincersi che ciò è bene, o almeno opportuno, mettiamola in questi termini: se ho fatto tanto e ho tanto da raccontare probabilmente sono ormai un manager. Una delle doti del manager è saper comunicare, andare al sodo, andare “al punto” per l’interlocutore. Da ciò ne deriva che l’esercizio della sintesi è in sé una caratteristica di noi che parla di noi!

Messa così un consiglio che mi sento di proporre è questo: teniamo da parte in nostro cv di dettaglio e produciamone un altro come se fosse l’executive summary del precedente: stessa struttura in termini di voci, ma meno righe, meno dettagli, magari meno ruoli, meno aziende, meno risultati. Insomma una selezione.

La selezione poi – oltre a essere materia di dimostrazione di competenza manageriale – può essere vista come personalizzazione o customizzazione del cv a seconda dell’obiettivo o a seconda dell’interlocutore (che nella gran parte dei casi convergono!).

Cosa intendo per tagliare un’azienda per cui ho lavorato? Se ho lavorato in un’azienda 6 mesi in una vita lavorativa di 20 anni, lo spiegare perché sono entrato e poi uscito non è conveniente né qui, nè poi nel colloquio di selezione. Omettiamo l’informazione.

Cosa intendo per tagliare un ruolo? il cv non è il libretto di lavoro di una volta (per altro ormai superato), non è quindi necessario essere didascalici nell’elencazione dei ruoli ricoperti, magari diversi, sovrapposti, ripetutisi in una lunga seri di anni presso una stessa azienda. Ai fini della comunicazione al mercato di quanto so fare in termini di compiti e responsabilità si può sintetizzare.

Cosa intendo per saltare delle realizzazioni, cioè risultati, progetti, ecc.? Ho fatto tanto: scelgo solo alcuni esempi, magari pensando che possano essere di interesse per l’interlocutore perché rappresentativi delle tematiche calde del mercato in cui ci stiamo muovendo o della funzione di cui sono un esperto.

Con questi pochi suggerimenti, peraltro semplici ma non banali da attuare, il nostro cv sarà veramente accattivante e quindi … DA LEGGERE!

A cura di: Ing. Cristina Gianotti – Business Coach – Specialista in mercato del lavoro www.cristinagianotti.it – Cristina.gianotti@tiscali.it

Girare come un Derviscio

postato da Nicoletta Carbone il 15.07.2013
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Mi sono sempre chiesto come facciano i Dervisci Rotanti a girare su se stessi per così tanto tempo senza perdere l’equilibrio e senza star male. Ma la vera domanda è, come fanno a fermarsi all’improvviso senza nemmeno un tremolio?
Alla seconda domanda non ho trovato risposta. Alla prima forse sì. Beh, più che una risposta un’idea, o più probabilmente, un’illusione di risposta. Per oggi mi basta.

Oggi ho fatto un’esperienza simile. Non oggi mentre tu leggi, ma oggi mentre io scrivo.
Stamattina ho fatto una meditazione ispirata alla filosofia Sufi. Si inizia con dei movimenti ritmati per un po’ e poi giri su te stesso al suono di una musica stupenda. Proprio come i Dervisci.
Una mano alzata al cielo, per me era la sinistra, a “prendere” energia. L’altra verso il basso a “scaricare” a terra. Ti dicono di girare alla velocità che ritieni opportuna. Se ti viene mal di mare, o se perdi l’equilibrio, rallenti o ti fermi mettendoti a gattoni.

“Durerò due o tre minuti”, mi sono detto.
Dopo la prima fase arriva il momento di girare. Se ce la fai per dieci minuti. Si vabbè, se ce la fai. Io inizio…
Mi viene subito da girare velocemente, è la musica che con il suo ritmo ipnotico mi trascina. Mi butto, visto che starò in piedi due minuti, tanto vale che siano intensi!
E invece…
Mi accorgo che se mi focalizzo sulla mia mano, giro senza perdere l’equilibrio. Appena, con la vista periferica o con lo sguardo, vedo quello che mi gira attorno (anche se sono io a girare), perdo l’equilibrio.
Ho capito, il trucco è focalizzarsi sulla mano. Ora che ci penso, ce lo hanno anche detto.

Una piccola forza centrifuga tende ad allontanarmi il palmo che lascio andare… Noto che più si allontana dal mio viso, più è facile rimanere in equilibrio.
Mi perdo nel processo…
Giro per dieci minuti come un cestello della lavatrice quando centrifuga. Sono completamente in trance. Guardo la mia mano ma vedo altro… E’ una bellissima esperienza!
La musica cambia. È ora di rallentare, fermarsi e sdraiarsi a pancia in giù. Loro dicono per connettersi alla terra, forse è solo per non farci cadere, vomitare o chissà cosa.

A pancia in giù sento il mio respiro affannato. Ci ho dato dentro.  Inizio a ridere, non so perché, sarà l’ebbrezza dell’iperventilazione…
Nel frattempo penso. Questa è una metafora per me!
Nella vita bisogna guardare la mano.
Cioè focalizzati sui tuoi obiettivi, su quello che conta per te, invece di lasciarti distrarre da quello che gira intorno. Se guardi fuori ti girerà la testa, cadrai, starai male…
Se allontani la mano, è meglio.

Questo potrebbe voler dire tante cose.
•        che è meglio porre obiettivi lontani, a lungo termine. Obiettivi di strategia direbbero in azienda.
•        oppure che è meglio porre obiettivi che sono al di fuori dal tuo baricentro, che sono fuori dalla tua zona di comfort (così riesci a girare più velocemente divertendoti.
•        forse che devono essere fuori di te. Cioè per qualcosa più grande di te. Fuori da te, dai tuoi interessi, dal tuo ego.
•        o ancora che devi distaccarti dalle cose (in PNL diremmo “prendere distanza”), per esserne meno influenzato e quindi avere più equilibrio…
Non so quale sia il vero significato, forse tutti o forse nessuno, decidi tu.
A me è piaciuto. Mi sono divertito, e ho provato nel corpo qualcosa che nella mente sapevo. Certo, quando la mente e il corpo si uniscono è tutta un’altra cosa.
Per dovere di cronaca, non mi sono fermato all’istante. Non ci ho nemmeno provato. E fortunatamente ci siamo tutti sdraiati sulla pancia. Sarei caduto,  “ubriaco” come ero. Mi dicono che è normale per chi prova la prima volta.
Anche in questo caso un po’ come nella vita. Bello, no?

A cura di Claudio Belotti, Coach

Protezione solare per bambino dai 7 ai 13 anni

postato da Nicoletta Carbone il 11.07.2013
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PRIMA: Alimentazione ricca di carote crude, pomodori, olio di oliva, meloni, albicocche. Portare i bimbi al parco, ai giardini pubblici e farli stare all’aria aperta, per iniziare a fare abituare la pelle alla luce e ai primi raggi.
Iniziare a prendere un latte solare viso/corpo a protezione medio-alta, a base di filtri minerali naturali e privo di filtri chimici, waterproof (cioè resistente all’acqua), più uno stick  a schermo solare totale, per il naso e le guance, magari colorato, e un doposole in gel, lenitivo e rinfrescante, che andranno poi utilizzati durante e dopo le esposizioni solari.
A questa età è opportuno semplificare al massimo le precauzioni solari, per aiutare i bimbi a imparare da soli il da farsi: spesso infatti vanno in vacanza con la scuola, o con gruppi sportivi, e non c’è sempre la mamma o la nonna a proteggerli  e a dare le giuste avvertenze.
Per cui un unico solare, (in spray è più semplice!), a prova d’acqua e a protezione medio alta per viso e corpo, uno stick che si metteranno spesso da soli sul naso e sulle labbra, un doposole semplice da spalmare sul corpo come un gel, che rinfresca e si assorbe subito.

DURANTE:
Ricordare che più solare mettono, e più frequentemente lo mettono, più saranno protetti. Per cui doverosamente la mattina prima di andare al sole, su tutto il corpo. Al sole, lo riapplicheranno dopo ogni nuotata. E lo stick a schermo totale va tenuto sempre a portata di mano.
Meglio stare all’ombra dalle 12 alle 16 circa – altrimenti, solare e cappello! Il segreto per non avere mai danni solari, è evitare tassativamente scottature solari da ragazzini, e evitare il sole allo zenith: un uovo di colombo, che ancora oggi, nel 21 secolo, rimane il consiglio più valido per affrontare al meglio il sole. Specie da ragazzini. Le scottature solari in età infantile, specie se reiterate, predispongono ai peggiori danni solari in età adulta, come precancerosi cutanee ed epiteliomi…

A cura della Dott.ssa Riccarda Serri, Specialista in Dermatologia

Il benessere comincia in casa

postato da Nicoletta Carbone il 10.07.2013
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Per come è strutturata la vita oggi, soprattutto in città, viviamo poco la casa e per alcuni finisce con essere solo una sorta di dormitorio, un posto da dove usciamo presto al mattino e dove torniamo la sera tardi. Perché possa essere un vero spazio di benessere è importante che facciamo di tutto per godere della nostra casa, che sia davvero a nostra misura, ovvero un ambiente “domestico” e gradevole, in cui ritrovarci.

Ognuno ha un proprio modo di entrare in risonanza con l’ambiente. Se la nostra casa è in ordine o disordinata, se è piena di soprammobili oppure arredata in modo essenziale, se ha le pareti coperte di quadri oppure vuote: tutto questo dice molto del nostro modo di essere e di vedere la vita. E a volte abbiamo bisogno di rivoluzionare l’ambiente in cui viviamo: modificare la posizione dei mobili, cambiare i colori degli arredi, aggiungere o togliere oggetti può essere un buon modo per esprimere un cambiamento interiore, l’esigenza di espandersi o manifestare le nostre emozioni.

La casa è in contatto con i nostri sensi. A cominciare dalla vista, che ovviamente vibra rispetto alla luce, che sia quella del giorno, del sole, o che sia artificiale. Luce e ombra modificano la nostra condizione di attività e di riposo influendo sul sistema neurovegetativo e quindi è importante essere consapevoli di come filtra, raggiunge i vari angoli delle stanze, si riflette sulle superfici.

Come si creano quelle zone di luce e di ombra che sono fondamentali per il nostro vivere quotidiano e per la psiche? Cerchiamo di “sentire” se amiamo una casa in cui vedere il cielo e far entrare la luce a fiotti, se preferiamo grandi finestre e vetrate, magari senza tende, o addirittura senza tapparelle né imposte, così che la luce naturale entri in casa fin dal mattino… Oppure siamo di quelli che con la bella stagione chiudono le imposte perché preferiscono una casa in penombra?

E anche di sera, quando torniamo a casa dopo una giornata di lavoro, spesso abbiamo bisogno di vedere zone d’illuminazione diverse: da quelle che illuminano gli angoli, ad altre che possono creare una luce più drammatica, come spot decisi che fanno emergere alcuni punti particolari, o addirittura di colori diversi: arancio, più carezzevole e calda, o blu più fredda. Anche il colore degli ambienti è fondamentale: spesso abbiamo bisogno di sentirci accolti da un certo colore, perché ci dà una particolare vibrazione, mentre in altri casi preferiamo un colore neutro; in certi momenti della vita desideriamo una casa colorata e in altri preferiamo uno spazio bianco, più dilatato.

Il benessere della nostra casa è dato anche dai vuoti e dai pieni. Ci sono ambienti che sentiamo troppo pieni, come in certe case in cui si accatastano mobili e oggetti, in una modalità quasi museale, e altri che ci colpiscono per la loro essenzialità quasi zen, le pareti nude, nessun oggetto o soprammobile. La percezione del “troppo” pieno o vuoto dice molto di noi, così come è importante sentire quali oggetti vogliamo tenere in casa, visibili da chi ci entra, e che parlano di noi all’esterno, quali invece sentiamo più privati e teniamo in camera piuttosto che in soggiorno.

Anche l’udito è coinvolto nel nostro vivere quotidiano e quindi l’accompagnamento sonoro della casa è importante. Al di là dei rumori o dei suoni che possono entrare dall’esterno – e sui quali possiamo intervenire fino a un certo punto, ma che possiamo “tener fuori” con una buona insonorizzazione e con i doppi vetri – durante la giornata possiamo alternare momenti di silenzio ad altri in cui ascoltare musica, radio o televisione: cerchiamo di capire se abbiamo bisogno di un pieno o di un vuoto anche dal punto di vista sonoro, perché anche questo ci permette di conoscerci di più e di darci benessere.

Un altro senso importante è l’olfatto: tornare a casa, aprire la porta e sentire un odore buono, amorevole, può influire molto sul nostro umore. Odori e profumi, al di là di quelli che emergono dalla cucina, possono essere legati all’uso di piante e fiori, ma anche di incensi e candele.

Mentre il tatto è stimolato dai materiali che scegliamo: nel contatto dei piedi nudi sul pavimento è ben diverso sentire il legno piuttosto che il marmo, così come è diverso sedersi su poltrone in pelle o di velluto. Ci piacciono le lenzuola di seta o di cotone? Vogliamo finestre adorne di tende e drappi, oppure preferiamo la massima trasparenza e finestre sgombre con orizzonti liberi, senza filtri? E che dire dei mobili? Il classico legno, con tutte le declinazioni possibili di stili e di epoche, oppure la leggerezza dell’alluminio, piuttosto che la trasparenza del vetro?

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di bioenergetica e formatrice

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