Evviva ! Ho la lista degli HH, cacciatori di teste

postato da Nicoletta Carbone il 16.06.2014
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Magari più di uno avrà sentito l’amico con una certa esperienza e un certo profilo professionale (medio-alto intendo!) pronunciare le fatidiche frasi: “conosco un head hunter…, mando il mio cv aggiornato agli HH…, vado a trovare un head hunter, ci pena lui a trovarmi il lavoro!
Oppure: certo che quelli che conoscono un head hunter sono avvantaggiati: il lavoro glielo cerca lui. Oppure: se avessi la lista degli HH cui mandare il mio cv…
Sinceramente anch’io in gioventù (fino ai 35-38 anni per la precisione) ho cambiato spesso lavoro grazie ad annunci e a veri a propri head hunter, ma già a oltre i 40 anni sembrava che non mi conoscessero più e io non fossi di loro interesse in senso professionale, ance se mi ero procurata una bellissima lista di Head Hunter e avevo spedito alcune decine di mail. Ma come mai???
Con il tempo in base all’esperienza mia, delle persone amiche e di altre persone con cui ho lavorato sul tema del cambio di lavoro mi sono accorta che il mondo degli Head Hunter è un’illustre sconosciuto ai più.
A parte quelli che storpiano la parola e non sanno neanche la traduzione in Italiano (cacciatori di teste) penso proprio che qualche nota vada conidvisa.
Tanto per intenderci, back to basic:
Da Hoepli:
head hunter
loc. sost. m. inv.
Nel gergo aziendale, chi per professione cerca, per la propria azienda o per conto terzi, personale altamente qualificato allo scopo di incrementare il proprio organico o di privare la concorrenza dei suoi elementi migliori


Oppure:
Da Google:
Il termine Head Hunter, tradotto dall’inglese significa letteralmente cacciatore di teste e si riferisce nel mondo del lavoro e più precisamente nell’ ambito delle Risorse umane al processo di Executive Search.
In particolare questa parola interessa i manager che desiderano cambiare lavoro, infatti questo tipo di attività è una ricerca diretta e selezione del personale, mirata a trovare i manager più adatti a ricoprire determinate posizioni all’interno di un’azienda.
L’attività di Executive Search può essere svolta direttamente dall’ azienda o anche da società esterne, composte da professionisti del settore, quelli che vengono appunto chiamati “cacciatori di teste”. Solitamente un’azienda chiede l’aiuto di una società di consulenza per risparmiare tempo e lavoro nell’ identificare  e valutare i candidati.
Questo servizio è pertanto a carico dell’azienda e non del candidato. I candidati vengono valutati e presentati al cliente in base a un preciso profilo professionale stabilito dalla società che offre la propria consulenza e l’azienda. Solitamente non sono i candidati a rivolgersi alla società di consulenza, ma è il consulente che li contatta, proponendo un’offerta di lavoro. Il lavoro di consulente è quindi molto importante e richiede delle conoscenze specifiche e un notevole impegno per poter reperire delle figure professionali adatte.
I metodi usati solitamente per identificare i potenziali candidati comprendono: contatti telefonici in seguito a segnalazioni di persone del settore o di altri candidati non interessati in quel momento alla selezione; l’uso dei network, con un continuo aggiornamento della propria rete di contatti.
Anche se solitamente è l’ Head Hunter a scovare un candidato, in alcuni casi chi cerca lavoro vuole entrare in contatto con queste società, ed è possibile fare ciò tramite mail, lettera e in alcuni casi anche tramite fax. La risposta agli annunci pubblicati in internet o il proporsi spontaneamente alle società che operano in questo settore possono divenire due attività complementari per chi desidera cambiare lavoro.
E’ bene sapere che non tutte le opportunità di lavoro vengono pubblicate sui giornali o su internet, ma soltanto il 30-40%. Chi sceglie di effettuare un inoltro spontaneo, potrà accedere a maggiori opportunità lavorative. Considerando questi aspetti, riteniamo che può essere vantaggioso proporsi in modo spontaneo non solo alle aziende, ma anche agli head hunter scegliendo gli strumenti giusti.


… Non volendo essere faziosa ho preferito citare da altri.
E’ chiaro quindi che gli Head Hunter:
• Lavorano su profili medio alti: non l’impiegato o il quadro basso e neanche l’AD di ENEL però.
• Lavorano con il focus sull’azienda e non sul lavoratore, benché di alto profilo.
• Si fidano delle ricerca diretta e dei loro contatti.
A volte cercare il contatto ha senso, detto e verificato quanto sopra.
Si tenga conto che ormai la maggior parte di loro sono strutturati e facenti parti di catene internazionali (quelli che sono sopravvissuti alla crisi e lavorano ancora). Quindi tramite Google è possibile sapere chi sono queste aziende intermediarie e chi sono i professionisti che si occupano dei singoli settori. Se poi il contatto avviene tramite un aggancio personale (es. amico di amici) o di business (es. relatore in una conferenza) è meglio. A maggior ragione se l’ottica è quella di rinfrescare una conoscenza del passato o crearne pian piano una nuova.
Difficile avere risultati a breve con loro.
Esiste poi un pregiudizio da parte ancora di molti di loro nei confronti delle persone che cercano lavoro proprio perchè non si capisce, da parte di chi cerca, che loro non trovano lavoro a chi cerca, ma cercano persone per le aziende – anche solo a livello relazionale – e si può quindi creare un clima da una parte di pretesa e dall’altra di “ma non ti devo niente!”, capito? In più le aziende che si valgano di un Head Hunter a volte (specie in provincia) pretendono di avere come candidati persona che lavorano e che vengono “strappate” da altre posizioni, intendendo le persona sul mercato in cerca di occupazione in qualche modo colpevoli di non avere lavoro… Un pregiudizio ancora dura a morire purtroppo!
Le aziende usano executive search interni / consulenti o aziende di executive search esterne dopo aver cercato attraverso altri canali (soprattutto contatti e relazioni amicali e di business) e, soprattutto, se serve andare diretti sulla concorrenza, cosa che non si può fare direttamente.
In più gli Head Hunter costano e non poco e ci sono diversi studi e articoli che criticano la loro efficacia.
In più, una mia opinione personale, che viene dall’esperienza mia e di diverse persone seguite perlomeno in Italia, è che le aziende li usano per il lavoro di ricerca, ma non sempre le aziende ascoltano i loro consigli o loro stessi sono in grado di avere impatto sull’azienda in tema di scelta….
Il consiglio è quindi di andare mirati, magari con un aggancio e costruire la relazione nel tempo piuttosto che pretendere che ti cerchino un lavoro. Non vale, come si diceva una volta, “sono nelle mani di un head hunter”! Ma dove???
Come per gli annunci, vogliamo cassarli? Assolutamente NO! ma usarli come uno dei canali su cui puntare una parte dei nostri sforzi di contatto con il mercato.


A cura di: Ing. Cristina Gianotti – Business Coach – Specialista in mercato del lavoro www.cristinagianotti.it – Cristina.gianotti@tiscali.it

Cosa portare al colloquio?

postato da Nicoletta Carbone il 02.12.2013
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Andare ad un colloquio di lavoro è come andare a una festa o a un evento, bisogna prepararsi! A parte la disponibilità a partecipare e il vestito, di cui ho già detto, ci si deve preparare. “Deve” magari non è il verbo giusto, diciamo che è fortemente consigliato. Innanzitutto perché il colloquio è un evento, non è qualcosa che capita per caso. Magari abbiamo mandato un cv, abbiamo cercato la persona cui mandarlo, abbiamo cercato di arrivare ad una certa persona attraverso un conoscente o un ex capo. Essere invitati a un colloquio – nel processo di ricerca di una nuova opportunità lavorativa – è certamente un traguardo, ma di una battaglia, non della guerra. Quindi se è il punto di arrivo del processo di scrittura e invio del cv in modo mirato è però lo start di una relazione di lavoro. E’ bene quindi partire con il piede giusto! Siamo noi in persone che andiamo al colloquio, quindi la nostra natura trasparirà anche se ci prepariamo, non preoccupiamoci. Facciamo in modo che traspaia di noi il meglio e non quanto potrebbe di “peggio” trasparire in una situazione stressante: prepariamoci! Innanzitutto raccogliamo informazioni sull’azienda che mi riceve e sulla persona che vado a incontrare. Se l’azienda è un intermediario, cioè un head hunter per i profili di maggior spessore o una società di ricerca e selezione, è sempre opportuno – in termini di comunicazione – sapere chi si ha di fronte: qual è il “core business”, la storia dell’azienda, le persone chiave, la diffusione, i mercati, ecc…
La persona poi è fondamentale. Una volta nei corsi di vendita si diceva “l’uomo vende all’uomo” (intendendo per “uomo”, più modernamente, la “persona”). E’ quindi il caso che, se mi viene detto il nome dell’interlocutore che incontrerò, usare i mezzi a disposizione per sapere di questa persona: via Google, Linkedin, pubblicazioni di settore, YouTube, che faccia ha questa persona, che anni ha, da dove viene, cosa ha studiato, cosa fa, dove lavora. Ciò serve a preparare per quanto possibile la comunicazione, lo stile e i contenuti. Magari abbiamo una conoscenza in comune, una passione in comune. Ciò aiuta a creare un ambiente più disponibile alla comunicazione. O anche ad evitare inutili e spiacevoli gaffes per cui magari si è ricordati, ma ricordati in senso negativo. Perché si consiglia di sapere qual è l’azienda che si incontra attraverso un suo rappresentante, cosa vuol dire veramente? A parte una generale conoscenza, il punto è che io devo essere interessante per l’interlocutore e quindi devo preparare quanto andrò a dire, in risposta alle domande che mi faranno, in modo che abbia un senso per l’azienda. Ciò ha valore in diversi sensi: ne esemplifico alcuni.

a) Sono un manager che ha fatto diverse esperienze sia come aziende, sia come mercati, sia come vere e proprie azioni, peraltro tipiche della mia funzione. Andrò a preparare una presentazione di me che sottolinei i punti di contatto che possono essere di interesse per l’interlocutore facendo quindi dei link logici tra quanto leggo sull’azienda per informarmi e quanto io ho fatto. Ad esempio sono un commerciale che ha aperto mercati nell’Est Europa. L’azienda ha in piano di allargare la propria copertura internazionale ad alcuni mercati tra cui quelli di cui sono esperto. Andrò a citare quanto ho fatto in questi in un certo dettaglio piuttosto che essere generico, in modo da evidenziare uno dei miei fattori distintivi e quindi competitivi.

b) Ho fatto una ristrutturazione e leggendo dell’azienda si capisce che sta per affrontare una transizione simile? Piuttosto che altro citerò questa come progetto particolare.
Così facendo ottengo alcuni benefici non da poco:

  • vengo ricordato perché non parlo di in generale dei contenuti del mio ruolo e della mia professionalità, ma perché ho raccontato una “storia” e le storie comunicano
  • cito la risoluzione di un problema che l’azienda sta affrontando, per cui potrei risultare proficuo da subito
  • dimostro interesse per l’azienda perché mi sono preparato andando a vedere cosa di me può interessare all’interlocutore e ciò fa sempre colpo!

Forse non ho ricordato i buoni e vecchi “basic”: sapere che cv ho inviato, in che circostanze, a chi, quando. Cosa c’è scritto nel cv (a memoria senza doversene portare una copia e leggerlo davanti!) e qualche dettaglio in più nel caso in cui mi chiedessero organigrammi, riporti, numeri gestiti (sia in termini di persone che di risorse), progetti, clienti e poi un caso di successo e un caso di insuccesso. Tutte cose che vanno prese sul serio nella preparazione onde evitare di uscire dal colloquio e poi a mente fredda riconoscere che ci è stato chiesto in dettaglio come abbiamo gestito una situazione di successo, che ci hanno chiesto dei numeri, che… tutte cose che avremmo avuto sulla punta delle dita se solo ci fossimo dedicati alla preparazione del colloquio con un po’ di focalizzazione. A tale proposito io consiglio di fare come nel caso degli esami: se domani ho un colloquio da ieri mi focalizzo sul colloquio e non penso ad altro in modo da scendere in campo per vincere, che in gergo di selezione vuole dire passare al secondo colloquio!

A cura di Cristina Gianotti, Business Coach

C’è una stagione per scrivere il cv?

postato da Nicoletta Carbone il 30.07.2013
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“Non c’è che una stagione: l’estate! Tanto bella che le altre le girano intorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla”.

Per il cv l’estate è la stagione ideale?
Dal punto di vista della ricerca del lavoro in senso classico l’estate non è la stagione migliore: gli annunci calano, vengono ripetuti. Le aziende e soprattutto le persone che le costituiscono pensano anch’esse a terminare gli impegni e i progetti in corso in modo da concedesi un periodo di vacanza. Le newsletter, le comunicazioni di vario tipo (articoli, rubriche, trasmissioni televisive e radiofoniche, etc.), i convegni vengono sospesi per lo meno nel mese di agosto, se non da metà luglio a metà settembre.

Quello che non va mai in vacanza è internet, la comunicazione tra individui, i pensieri, le idee, le “strategie”.
Mi sento quindi di dare due ordini di suggerimenti:
1) fare networking
2) prepararsi al mercato.
Sono due attività diverse e complementari, a volte anche sequenziali.
Se ho già deciso cosa sto cercando e ho definito un piano (che comprende anche un cv, tra le altre cose) posso usare l’estate per parlare con persone del mio network diretto o indiretto e diffondere la mia proposizione: cosa so fare e cosa sto cercando oppure cosa posso offrire e a chi.

Se non ho ancora definito un piano posso usare l’attività di networking in modo diverso: per farmi un’idea del mercato, delle persone che mi possono consigliare o aiutare in altri modi: presentandomi altre persone o dandomi delle idee o degli esempi.
In più posso raccogliere le idee e strutturarle. Posso fare un lavoro di analisi, autoanalisi, ripensamento, riflessioni su di me e sulla mia vita professionale.
Il fatto di staccarsi dal lavoro – anche fisicamente – dovrebbe aiutare a guardarsi dal di fuori e a fare un bilancio in modo innanzitutto da decidere se è il momento di riprendere in mano la propria vita professionale e non solamente lasciarla scorrere.

Detto ciò non vuol dire che si debba necessariamente cambiare.
Si possono elaborare tante strade: rimanere all’interno dell’azienda per cui si lavora ma puntare a dei cambiamenti o avanzamenti interni.
Uscire dall’azienda per andare un’altra a fare lo stesso lavoro.
Cambiare proprio lavoro estendendo le proprie responsabilità.
Prendersi una pausa per un aggiornamento professionale o decidere di farlo mentre si lavora ma organizzandosi per …
Decidere di investite su una lingua o su una competenza professionale con settembre…

Si può anche pensare in modo strutturato a quanto fatto in termini ruolo e realizzazioni per iscritto, con approfondimenti anche di tipo numerico, lungo tutta la propria storia professionale e magari con l’aiuto di un occhio esterno e professionale, decidere di mettere a punto una nuova versione del proprio cv.
Non voglio suggerire di usare le vacanze per il lavoro ma per se stessi sì, mi sembra sia un buon suggerimento.

A cura di: Ing. Cristina Gianotti – Business Coach – Specialista in mercato del lavoro www.cristinagianotti.it – Cristina.gianotti@tiscali.it

Come faccio a “tagliare” il Cv?

postato da Nicoletta Carbone il 16.07.2013
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Ci sono persone che prima di mettersi o rimettersi sul mercato si sono impegnate nello scrivere un cv prendendo spunto da esempi, indicazioni, manuali, libri, insomma una serie di dati – peraltro sovrabbondanti e a volte generici – che sono ormai disponibili anche su questo argomento.

Hanno prodotto un documento ben scritto, molto fitto, di due pagine!

Che problema c’è?

Il problema è che le due pagine derivano da font , interlinee, margini ridotti al minimo.

Purtroppo chi analizza un cv è ancora molto spesso una persona in carne ed ossa.

In quest’ottica, l’umano – anche se professionale e professionista – è impattato da un documento che grida: Come sono pensante! Ci vorranno 10 minuti di concentrazione per leggermi! Dovrò essere riletto almeno due volte per capirci qualcosa…

Questo non ci fa gioco. Dobbiamo quindi “tagliare”.

Tagliare il cv a volte, per alcuni, è come tagliarsi un braccio.

Meglio che convincersi che ciò è bene, o almeno opportuno, mettiamola in questi termini: se ho fatto tanto e ho tanto da raccontare probabilmente sono ormai un manager. Una delle doti del manager è saper comunicare, andare al sodo, andare “al punto” per l’interlocutore. Da ciò ne deriva che l’esercizio della sintesi è in sé una caratteristica di noi che parla di noi!

Messa così un consiglio che mi sento di proporre è questo: teniamo da parte in nostro cv di dettaglio e produciamone un altro come se fosse l’executive summary del precedente: stessa struttura in termini di voci, ma meno righe, meno dettagli, magari meno ruoli, meno aziende, meno risultati. Insomma una selezione.

La selezione poi – oltre a essere materia di dimostrazione di competenza manageriale – può essere vista come personalizzazione o customizzazione del cv a seconda dell’obiettivo o a seconda dell’interlocutore (che nella gran parte dei casi convergono!).

Cosa intendo per tagliare un’azienda per cui ho lavorato? Se ho lavorato in un’azienda 6 mesi in una vita lavorativa di 20 anni, lo spiegare perché sono entrato e poi uscito non è conveniente né qui, nè poi nel colloquio di selezione. Omettiamo l’informazione.

Cosa intendo per tagliare un ruolo? il cv non è il libretto di lavoro di una volta (per altro ormai superato), non è quindi necessario essere didascalici nell’elencazione dei ruoli ricoperti, magari diversi, sovrapposti, ripetutisi in una lunga seri di anni presso una stessa azienda. Ai fini della comunicazione al mercato di quanto so fare in termini di compiti e responsabilità si può sintetizzare.

Cosa intendo per saltare delle realizzazioni, cioè risultati, progetti, ecc.? Ho fatto tanto: scelgo solo alcuni esempi, magari pensando che possano essere di interesse per l’interlocutore perché rappresentativi delle tematiche calde del mercato in cui ci stiamo muovendo o della funzione di cui sono un esperto.

Con questi pochi suggerimenti, peraltro semplici ma non banali da attuare, il nostro cv sarà veramente accattivante e quindi … DA LEGGERE!

A cura di: Ing. Cristina Gianotti – Business Coach – Specialista in mercato del lavoro www.cristinagianotti.it – Cristina.gianotti@tiscali.it

La ricetta per un buon cv

postato da Nicoletta Carbone il 09.07.2013
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Per fare un buon cv ci vuole la ricetta giusta!
Una ricetta si compone di due parti almeno!
Gli ingredienti e la modalità di preparazione.

Gli ingredienti
Il cv è un documento professionale che racconta di noi aspetti importanti nel mondo del lavoro e dell’azienda. Per fare un buon cv devo quindi raccogliere una serie di informazioni relative al mio excursus professionale. Magari posso usare delle schede per raccogliere – per iscritto – informazioni relative a:

•         Aziende per cui ho lavorato / lavoro: cosa fa l’azienda, in che mercato opera, se appartiene a un gruppo, quanto è “grande”, etc.
•         Ruoli ricoperti: attività svolte e responsabilità ricoperte, posizionamento del ruolo all’interno dell’organizzazione (es. riporti, collaboratori), interfacce con il mondo dei clienti e dei fornitori o con il mondo esterno in generale.
•         Realizzazioni (es. progetti, risultati, interventi particolari): posso pensare, e magari descrivere brevemente, tutta una serie di esempi concreti che mettano in evidenza come interpreto il ruolo che mi è assegnato, come opero con i clienti, i collaboratori, come raggiungo i risultati.
•         Competenze: posso sintetizzare una serie di competenze che ho acquisito negli anni e che mi caratterizzano, ad esempio dal punto di vista dello stile e dell’atteggiamento nei confronti del lavoro, delle opportunità / difficoltà del mercato, mie, dell’organizzazione cui appartengo.
•         Attività extralavorative: se mi spendo in uno sport o in un’attività associativa può essere il caso di indicarlo: magari ha un senso anche per l’azienda o per la persona che mi intervisterà e ciò mi permette di distinguermi!

Questa parte della ricetta relativa agli ingredienti assomiglia per la verità alla spesa: devo infatti raccogliere una serie di ingredienti, ma non ho ancora deciso e calibrato i pesi.

Modalità di preparazione
Esistono diverse modalità di preparazione. A parte i gusti – che influiscono sulla quantità e sui dettagli degli ingredienti usati – ci sono almeno tre formati per un buon curriculum vitae:
1.      il formato europeo
2.      il formato libero anticronologico.
3.      Il formato libero per competenze o funzionale.
Del formato europeo ho detto in un altro intervento cui rimando.
Per il formato libero, la parte relativa alla descrizione delle esperienze professionali è sostanzialmente diversa tra i due formati.
Nel caso di un cv in formato libero anticronologico:
•         prendo le aziende, i ruoli e la parte relativa alle realizzazioni in fila una dopo l’altra in senso anticronologico (cronologico inverso).
Ciò vale se ho una discreta esperienza. Se sono giovane meglio usare lo stesso schema, ma con l’ordine cronologico.
La struttura risulta quindi essere:

ESPERIENZE PROFESSIONALI
Azienda – descrizione azienda
Ruolo – descrizione ruolo
Realizzazioni – descrizione di 1 o + realizzazioni.
Il tutto da ripetere per le varie aziende per cui ho lavorato / i ruoli ricoperti.
Per le prime esperienze in ordine di tempo ( quindi le ultime da scrivere sul cv) basta l’indicazione dell’aziende e del ruolo.
Nel caso di un cv in formato libero funzionale o per competenze:
•         prendo le aziende e i ruoli e li metto in una tabella in fondo prima delle altre informazioni.
•         prendo ruoli e realizzazioni e faccio una serie di analisi per individuare aree in cui “ho qualcosa da dire”. Tali aree possono essere funzioni aziendali: marketing, vendite, produzione, amministrazione, etc. oppure tematiche di business come: internazionalizzarne, gestione del canale distributivo, gestione delle fusioni aziendali, gestione del cambiamento, project management.
Devo inoltre specificare che tipo di attività so svolgere bene nell’ambito del marketing per esempio. Oppure se nella gestione del progetto mi occupo solo di tempi o anche di costi e se sono anche in grado di pianificare un progetto o solo gestirlo…
•         In più devo mettere le realizzazioni che dimostrano come so mettere in pratica la competenza che dichiaro.

La struttura è quindi:
PRINCIPALI AREE DI COMPETENZA PROFESSIONALE
Area di competenza – descrizione dell’aree relativamente a quanto so fare io (non del tema in generale, mi raccomando!)
Realizzazioni – descrizione di 1 o + realizzazioni relative all’area.
Il tutto da ripetere per le 3, 4 massimo 5 aree individuate.
AZIENDE E RUOLI RICOPERTI
Azienda Ruolo Anni
Azienda Ruolo Anni
Da ripetere per coprire la storia professionale (in senso anticronologico o cronologico, come detto sopra).
In una ricetta ci possono essere ance figure, video, tempi e grado di difficoltà: ci risentiamo!

A cura di: Ing. Cristina Gianotti – Business Coach – Specialista in mercato del lavoro www.cristinagianotti.it – Cristina.gianotti@tiscali.it

Scrivere il proprio cv: il focus

postato da Nicoletta Carbone il 03.07.2013
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Cosa ci vuole per scrivere un buon curriculum vitae?
• Bisogna saperlo fare: bisogna sapere cosa va scritto e come
• Bisogna sapere a cosa serve: cosa deve dimostrare, cosa deve comunicare
• Bisogna essere sintetici
• ….

Ci sono tante risposte e tutte valide che toccano vari punti o sfaccettature di quest’arte.
In realtà – oltre al fattore tempo che è il fattore intangibile numero uno e di cui ho detto in altro intervento – c’è un secondo fattore intangibile che conta altrettanto e di cui non tutti sono consapevoli nel momento in cui si propongono al mercato: il FOCUS.

Come in tutte le cose che si vogliono fare bene ci vuole focalizzazione.
Per presentarsi al meglio al mercato:
•         consiglio di studiare se stessi magari con l’aiuto di uno sparring partner
•         consiglio di partire dalla situazione in azienda, in famiglia, personale, di mercato
•         suggerisco di analizzare quanto si è fatto e cosa si può offrire.
Soprattutto suggerisco di individuare l’obiettivo della propria proposizione.

E allora sforziamoci di capire che lavoro cerchiamo: dipendente o autonomo. Che tipo di ruolo vogliamo ricoprire, in che tipo di azienda, in che settore. Magari anche qualche esempio di aziende con nome e cognome! E se tale obiettivo è sostenibile in termini di competenze da mettere in campo!
Questo è focalizzazione: sapere cosa si vuole e quindi cosa cercare!
Il caso, la provvidenza, il destino avrà la sua parte non lo nego, ma da soli gli elementi imponderabili non bastano! E’ bello pensare e credere che siamo ancora artefici di noi stessi, no?

Al giorno d’oggi molti pensano che tutto sia una questione di fortuna…
Io penso che non sia così, che esista la competenza, che serva la competenza, che la competenza sia una soddisfazione!

A cura dell’Ing. Cristina Gianotti, Business Coach, Specialista in mercato del lavoro

Presentare il proprio cv: la lettera

postato da Nicoletta Carbone il 27.06.2013
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E quando abbiamo scritto un buon cv cosa facciamo? Lo presentiamo!
Molti hanno sentito parlare di lettera di presentazione, ma ai più tale documento risulta una illustre sconosciuta! La lettera di presentazione non è come il cv che può avere una struttura generica di base, la lettera è innanzitutto una lettera. Ricordo cos’è una lettera visto che ormai di lettere se ne scrivono poche nella vita privata!

La lettera ha innanzitutto un destinatario.
La lettera di presentazione di un cv va scritta avendo in mente il destinatario.
•         Nel caso in cui si presenti il cv per candidarsi ad una posizione pubblicata in un annuncio si devono seguire innanzitutto le indicazioni date per candidarsi in termini di modalità (online, per iscritto, riempiendo un questionario su un sito, ecc.). In tal caso le indicazioni rilevanti sono relative al contenuto della lettera (vedi sotto).
•         Nel caso in cui si presenti il cv in modo spontaneo ad un head hunter (HH) o ad una società di ricerca e selezione è consigliabile prendere informazioni su cosa fa la società: per esempio se si occupa di figure professionali simili alla nostra e individuare possibilmente la persona all’interno dello studio che si dedichi in particolare al mercato a cui apparteniamo o che è di nostro interesse. Ciò vuol dire  - lo rendo esplicito – che è sempre consigliabile mirare la presentazione e personalizzarla.  Ciò è fondamentale in termini di comunicazione per aumentare la probabilità di suscitare interesse.
•         Nel caso in cui voglia presentarmi ad un’azienda lo studio dell’azienda, del mercato cui appartiene, della persona a cui rivolgersi è determinante. Oggi per fortuna c’è internet e il reperimento di tali informazioni, che una volta, anche solo 15 anni, fa poteva essere un lavoro da esperti, è alla portata dei più.

La lettera ha fondamentalmente un contenuto.
La lettera non  aggiunge info su di noi rispetto a quanto c’è scritto nel cv, semplicemente mette in evidenza due o tre punti fondamentali di noi rispetto all’interlocutore.
•         Nel caso della risposta ad un annuncio la lettera non deve essere generica, ma sottolineare quello di noi che risponde a quanto richiesto come requisito per la posizione ricercata. Tra l’altro tale esercizio ci permette di selezionare meglio gli annunci a cui rispondiamo e facilita il lavoro del selezionatore, migliorando quindi la nostra posizione competitiva rispetto alla concorrenza.
•         Nel caso in cui scriva ad un HH è consigliabile qualche riga di presentazione del nostro profilo in termini di competenze e di aziende per cui uno ha lavorato in particolare se sono aziende leader nel mercato di riferimento, che quindi ci posizionano facilmente.
•         Nel caso in cui invece ci si presenti ad un’azienda in modo spontaneo è consigliabile presentarsi in modo sintetico insistendo su alcune competenze e risultati che possono essere di interesse per l’azienda rispetto ai bisogni e alle necessità del momento.  Devo essere io ad interessare l’azienda, non essere l’azienda interessante per me! Contro intuitivo? E’ il linguaggio del business!

La lettera propone qualcosa.
Un po’ di entusiasmo non guasta mai.
•         Nel caso di un annuncio una frase di interesse per la posizione è ok.
•         Nel caso di un head hunter può valere la pena di indicare la motivazione al cambiamento, l’obiettivo della propria ricerca. In questo caso l’HH deve diventare effettivamente un alleato per i nostri obiettivi professionali pur fornendo elementi di business per dimostrare la validità del proprio profilo.
•         Nel caso di un’azienda l’ideale sarebbe far nascere un interesse tale per il proprio profilo che venga voglia al destinatario di chiamarci per conoscerci. Il nostro obiettivo deve essere presentato come se fosse un bisogno dell’azienda.

La lettera non ha un oggetto.
Sono passati i tempi in cui uno scriveva “richiesta di assunzione” o cose del genere….  Non si intesta la lettera con un oggetto. Ciò non è né male né bene, è semplicemente diverso!

A cura dell’Ing. Cristina Gianotti, Business Coach, Specialista in mercato del lavoro

Libero o europeo: che formato usare per il cv?

postato da Nicoletta Carbone il 12.06.2013
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Se mi appresto a scrivere il mio curriculum vitae per la prima volta può succedere che la mia scelta si orienti verso il formato europeo.
Il formato europeo viene consigliato su internet, è in uso da anni, dà una struttura certa e completa da seguire, è “europeo”.
In realtà la prassi in Italia non depone a favore dell’uso del formato europeo, soprattutto nel caso di persone con una certa esperienza da illustrare.
L’unica eccezione è costituita dalle procedure aziendali, dalla Pubblica Amministrazione e dal desiderata dell’azienda. Mi spiego:
a)      all’interno dell’azienda per cui lavoro mi può venire richiesto il cv in formato europeo
b)      la Pubblica Amministrazione (es. Stato, Regione, Comune) in termini di concorso pubblico mi chiede il cv in formato europeo
c)      un’azienda tramite annuncio o in altro modo (es. dopo un primo contatto), mi chiede il formato europeo.
A domanda si risponde, in questo casi non si discute. Si appronta il cv in formato europeo e lo si fornisce.
Nella comunicazione verso aziende private invece meglio un testo libero strutturato con 5 sezioni, di cui 3 maggiori e 2 accessorie che è bene ricordare:
1)      Riferimenti
2)      Profilo professionale
3)      Esperienze professionali
4)      Altre informazioni
5)      Libertoria privacy.
Le accessorie sono la 1 e la 5, le 2, 3 e 4 sono il corpo fondamentale del cv.
Un formato libero – ma strutturato – ci permette di comunicare meglio. Ci permette  in forma sufficientemente sintetica di descrivere ruoli e realizzazioni svolte dando a ciascuna il peso che è giusto dare in base all’obiettivo comunicativo.
Per esempio la prima esperienza rispetto all’n-esima in ordine di tempo va scritta dedicandovi meno peso: è un’esperienza che magari è stata poi superata da passi successivi e quindi è meglio che dedichi maggiore attenzione a quello che so esprimere ora e non in passato. In più va considerato se tale esperienza in là nel tempo è rivendibile come competenza o viceversa sul mercato non sarei più competitivo, dovrei studiare, fare esperienza, imparare nuovamente. Dal punto di vista aziendale se sto cerando una competenza la compro dal mercato subito disponibile o se devo formare una persona la prendo giovane e non già esperienziata per riqualificarla.
Giusto o meno, condivisibile o meno, questo è lo stato dei fatti attuale!
Inoltre non sono costretta al puro elenco in ordine cronologico che dal punto di vista della comunicazione non è ideale: magari nella stessa azienda in periodo diversi e ciclicamente ho svolto diversi ruoli. La pura cronologia potrebbe essere oltre che dispersivo e inefficace. Meglio quindi esporre le proprie capacità in modo raggruppato e quindi più facile da comprendere ad un interlocutore esterno.
Meglio lasciare alla lettera di marketing altre info come per esempio la disponibilità a viaggi, trasferte, ecc. e soprattutto gli obiettivi professionali in modo da essere mirati rispetto all’interlocutore e non generici. Nella comunicazione la genericità non “buca”.
Se devo scrivere un cv per un altro paese diverso dall’Italia mi devo adeguare alla comunicazione in quel paese. Per quanto riguarda l’Europa lo schema qui fornito è basato sulle competenze e fattuale  e quindi spendibilissimo. Per gli USA lo stile se non la struttura va rivista. A tale proposito quindi va tenuto presente che i servizi di scrittura cv che si trovano disponibili su internet e che vengono tipicamente da paesi anglosassoni potrebbero non essere il meglio in assoluto rispetto al mercato italiano o al singolo mercato. Se gli Usa possono estendere che io mi adegui al loro stile, io in Italia pretendo che ci si adegui al nostro stile professionale.
Ci sono poi altri formati di cui magari qualcuno ha sentito parlare: il cv per competenze o per aree di competenza professionali. Per tali temi rimando ad un altro intervento.
Idem per la coerenza con altre info che posso aver reso disponibili sul web.

A cura di Ing. Cristina Gianotti, Business Coach – Specialista in mercato del lavoro
www.cristinagianotti.it

L’eleganza è una questione di dettagli, anche nel cv

postato da Nicoletta Carbone il 24.05.2013
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Ma quanti dettagli ci sono in un cv ? E che significato hanno?
Una persona pragmatica, come lo sono anch’io, potrebbe dire che quello che conta è la sostanza: quello che uno ha fatto e sa fare. Sono pienamente d’accordo, ma se mando un cv perché non mi conoscono e mi devo presentare, anche il dettaglio del cv parla di me, della mia accuratezza, della mia coerenza, della mia professionalità. E’ come se mi chiedessero una relazione per il Presidente, è come se mi chiedessero una revisione di bilancio, è come se mi chiedessero un business plan o una campagna di marketing, insomma il cv è uno strumento di lavoro esso stesso. Quindi è da fare bene e i dettagli parlano di come lavoro e parlano di me.

I dettagli parlano di come lavoro:
L’impaginazione: impaginare bene un testo non è solo una questione estetica, ma è una questione di chiarezza mentale. Impaginando bene quello che voglio dire trasmetto pulizia e chiarezza mentale.
L’ortografia: scrivere correttamente nella propria lingua dovrebbe essere scontato. In realtà non lo è: per ignoranza, per fretta, perché il correttore automatico ci fa degli scherzi, per mancanza di controllo. Che effetto fa quindi aver fatto il  liceo se poi scrivo beneficenza con la i? E se sono anche laureato? E se faccio il contabile ha senso che trasmetta un’impressione di non accuratezza?

Le maiuscole: a volte per sottolineare delle parole si usano, anzi si abusano, le maiuscole. Io non lo consiglio, meglio tornare alle regole grammaticali classiche. I toni e le sottolineature lasciamole al colloquio e quindi alla comunicazione nel suo complesso, non verbale e paraverbale.
I grassetti e le sottolineature: qualche variazione sul tema può essere utile all’impaginazione nel suo complesso. Troppo stroppia come si dice. In particolare sottolineare le parole chiave può distogliere l’attenzione da altro nel cv che potrebbe interessare. Quindi il consiglio è di non forzare la mano. Nel cv metto una sintesi di quanto ho da dare, lasciamo che sia il cv nel suo complesso a parlare di me, senza fare ulteriori “sintesi” attirando l’attenzione solo su alcune parole.

Le indentazioni: le indentazioni aiutano a esprimere bene i concetti e denotano chiarezza mentale come dicevamo sopra. Il cv è però un documento di sintesi, quindi troppe indentazioni non sono consigliabili. Vuol dire che mi perdo in dettagli inutili, tendo a precisare troppo, sono un insicuro… l’avreste mai detto che uno che legge può fare tali illazioni?
Le date: è una questione di controllo, ma non solo. Se sbaglio nell’indicare il periodo degli studi genero domande su quanti anni ci ho messo a conseguire un diploma o una laurea e quindi domande nel colloquio o direttamente giudizi durante la lettura del cv, senza arrivare al colloquio!  Cosa dire poi dei periodi lavorativi? Innanzitutto che siano in ordine, cronologico o anticronologico, a seconda dell’impostazione del cv, e poi io consiglio di non indicare anche i mesi se una persona ha una carriera di diversi anni (es. oltre 15) – è una info che non aggiunge niente, un dettaglio inutile in questo caso.
Le leggi: almeno la liberatoria sulla privacy va messa. Oltre alla legge 675 c’è il decreto 196, controlliamo bene sia i numeri delle leggi, sia gli anni, sia quanto in vigore. Lo stesso dicasi nel caso in cui debbano citare delle leggi nel testo.

I dettagli parlano di me:
I colori: di sicuro è da usare il nero o il blu scuro, o un ‘alternanza di nero e toni di grigio. Niente di più, specie se rimango in ambito aziendale. Diverso sarebbe se fossi un artista, uno scrittore, una modella. In tali casi però oltre al cv si usano altri strumenti che qui non prendiamo in considerazione.
La persona del verbo: ci sono ancora persone che scrivono, e parlano anche, di sé in terza persona. NO! La prima persona aiuta a stabilire una relazione con chi legge e quindi ci aiuta. Al massimo – se sono timido – posso usare l’impersonale. Una regola: stesso stile lungo tutto il cv: non un ruolo scrivendo in I persona e un altro con sostantivi o verbi e quindi in modo impersonale!

Le frasi: le frasi devono essere chiare e facilmente leggibili, quindi? Corte, senza troppi frasi secondarie e parentesi. Uno stile che definirei “anglosassone”.
I tempi dei verbi: i tempi dei verbi devono innanzitutto essere coerenti lungo tutto il cv. Magari passato o passato prossimo (come usiamo qui al Nord) per le aziende e i ruoli passati e il presente per l’attuale. Se sono in fase di transizione bisogna fare attenzione a cosa voglio trasmettere: voglio dire chiaramente che sono senza occupazione o no? I tempi lo rivelano sia qui sia nel colloquio.

Le date: le date oltre a parlare di me, delle mie caratteristiche personali in termini di accuratezza, controllo, precisione, ecc. dicono anche se ci ho messo un anno in più o in meno per il diploma, quanti anni ci ho messo per laurearmi, se prima di iniziare a lavorare ho fatto o non ho fatto “cose”, se mi sono preso un anno sabbatico o in una transizione sono stato fermo due anni perché avevo la mobilità…  Quindi attenzione ad essere almeno corretti onde generare solo domande a cui possiamo rispondere (magari al colloquio, non è il caso di dare “giustificazioni” in un cv).

Se poi ho dei periodi brevi in termini di azienda o ruolo potrei evitarli: probabilmente non aggiungono info alle competenze che devo dimostrare.
Le parole in Inglese (o in altre lingue): ormai usiamo molte parole inglesi anche nel linguaggio corrente. A maggior ragione le usiamo se lavoriamo in contesti internazionali o a contatto con il pubblico. La nostra è una bella lingua e va curata. Detto ciò non tutti capiscono l’inglese e i termini aziendali i potrebbero essere slang, inoltre se voglio passare a lavorare in una PMI italiana magari troppo inglese è un ostacolo per il mio inserimento e quindi potenzialmente un mio punto di debolezza, anziché di forza, nella selezione, capito?   SE poi ci sta, usiamole! Ma secondo le regole grammaticali italiane, es. non il plurale con la s per “manager”.

I nomi delle aziende: le aziende cambiano nome, si fondono, vengono acquisite, etc. Magari l’azienda per cui ho lavorato 20 anni fa ora si chiama in altro modo: l’indicarlo facilita, quindi perché no? Indicherei comunque la vecchia denominazione e tra parentesi la nuova.
Usiamo quindi amici e parenti per farci rileggere il cv prima di usarlo per vedere l’effetto che fa.

A cura di Cristina Gianotti, Business Coach

Vogliamo farci leggere? SI!

postato da Nicoletta Carbone il 16.05.2013
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Proviamo a pensare di ricevere un documento di diverse pagine, di riceverne centinaia e di doverli “processare” in dettaglio in un breve lasso di tempo per individuare una rosa di profili per una richiesta complessa.

Proviamo poi a pensare di essere un manager focalizzato sul proprio business, competitivo e turbolento come non mai (il business), e di ricevere un “papiro”.

Proviamo a pensare di essere una persona comune che riceve una mail da un ex collega di diverse pagine. Un ex collega abbastanza bravo e ragionevolmente simpatico, ma a cui “non dobbiamo niente”.

Quanto tempo e sforzo dedichiamo come selezionatore, come manager, come ex collega a questo documento?

Se il documento è snello, strutturato, accattivante anche se professionale, ok procediamo nella lettura (veloce).

Se è lungo, discorsivo, del tutto generalista e che c’entra poco con noi? NO!

Quindi…

Scriviamo un documento:

  • Professionale
  • Sintetico
  • Mirato.
  • Professionale:
  • Sintetico:
  • Mirato:

Su come impostare professionalmente un documento come il cv consiglio una struttura.

Corto è BELLO! Massimo due pagine. E si può farcela sia che si siano cambiate tante aziende, sia che si abbia una carriera di 30 anni. Basta lavorarci sopra. In base a cosa? In base alle priorità:

ü      i riferimenti (altrimenti, se ci vogliono chiamare come fanno?)

ü      l’esperienza professionale (nel mondo del lavoro meglio l’esperienza professionale dei corsi e degli elenchi di conoscenze asettici)

ü      gli studi e

ü      le altre info.

Il tutto ad “imbuto”, dando cioè più importanza alle ultime esperienze e meno alle prime.

Si può descrivere la propria esperienza in senso cronologico o anticronologico. Dipende dall’età: fino ai 30-32 andare in senso cronologico per fare vedere la crescita, oltre in senso anticronologico essendo diventati magari già un discreto professionista.

Ciò si basa sull’assunto che l’ultima esperienza è quella che sto “vendendo” e che quindi interessa maggiormente l’interlocutore e l’azienda in cui l’interlocutore lavora.

Se volessi evidenziare altro, si può scrivere il cv in altro modo, ma questa sarà un’altra puntata!

Mirato vuol dire che devo interessare l’interlocutore come persona, funzione, azienda per cui lavora.

Per interessare una persona professionalmente, devo dire cose rilevanti per il business e quindi attenermi ai fatti ed evitare racconti, commenti, riflessioni troppo autocentrate. Essere sincero, nel senso di non mentire. Essere corretto e quindi scrivere in Italiano senza errori di qualsiasi tipo. Essere coerente e quindi credibile, oltre che sincero.

Ad un responsabile di funzione devo interessare per le aziende in cui ho lavorato, i ruoli ricoperti (minori in senso gerarchico: non mi propongo al Direttore Amministrazione Finanza e Controllo se sono un Dir. AFC!), ma soprattutto i fatti, cioè i progetti che ho gestito, le iniziative che ho preso, i risultati che ho raggiunto!!!

Ad un’azienda mi propongo e sono di interesse se ho qualcosa di interessante per loro, non perché a me piace il loro business. Se mi piace la moda, posso propormi se ho lavorato nell’abbigliamento, negli accessori, se ho lavorato nella grande distribuzione, oppure se ho lavorato in funzioni di staff come l’AFC (Amministrazione Finanza e Controllo) o i SI (Sistemi Informativi) al limite… Se ho fatto marketing nell’industria IT, al settore moda non interesso! Non conta cosa interessa a me , conta cosa di me interessa l’interlocutore!

Mai come in questo esercizio di proporsi al mercato ha senso mettersi nei panni dell’altro e non è un esercizio banale.

A cura di Cristina Gianotti, Business Coach

  • Un esperto per amico




    Attilio Speciani


    Specialista in Allergologia e immunologia clinica

     

    www.eurosalus.com





    Prof. Alberto Luini


    Direttore della divisione di senologia dello IEO






    Tetsugen Serra


    Maestro Zen - Fondatore della Mindfulzen: la Via di Consapevolezza

     

    www.mindfulzen.it

     

    www.monasterozen.it





    Prof. Antonino Di Pietro


    Direttore del Servizio di Dermatologia dell'Ospedale di Inzago (MI)

     

    www.antoninodipietro.it





    Dott. Francesco Aquilar


    Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivista e Comportamentale

     

    www.aipcos.org





    Claudio Belotti


    Coach

     

    www.claudiobelotti.it





    Luigi Sutera


    Consulente d'immagine






    Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D.


    Presidente Assomensana

     

    www.assomensana.it





    Alessandra Rigoni


    Medico Chirurgo specialista in odontoiatria e ortodonzia a Milano






    Dott. Luca Avoledo


    Naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale.

     

    www.lucaavoledo.it

     

    www.studiodinaturopatia.it





    Dott. Fabio Rinaldi


    Specialista in dermatologia e venerologia, Presidente della Fondazione IHRF in Milano.

     

    www.studiorinaldi.com





    Prof. Alessandro Nanussi


    Responsabile del Centro di Gnato-posturologia e dolore cranio-faciale, Osp. S. Gerardo, Clinica Universitaria della Milano-Bicocca. Past president della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport.

     

    www.studiodentisticonanussicoraini.it





    Prof. Marco Temporin


    Medico Chirurgo. Specialista in Igiene e Medicina Preventiva.

     

    www.marcotemporin.it





    Daniele Belloni


    Insegnante di yoga, scrittore e giornalista

     

    www.spazioshanti.org





    Mauro Castiglioni


    Farmacista Cosmetologo esperto in preparazioni Galeniche. Consigliere all'Ordine dei Farmacisti di Milano. Consigliere Nazionale SI.F.A.P. (Società Italiana Farmacista Preparatori






    Andrea Fratter


    Ricercatore, Cosmetologo ed esperto di Nutraceutica
    Docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica, SIME di Roma e presso il Corso di Perfezionamento in Farmacia e Farmacologia Cliniche dell’Università di Padova






    Dott.ssa Adele Sparavigna


    Dermatologa a Milano e Monza
    Direttore ricerche cliniche Istituto Derming

     

    www.adelesparavigna.it





    Raffaella Cicogna


    Body&Mind Coach

     

    www.raffaellacicogna.com





    Carlo Cazzaniga


    Artigiano - Artista

     

    https://cutcarlocazzaniga.net/
    artigianeide.wordpress.com





    Ines Seletti


    Presidente Ass. Adas Fidas Parma - Consigliera Ass. Fidas Nazionale con delega alla comunicazione e alle nuove tecnologie - Consigliera Ass. Futura Parma

     

    www.fidas.it

     

    www.adasfidasparma.it


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