Vedere gli altri. Non tutti sanno farlo. Perché?

postato da Nicoletta Carbone il 28.10.2014
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Sono sempre sorpreso dall’incapacità di molti di riconoscere e/o festeggiare il successo altrui. Purtroppo non riesco ad abituarmi a questa cosa. Per queste persone dovresti festeggiare ogni loro azione (attenzione ho detto azione, non successo), ma quando sei tu a raggiungere qualche traguardo loro ti ignorano. A volte ti considerano fortunato, spesso t’ignorano. Conta solo quello che fanno loro. Penso che in questa moltitudine di persone ce ne siano alcune che non ci arrivano proprio. In altri casi, avrebbero la possibilità di capire e festeggiare con/te, ma non lo fanno.
Mi chiedo, perché? Sono invidiosi? Cioè non sopportano che tu, e non loro, abbia raggiunto un obiettivo? Vivono nella scarsità? Cioè pensano che se tu hai qualcosa, in qualche modo, la togli a loro? Sono stupidi? Cioè non capiscono che rallegrarsi con te  è giusto (e bello) ma, addirittura, utile? Sono limitati? Cioè non riescono ad andare oltre sé stessi?
Me lo chiedo da tempo, e in questi giorni, dopo aver visto qualche caso emblematico, non trovo una risposta.
È così difficile?
Sembra che in questi giorni l’Universo abbia voluto farmi vedere questo comportamento, purtroppo, così comune. Quasi contemporaneamente, mi ha presentato un paio di persone che, pensando di essere più furbe di me, hanno cercato di “fregarmi” con giochetti infantili. Sono io in uno stato non funzionale, o esiste questa brutta abitudine che sta crescendo?Non credi che festeggiare le persone per i loro successi dovrebbe essere naturale, bello e normale? Si potrebbe fare anche solo per opportunità. Cioè per convenienza, per rendersi più simpatici e sperare che quando sarai tu a raggiungere qualche obiettivo riceverai, proprio da loro, tanti complimenti.
Ci sono tante ragioni per farlo, e pochissime per non farlo. Mi sfugge qualcosa.

A cura di Claudio Belotti, Coach

Le piccole emozioni di tutti i giorni

postato da Nicoletta Carbone il 17.10.2013
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“Dobbiamo assumerci la responsabilità delle emozioni che proviamo”: è un’affermazione, indubbiamente “forte”, questa di Candace Pert. La neuroscienziata americana, morta il mese scorso a 67 anni e nota per aver scritto un libro affascinante intitolato Molecole di emozioni (Edizioni TEA 2005-2013), ha dedicato tutta la vita a spiegare la base biologica delle emozioni, vero ponte tra mente e corpo. Che cosa ha inteso dire Pert? Ci invita a riflettere sul fatto che non sono “gli altri” che possono farci sentire bene o male: siamo noi, in modo più o meno consapevole o cosciente (spesso, purtroppo, inconsapevoli e incoscienti), a scegliere come sentirci in ogni singolo istante della nostra vita. In altre parole, il mondo esterno – con tutte le sue relazioni, eventi, incontri, esperienze – è una sorta di “specchio” che riflette le nostre convinzioni e aspettative.
Ma se le emozioni sono così importanti nella nostra vita e di fatto la condizionano, quanto siamo in grado di riconoscerle? Di coglierne le sfumature? Di descriverle e di condividerle con un’altra persona? In realtà, anche quando raccontiamo qualcosa di importante ed emotivamente coinvolgente, parlando con il partner o un amico, spesso facciamo fatica a spiegare quello che proviamo o abbiamo provato in una data situazione. Ci manca un vocabolario emotivo.
Non siamo allenati – e, purtroppo, raramente ci viene insegnato da piccoli, in famiglia e ancor meno a scuola – a “trovare le parole per dirlo”. E non sappiamo dare un nome, sul piano emotivo, a quell’insieme di sensazioni corporee, dovute a modificazioni anche subitanee a livello fisico, che si accompagnano a cambiamenti emotivi. Dall’aumento del battito cardiaco o batticuore all’improvvisa sudorazione, dalla orripilazione (la cosiddetta pelle d’oca, ovvero l’erezione dei peli dell’epidermide) all’accelerazione del ritmo respiratorio, per non citare che i più comuni.  La difficoltà che abbiamo nel “sentire”, sul piano fisico ed emotivo, i nostri cambiamenti, ovvero la scarsa abitudine a rendercene conto, ci impedisce di cogliere quel nesso fra emozioni e sensazioni che è invece una delle tante dimostrazioni dell’unità funzionale tra mente e corpo.
Quali sono le emozioni che proviamo, più spesso, nel corso della nostra giornata? Proviamo a pensarci. In realtà le emozioni di base, quelle che possiamo identificare con maggior facilità, sono poche: paura, tristezza, rabbia e gioia… con una serie pressoché infinita di sfumature, varianti, tonalità. Ce ne sono ovviamente altre (secondo alcuni studiosi, per esempio, sono “primarie” anche disgusto e sorpresa, per altri vergogna e senso di colpa), ma limitiamoci a queste quattro.
Siamo in grado, ripensando a una nostra giornata qualunque – oggi stesso – di osservare in che misura, momento per momento, esperienza dopo esperienza, la nostra “sfumatura emozionale interiore” cambia?
Non serve un’esperienza intensa a creare una modificazione del nostro stato emotivo. Immaginiamoci al mattino, ancora in casa, quando ci prepariamo per affrontare la giornata. Poiché è innanzitutto il mondo relazionale che incide su come stiamo, la relazione con gli altri – per esempio gli altri componenti della famiglia: partner, figli, fratelli – ha effetti immediati su di noi. Bastano piccoli episodi a interferire sul nostro stato interno: una risposta frettolosa dell’altro, un gesto sbadato, uno sguardo distratto, un improvviso silenzio… O, ancora, una telefonata improvvisa mentre siamo sotto la doccia, il bricco del caffè che rovesciamo per sbaglio sulla tovaglia, il cane che ha fatto la pipì sul tappeto, i vicini di casa che litigano… Tutte cose che modificano, sia pure di poco, il “come stavamo”, aggiungendo una sfumatura, per esempio, di fastidio, irritazione, ansia preoccupazione, malinconia, tristezza ecc.
Eventi grandi e piccoli, si badi bene, che – al di là di una certa loro oggettività – influiscono su di noi soprattutto per come noi li percepiamo, ovvero sulla base della nostra soggettività; in altre parole, partendo dal nostro stato emotivo immediatamente precedente. Gli stessi eventi, in un altro momento, potrebbero avere su di noi un effetto completamente diverso. Se ci prestiamo attenzione, possiamo verificare che anche minimi eventi legati a incontri casuali, a relazioni per noi insignificanti, incidono sul nostro stato emotivo. Pensiamo all’irritazione (minima, inconsapevole, ma c’è) che ci procura andare in un bar e chiedere un caffè, e non essere nemmeno degnati di uno sguardo dal barista; o camminare per strada ed essere urtati da un passante che prosegue per la sua strada e non ci chiede scusa; o scendere dal marciapiede e vederci sfrecciare velocemente una moto davanti, facendoci sussultare. Così come incide su di noi, procurandoci un cambiamento emotivo di tipo diverso, il sorriso che cogliamo sul viso di qualcuno con cui incrociamo lo sguardo sul tram, o il grazie di una persona cui abbiamo tenuto aperta una porta per farla passare. Le emozioni non devono necessariamente essere “forti” per incidere. E imparare ad accorgersene, cogliendone le sfumature, può esserci molto utile per essere più in contatto con noi stessi e con gli altri.

A cura di Alessandra Callegari, Counselor

Guardare gli altri per vedere se stessi

postato da Nicoletta Carbone il 09.03.2012
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Oggi leggevo un articolo sul Blog di una giornalista dell’Scientific American Mind dove riportava i risultati di una ricerca. Secondo questo studio la tua capacità di avere successo dipende da molti fattori tra cui: l’intelligenza, l’empatia, l’autocontrollo, il talento e la persistenza. Ma un fattore determinante forse il più importante è come percepisci le persone attorno a te, quella che in PNL chiameremmo la tua percezione di loro.
Questa nuova ricerca suggerisce che la tua capacità di fare, e la tua capacità di creare “rapport” è altamente correlato all’idea che hai di loro. Con che occhiali li vedi. Per esempio credi che i tuoi colleghi sono bravi o degli stupidi?
Forse non ci voleva una nuova ricerca, sono cose che sappiamo ma vale sempre la pena ricordarcele.
Le opinioni sugli altri (e quelle che hai su te stesso) influenzano moto il tuo modo di pensare e la tua capacità di fare.
Questa componente viene chiamata “capitale psicologico” ed è una mescolanza di: convinzioni di auto-efficacia, resilienza, ottimismo/speranza verso il futuro. In poche parole la capacità (che deriva dai livelli logici di convinzioni/valori/identità) di superare le difficoltà e andare oltre.
Non a caso chi ha successo ne ha sempre più mentre chi ha difficoltà tende a riuscire sempre meno creando così un circolo virtuoso o vizioso. Penso che nel mondo dello sport abbiamo un paio di esempi a riguardo.
Purtroppo queste caratteristiche interne alla persona sono difficili da misurare e da intuire. Spesso si è inconsapevoli o si nasconde questi aspetti.
Peter Harms, uno psicologo e studioso di gestione alla University of Nebraska-Lincoln dice che “Le persone sono spesso inconsapevoli di ciò che è normale per loro.” Harms dice che il modo migliore per sapere le opinioni che una persona ha di se è chiedere cosa pensa degli altri. Spesso le persone non ti dicono la verità su se stessi ma sono più “generose” nel parlare degli altri.
Nel suo test chiede di parlare di altri ma non di qualcuno reale ma di alcune persone immaginarie presentate attraverso un disegno. In questo modo sei più libero di esprimerti. È un po’ come il test di Rorschach ma allargato a un’immagine definita invece che a una macchia.
Quello che accade è che le persone vedendo dei disegni tendono a proiettare caratteristiche della personalità e abilità che potrebbero avere o non avere ma desiderare. Tra le tante domande ce ne sono alcune come:

• Ti sembra sicuro di sé e delle sue abilità?

• Pensi che possa riprendersi da una battuta d’arresto?

• Pensi sia convinto di poter raggiungere il suo obiettivo?

• Si aspetta buone cose dal futuro?

A ogni risposta viene dato un punteggio. Più la persona crede che l’ipotetico personaggio sarebbe in grado di fare queste cose più il punteggio è alto.
Ovviamente nel caso di managers si è scoperto che chi tende ad avere punteggi più alti motiva meglio, crede di più nei collaboratori creando un vero e proprio effetto pigmaglione (chiamato anche effetto Rosenthal).
Lo stesso vale in qualsiasi altra situazione: amicizia, matrimonio, con i figli e così via.
Chi conosce l’effetto Rosenthal sa che grazie alle nostre convinzioni e aspettative noi influenziamo i comportamenti degli altri fino a farli diventare (nel bene e nel male) chi crediamo che siano.
Questo lo sapevamo. Un altro concetto che sapevamo ma che qui ci viene ricordato è che spesso noi proiettiamo le convinzioni che abbiamo su di noi sugli altri. In un esercizio che facciamo al corso Practitioner questa esperienza è chiarissima ad ogni partecipante.
È possibile che non siano tutti degli stupidi ma che lo stupido sei tu?
Nel mio caso è garantito. Tutte le volte (come in questi giorni) che proietto sul qualcun altro i miei giudizi mi accorgo la persona è uno specchio nel quale vedo i miei limiti credendo siano i suoi. La bella coincidenza è che sono arrivato a questo articolo per caso proprio oggi quando mi serviva leggerlo. Che “coincidenza”!

A cura di Claudio Belotti, Coach

  • Un esperto per amico




    Attilio Speciani


    Specialista in Allergologia e immunologia clinica

     

    www.eurosalus.com





    Prof. Alberto Luini


    Direttore della divisione di senologia dello IEO






    Tetsugen Serra


    Maestro Zen - Fondatore della Mindfulzen: la Via di Consapevolezza

     

    www.mindfulzen.it

     

    www.monasterozen.it





    Prof. Antonino Di Pietro


    Direttore del Servizio di Dermatologia dell'Ospedale di Inzago (MI)

     

    www.antoninodipietro.it





    Dott. Francesco Aquilar


    Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivista e Comportamentale

     

    www.aipcos.org





    Claudio Belotti


    Coach

     

    www.claudiobelotti.it





    Luigi Sutera


    Consulente d'immagine






    Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D.


    Presidente Assomensana

     

    www.assomensana.it





    Alessandra Rigoni


    Medico Chirurgo specialista in odontoiatria e ortodonzia a Milano






    Dott. Luca Avoledo


    Naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale.

     

    www.lucaavoledo.it

     

    www.studiodinaturopatia.it





    Dott. Fabio Rinaldi


    Specialista in dermatologia e venerologia, Presidente della Fondazione IHRF in Milano.

     

    www.studiorinaldi.com





    Prof. Alessandro Nanussi


    Responsabile del Centro di Gnato-posturologia e dolore cranio-faciale, Osp. S. Gerardo, Clinica Universitaria della Milano-Bicocca. Past president della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport.

     

    www.studiodentisticonanussicoraini.it





    Prof. Marco Temporin


    Medico Chirurgo. Specialista in Igiene e Medicina Preventiva.

     

    www.marcotemporin.it





    Daniele Belloni


    Insegnante di yoga, scrittore e giornalista

     

    www.spazioshanti.org





    Mauro Castiglioni


    Farmacista Cosmetologo esperto in preparazioni Galeniche. Consigliere all'Ordine dei Farmacisti di Milano. Consigliere Nazionale SI.F.A.P. (Società Italiana Farmacista Preparatori






    Andrea Fratter


    Ricercatore, Cosmetologo ed esperto di Nutraceutica
    Docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica, SIME di Roma e presso il Corso di Perfezionamento in Farmacia e Farmacologia Cliniche dell’Università di Padova






    Dott.ssa Adele Sparavigna


    Dermatologa a Milano e Monza
    Direttore ricerche cliniche Istituto Derming

     

    www.adelesparavigna.it





    Raffaella Cicogna


    Body&Mind Coach

     

    www.raffaellacicogna.com





    Carlo Cazzaniga


    Artigiano - Artista

     

    https://cutcarlocazzaniga.net/
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    Ines Seletti


    Presidente Ass. Adas Fidas Parma - Consigliera Ass. Fidas Nazionale con delega alla comunicazione e alle nuove tecnologie - Consigliera Ass. Futura Parma

     

    www.fidas.it

     

    www.adasfidasparma.it


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