La manualità come terapia

postato da web il 20.12.2016
20

Sento sempre più spesso parlare delle attività manuali come mezzo terapeutico per ritrovare un giusto equilibrio nella propria vita. Nelle affermazioni c’è del vero. Tuttavia, ne avverto il limite. Quello secondo cui chi lo afferma, lo fa con una leggerezza del tutto inappropriata. Quasi come se bastasse impugnare un pennello per ritrovare la serenità perduta. Nell’immaginario collettivo, pare che si sia venuta a creare una nuova esigenza, che si possa risolvere ed estinguere con il semplice uso delle mani. Non è un caso che sempre più persone, invidino la vita all’aria aperta di chi è ritornato alla terra, o sognino i ritmi lavorativi di un liutaio all’interno della sua bottega. Peccato che contestualmente non si rendano conto di cosa significhi realmente vivere all’aperto per quattro stagioni, o non abbiano mai provato l’umidità di un laboratorio nei mesi più freddi. La stragrande maggioranza delle persone, lavora o si attiva per farlo con lo scopo di avere un tornaconto. Quella componente che permette di avere lo stretto necessario per poter vivere e di migliorare la qualità della propria vita. Questo indipendentemente dal fatto che si eserciti un mestiere intellettuale o manuale. Il problema è che quasi tutti lo hanno dimenticato. Il tempo ha sbiadito aspirazioni e sacrifici fatti per soddisfare sogni che non ci appartengono più. L’abitudine ad esercitare la medesima professione per un periodo prolungato, porta inevitabilmente a vedere nell’altrui mestiere uno o più privilegi rispetto al proprio, lasciando spazio a fantasie nelle quali il sogno di qualcuno si rivela l’incubo di un altro e viceversa. Come in tutte le cose, credo che fare proprie delle teorie che proprie non sono, conduca all’errore. La manualità può essere avvicinata, conosciuta, frequentata (per passatempo o per passione), ma mai sposata per procura. Questo perché è una disciplina che si conosce con il tempo e che non si impara leggendo un manuale. Tantomeno se non abbiamo avuto il piacere di conoscerla, di conviverci, di litigarci. Riscontro con rammarico che anche nei programmi didattici, la tecnica sottragga spazio all’analisi della vocazione personale, dell’etica, dell’utilizzo costruttivo del tempo, della qualità dei rapporti e di altri aspetti, tanto trasversali quanto fondamentali alla buona riuscita del programma formativo. Purtroppo la panacea non risiede nel rinnovato “fascino” del lavoro manuale, ma semplicemente in un lavoro che appaghi. La verità è solo questa. C’è un tempo che sembra lontano fin quando non torniamo al centro di noi stessi. E’ il tempo dei gesti puri ed esatti, della qualità della vita a scapito della frenesia che ci viene imposta. Ma questo attimo lo si può ritrovare sia sgorbiando un ceppo di tiglio, sia vergando un foglio di carta bianca nell’intento di redigere un “grigio” atto notarile.

Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

Smartphone: istruzioni per l’uso

postato da Nicoletta Carbone il 17.10.2016
17

La scorsa primavera, appresi dalle pagine di Wired che nel New Jersey vi fosse il proposito di multare i pedoni sorpresi a camminare con lo sguardo chino sugli smarphone. Cinquanta dollari alla prima contravvenzione, fino a quindici giorni di cella per i più recalcitranti. La motivazione dei legislatori è suggerita da un forte aumento di incidenti mortali a danno dei pedoni. Il fenomeno non è certo circoscritto al solo New Jersey, basti pensare che in tutti gli U.S.A. sono stati due milioni i pedoni rimasti feriti in tutto il 2010 a cause attribuibili al fenomeno. Triplicando così un dato risalente al 2004, anno nel quale i device di nuova generazione non avevano ancora fatto il loro ingresso sul mercato.  Li chiamano digital zombies. Immersi nei loro schermi, distratti dal cicalio delle ricezioni e intenti a pubblicare un’immagine, affrontano con ingenuo candore attraversamenti e incroci come fossero soli al mondo. O meglio, come se nulla potesse essere procastinato.
In Giappone, per lo stesso fenomeno, qualche studio di progettazione urbanistica ha già presentato proposte per corsie dedicate a pedoni affetti da smartphone dipendenza, che si andrebbero ad affiancare alle piste ciclabili già in essere.
Qui da noi, nessuno ha ancora coniato un vezzeggiativo (ci basta prendere in prestito ciò che proviene dal mondo anglosassone) e nessuna commissione urbanistica ne ha voluto farsene carico. Tuttavia il fenomeno è ormai tangibile.  L’uso massiccio dei social, sempre e ovunque, fa dell’utente un pedone indisciplinato e distratto. Per rendersene conto, è sufficiente girare per le strade nel ruolo di autista o peggio ancora in moto, dove gli spazi di frenata diventano assai più rischiosi.
Stupidi o geniali non sono gli stumenti, bensì il loro uso.  E me ne rendo conto quando, leggendo un ulteriore racconto sulla carta stampata, si fa riferimento a un tal Alessandro Bordini, 31 anni, non vedente in seguito ad un grave incidente.  Alessandro s’è inventato un viaggio intorno al mondo per dimostrare che la solidarietà fra gli uomini è garanzia di indipendenza e mobilità. Tra il 2013 e il 2015 è andato dall’America del Nord alla Nuova Zelanda, dalla Russia alla terra del Fuoco affidandosi all’ I-Phone che, grazie ad un softwere integrato per nonvedenti, gli ha permesso di accedere ad internet, usare i social network.
Più lungimirante un ragazzo senza vista di tanti zombie senza testa.
Carlo Cazzaniga  –  Artigiano Artista

Quando per partire si sceglieva l’alba o il tramonto

postato da Nicoletta Carbone il 13.09.2016
13

Quando l’aria condizionata in casa era privilegio di pochi e lo era ancor più se pensata all’interno di un’automobile, le partenze venivano programmate in orari ben precisi. Più di quarant’anni fa, nel 1973, eravamo reduci da anni di crescita economica che oggi definiremmo cinese. Allora si chiamava italiana.

Un solo connazionale su quattro aveva l’automobile, rigorosamente senza poggiatesta e cintura di sicurezza. I treni estivi erano economici, affollati e chiassosi; i traghetti per la Sardegna si chiamavano «Canguro», un nome genuinamente allegro. I giovani praticavano volentieri l’autostop, il casco un ausilio solo per corridori e la stradale chiudeva un occhio se vedeva procedere una lambretta con tre persone a bordo.

Eravamo i figli di un’Italia ottimista, dotata di grande pazienza e carica di ragionevoli aspettative. Qualcosa c’è rimasto addosso, almeno la voglia di raccontarlo. Ricordo che si lasciava la città un’ora prima dell’alba. Non ho mai saputo perché. La scusa ufficiale era che, in quel modo, avremmo evitato il caldo. Ripensandoci, credo invece che la partenza nel buio fosse un modo di celebrare l’avvenimento e dargli quell’importanza che meritava. Alle dieci si partiva per una gita; alle otto, per un fine settimana. Per le vacanze estive, con papà, mamma, fratelli, provviste e plaid le quattro del mattino erano l’unica ora possibile. Provviste, sì! Perchè all’autogrill ci si fermava solo per fare benzina e non per un pranzo al self-service.

Due intere generazioni sono partite insieme a quelle ore improbabili: i nostri genitori sul sedile davanti, noi sul sedile dietro. Anteguerra e dopoguerra sullo stesso mezzo, uniti da una silenziosa eccitazione. Industrie, uffici e negozi chiudevano tutti insieme, quasi con sollievo, in una grande espirazione collettiva; le città si svuotavano; e si partiva. Si partiva prima dell’alba per poesia, per purezza, per prudenza. Senza una vera necessità.

Oggi partiamo in orari ragionevoli; guidiamo auto fresche e sicure che non forano mai; ascoltiamo autoritari navigatori satellitari e controlliamo con il telefono orari, traffico e meteo. Mettete un italiano del 2016 su un’utilitaria del 1963 e si rivolgerà alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Piazzate un adolescente di oggi su una Vespa di ieri e i genitori grideranno allarmati. Non s’allarmano, invece, per la discoteca a Ibiza, dove i pericoli sono ben maggiori di un portapacchi instabile. Degli anni Sessanta e Settanta noi ricordiamo gli odori, i sudori e i sapori: panini gommosi in viaggio, focacce oleose in spiaggia, cocco e bomboloni, l’acqua salata dopo il bagno.

Non erano tutti saggi, i nostri genitori, ma erano consapevoli dell’importanza rituale dell’estate. Non avrebbero mai permesso che crisi o questioni politiche la rovinassero. L’estate era una tregua collettiva. Poteva essere una canzone, un gioco di gruppo, un gelato confezionato.

Non è vietato passare l’estate incollati a Facebook, Twitter, WhatsApp o Ruzzle, a patto di considerare l’esperienza per quel che è: un anestetico.

Uno dei racconti più belli, nei Sillabari di Goffredo Parise, s’intitola “Grazia” . « Un giorno un uomo aveva appuntamento con una donna al caffè Florian, a Venezia, alle sette e mezzo di sera. Era l’inizio dell’estate, entrambi avevano un’età particolare, lui quaranta, lei trentacinque, in cui possono succedere molte cose nell’animo umano ma è meglio non succedano perché è tardi ed è inutile illudersi di tornare ragazzi. Tuttavia i due, forse senza saperlo, avevano molta voglia di tornare ragazzi e accettarono quel loro piccolo flirt appena incominciato come un gioco ma, sotto sotto, con una certa speranza ». Queste cose normali d’estate succedono ancora; ma facciamo fatica addirittura a desiderarle. La semplicità ci appare un ripiego, e dovrebbe essere un obiettivo. Siamo confusi perfino nei desideri: vorremmo vacanze avventurose e ben organizzate, estati spericolate ma senza pericoli, situazioni eccezionali ma al tempo stesso prevedibili.

In questa estate così turbolenta dal punto di vista sociale, politica ed economico, dovremmo imparare dai convalescenti. Poiché per loro la normalità non è noia, ma riconquista e gioia.

Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

Tatuaggi: affermazione della personalità o modifiche autoinflitte?

postato da Nicoletta Carbone il 27.06.2016
27

In merito al fenomeno dilagante dei tatuaggi,  ho letto di recente una teoria che recitava più o meno così:

“…tatuare il proprio corpo, e dunque sporcarlo, è un modo per appropriarsene strappandolo alle grinfie materne…”

Se questa interpretazione fosse corretta, potremmo dire che c’è un buon 30% di europei tra i 18 e i 30 anni che, dovendo pur trovare una ragione di conflitto con i genitori sempre più accondiscendenti, si è “buttata” sui tatuaggi come pratica espressiva. Del resto, se si osserva il fenomeno dell’espressione del corpo nell’evoluzione dell’ultimo decennio, si percepiscono alcuni dettagli che riassumono i tratti principali del cambiamento.

Nel 2008 qualcuno aveva decretato che il corpo aveva bisogno di cure ed attenzione e conseguentemente fu decontestualizzato l’esercizio ginnico a favore della palestra domestica (caso Tecnogym). Nel 2010 qualcuno dettò che la libera espressione del corpo poteva essere
asservita per veicolare un messaggio (“operazione” Lady Gaga). Nel 2012 si pensò invece che il corpo potesse diventare elemento erogante. Non più indossando un abito che ci rappresentasse, bensì “vestendosi” con il proprio corpo. Al punto che uomo e donna avrebbero potuto scambiarsi d’abito senza per questo perdere la propria identità (fenomeno coregender).

Appurato questo però, risulta curioso notare come il tatuaggio in quanto tale finisca per datare i corpi, così come un tempo facevano pandemie, guerre e non solo. La gotta è stata una malattia sociale che riporta al Settecento e all’Ottocento. La poliomelite ha segnato invece i corpi del secolo scorso. Il “bollo” del vaiolo, oggi del tutto scomparso, ha segnato le spalle di intere generazioni. Ora invece, quasi del tutto debellate le grandi malattie sociali, ci sono invece le modifiche autoinflitte: eccesso di pesi in palestra, seni e labbra gonfi in modo innaturale, depilazioni totali e permanenti, tatuaggi di massa.

Tutti lo vogliono perché è “per sempre”, nonostante il fatto che per forma e per principio, nessuno di noi creda più nel concetto oggettivo del termine. Capita allora che diventa bello sposarsi perché esiste anche il divorzio e inconsciamente tatuarsi perché “tanto”,  lo puoi sempre cancellare. Di conseguenza, come negli ultimi tre anni si sono moltiplicate le licenze di tatuatore, c’è stato un boom di una attività simbiotica e parallela: quella dei tecnici del laser pronti a “sbianchettare” le epidermidi di un crescente numero di pentiti. Pentiti che nel frattempo non si sono risparmiati nell’ammorbare di descrizioni decine di conoscenti sul senso profondo delle loro scelte,  e di dettagli sulle più intime esperienze personali.

Carlo Cazzaniga  –  Artigiano Artista

Quel concetto astratto chiamato felicità

postato da Nicoletta Carbone il 27.04.2016
27

Non è facile essere felici. Lo è ancora meno definire in che cosa consista esserlo. Raggiungere, conservare, recuperare la felicità è per gran parte dell’umanità il movente principale che ha sempre giustificato un’abnorme profusione di azioni e di capacità di sopportazione da parte dell’uomo, in qualsiasi epoca storica.

Secondo Sigmund Freud essere felici deriva dalla soddisfazione per lo più provvisoria di bisogni che sono stati fino a una certa misura ostacolati. La realtà del nostro mondo ci propina invece una serie di soluzioni dandoci l’impressione che tutto sia privo di qualsiasi barriera. Credo a riguardo che il bisogno più ostacolato risieda principalmente nella mancanza di chiarezza. Procediamo in uno stato di disorientamento, in un territorio apparentemente senza limiti ma dove non sono chiari nè i percorsi nè le mete. Siamo disorientati perchè non sappiamo cosa è bene e cosa è male, cosa è vivo e cosa è morto, cosa è scienza e cosa è fede, cosa è bello o brutto, reale o virtuale. Disorientati dal chiacchiericcio della televisione, dalle tensioni sfogate nel traffico, dalle lusinghe della pubblicità, dalla seduzione del progresso, passando dai legami genetici a quelli di famiglie ibride.Insieme alle grandi certezze sono scomparsi i grandi leader, le grandi ideologie i grandi maestri.

Nella sua corrispondenza Flaubert ci ha lasciato un pensiero che ben si concilia con questa condizione: “Quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio c’è stato un momento unico nel quale è esistito l’uomo, solo. “ Quel momento di sospensione, magico e pauroso al tempo stesso, generò l’era di Adriano, la più felice di tutta la storia romana.

Forse, per progettare una nuova e felice era di Adriano ci occorrerebbe soltanto un pò meno “chiasso”.

A cura di Carlo Cazzaniga

Il coraggio di riordinare

postato da Nicoletta Carbone il 01.03.2016
01

Riordinare è una pratica che non piace a nessuno. Prevede tempo e pazienza. Non solo. Include anche una certa predisposizione che non sempre ci accompagna. Ce lo impone però la necessità di fare spazio, materiale e mentale. Il rischio è quello di ritrovare un passato rimosso da tempo. Con esso una forte componente emotiva. Da una parte fatta da di dolori, rimpianti e sconfitte, dall’altra di gioie, successi e sorprese inaspettate.

Il momento in cui solai, cantine o scaffalature dimenticate diventano improvvisamente oggetto della nostra attenzione, è qualcosa che definirei “delicato”. Ci prepara a rientrare in contatto con quegli anditi che si sono stati riempiti di effetti personali, dai quali non si è stato in grado di prendere le distanze, per scrupolo o per semplice rispetto. L’aver procastinato l’istante di quella decisione per mancanza di tempo o di volontà latente è stato in molti casi una scusa poco credibile. Forse, quello che è mancato, è stato più semplicemente mancanza di coraggio. Ammetterlo non renderebbe certo peggiori di ciò che si è nella realtà, caso mai solo più umani. Se così non fosse, la gente non avrebbe l’abitudine di giustificarsi con frasi di questo genere: – “Devo armarmi di coraggio e …” oppure:- “ Un giorno o l’altro devo farmi coraggio e …”.

Si sa che non è affatto facile riaprire alcune parentesi della vita , soprattutto se sono dolorose. Tuttavia, riprendere possesso della propria storia, o fare i conti con quanto si pensava di avere cancellato, può nascondere risvolti positivi. Uno su tutti: quello almeno di aver affrontato a viso aperto una paura individuale. “Coraggio”, e non è un caso, è un aggettivo che sottolinea fortezza e che trova un ulteriore significato anche nel suo etimo. Dove “cuore”, inteso come fattore emotivo, gioca un ruolo significativo. Capita allora che un ricordo riesumato all’interno di una scatola impolverata, ci porti a rammentare un profumo o una giornata che la nostra memoria aveva smarrito, trascinando con se un flusso di ricordi che materializzerebbe luoghi, situazioni, persone e sentimenti di quel momento. Ecco che allora anche una banale pratica si può trasformare in qualcosa di diverso, di intimo, di rivelatore. Una sorta di autoanalisi del proprio trascorso.

Una buona ginnastica emotiva per ricalibrare coscienze anestetizzate da una eccessiva autodisciplina, la quale non ha fatto nient’altro che trasformare in formale ciò che era spontaneo, e importante ciò che era ordinario. Riordinare però non significa soltanto ritrovare con piacere una corrispondenza d’amore, delle fotografie o un trofeo sportivo. Significa anche sviluppare una curiosità che potrebbe riservare sorprese. Riguarda quelle cose che potrebbero conservare un segreto, o meglio ancora una storia. Credo fermamente che a volte la vita riservi degli strani appuntamenti. Sono quelli nei quali abbiamo l’impressione che qualcuno stia per dirci qualcosa. E’ quell’oggetto che si è tanto cercato che torna alla luce, o una lettera che mai pensavamo di avere e che si legge per la prima volta. Quasi come se qualcuno ci stesse sussurrando un messaggio, un consiglio o un’equazione. In questo caso solo la curiosità può trasformarsi nell’elemento attivatore di quella “formula chimica”.

Ho sempre odiato riordinare. Questo finchè un giorno, costretto a farlo, mi scivolò fra le mani una lettera indirizzata a mia madre. Era in una scatola, con tutte quelle cose che i fratelli di solito si suddividono quando un genitore viene a mancare. Era posta tra un foglio di congedo ed una croce di guerra. Fu un’autentica sorpresa, tanto che mi diede lo sprono per attivare una ricerca durata quasi due anni. Valse un viaggio in centro Italia, alla ricerca di una storia di sessant’anni prima. Conoscendo persone che non avrei mai potuto conoscere e aggiungere una cornice, a quello che le parole avevano descritto con dei contorni sbiaditi fino a quel momento.

Oggi riordino con maggiore zelo, e su questa esperienza consiglio a tutti di farlo con maggiore leggerezza. Gli oggetti che accumuliamo rappresentano parte del nostro percorso. Un esperto di comunicazione forse, ne farebbe addirittura uso per costruire “la nostra storia”. Di “storie” oggi, se ne fa un grande uso. Per raccontare esperienze, professioni, progetti, prodotti. Racconti dei quali siamo spettatori e uditori anche nostro malgrado e che a volte non ci sfiorano minimamente, ma che tuttavia ascoltiamo. Sembrerebbe allora paradossale, sciocco, o superficiale, se nemmeno per un istante non fossimo minimamente attratti dalla storia che ci potrebbe raccontare. Sarebbe totalmente personale, introvabile sul mercato e impossibile da replicare. Implica uno sforzo, ma alla fine ne vale la pena.

Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

Creatività obbligatoria

postato da Nicoletta Carbone il 01.02.2016
01

Ci sono termini nel linguaggio comune che tendono con il tempo a perdere la loro valenza. Questo avviene quando, declinati ad ogni situazione, il loro uso diventa inflazionato. Il termine “creativo” è uno di questi. Si parte dal presupposto che la creatività sia qualcosa che appartenga a tutti. E forse è anche vero. Tuttavia, non posso fare a meno di notare una certa tendenza nell’attribuire dei connotati di creatività a qualsiasi pratica. Talvolta risultando fuori luogo.

Esiste un pensiero diffuso secondo il quale la creatività sia diventato un fattore imprescindibile della nostra vita. Questo pensiero ha trasformato ogni cosa in pratica creativa: dal metodo educativo al bucato, dal viaggio organizzato al riordino domestico, dall’archiviazione contabile al fai da te. E’ lo stesso pensiero che ha trovato terreno fertile tra le “zolle” della rete ipertestuale, secondo cui nulla può sfuggire al proprio racconto, attraverso immagini e pensieri. Quasi che il non essere creativi, sotto questo punto di vista, sia da considerarsi al pari di una minusvalenza formativa.

Capita allora che molti si trasformino in potenziali narratori, compositori di melodie, poeti e romanzieri in grado di raccontare intrecci ed aspetti superlativi ovunque si nascondano. Tutti aspetti positivi, se non fosse che contestualmente sono state dimenticate esperienze personali, storie tramandate e persino piccole leggende che hanno costruito nel tempo una personalità. La pratica di “rovesciare i cassetti” privati sulle pagine web ha tolto una parte fondamentale della creatività. Era quella che si alimentava di intime emozioni. Una sfera emotiva che pretendeva di essere elaborata, plasmata in virtù di un nostro cambiamento, lontana da qualunque apprezzamento, cronologia o notifica.

Penso che questa tanto“ sbandierata” creatività sia anche poco rivelatrice, proprio perché costruita su un impulso, o sull’onda di un entusiasmo e o di uno scoramento momentaneo. Non è un caso che i risultati migliori della creatività passino attraverso lunghe gestazioni. Non è un caso se la vera creatività la si percepisca solo quando sappia oltrepassare il primo strato di superficie che tutti riescono a vedere e decifrare. La dittatura della creatività è un aspetto del quale siamo tutti artefici, consapevoli o meno. Questo perché abbiamo rifuggito esistenze che non ambiscano a qualcosa che le riscatti dalla quotidianità. Così come non esistono più luoghi normali, persone comuni, storie anonime, perché tutto è raccontato alla stregua di un superlativo di maggioranza. Il rischio interviene quando obblighiamo le nuove generazioni a pensarsi creative ma solo a parole. Perché poi quando cercano di esserlo davvero vengono dissuase, dal rischio di fallire, di rimanere incompresi, di delusione, di incompletezza.

Abbiamo trasformato l’arte, la letteratura, il cinema, la musica e tutte le espressioni dell’ingegno in qualcosa di necessario e al tempo stesso di non realizzabile se non in una forma ripetitiva e banale. La creatività obbligatoria è come un vento che non è in grado di sospingere i semi. Inaridisce il paesaggio e paralizza le coscienze. Mescolando plauso e indifferenza come fossero la stessa cosa.

A cura di Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

Cartellonistica condominiale in via di estinzione

postato da Nicoletta Carbone il 07.01.2016
07

Se si pone attenzione nei pertugi più reconditi di alcune case, si trovano ancora segnali appartenenti ad altri tempi. Rappresentavano una sorta di cartellonistica posta ad obbligo o divieto, con il tentativo di regolamentare una corretta condotta nell’ambito condominiale. Ora a guardarli, sembrano quasi geroglifici appartenenti ad un’altra civiltà, ed alcuni di questi fanno quasi sorridere. Erano tempi in cui i citofoni non avevano ancora fatto apparizione di massa e i telefonini non esistevano. Tempi nei quali la comunicazione viaggiava esclusivamente su un canale paragonabile alle “grida” di manzoniana memoria.
Si rendeva necessario quindi regolamentare gli orari del gioco nei cortili per ritagliarsi qualche ora di quiete, suggerire comportamenti virtuosi, scoraggiare atteggiamenti poco civili. Sì, perchè bastavano già gli adulti, nel poco rispetto delle regole, a creare situazioni caotiche.
Le case da ringhiera infatti erano note per la capacità che avevano, di far rieccheggiare al loro interno liti famigliari, discussioni ad alta voce, e l’infrangersi a pavimento di interi servizi di ceramica. I cortili erano piccoli villaggi, dove i ragazzi erano liberi di dare sfogo a tutta la loro personalità che spesso trascendeva nel litigio e nella contesa. Il controllo, se così possiamo definirlo, avveniva solo dai poggioli a suon di richiami a voce alta. Anche l’igiene ed il rispetto altrui non costituivano per tutti una comune virtù. Si riteneva quindi anche il solo porre una targa come monito, potesse costituire un valido deterrente.


Spariranno progressivamente con il tempo e con gli interventi ordinari, anche le segnaletiche dei rifugi antiaerei, che indicavano scantinati sotterranei, oggi riconvertiti in cantine o laboratori seminterrati.In alcuni cortili, una Madonnina al centro rappresentava la presenza limitrofa di uno di questi rifugi. Che sia meglio o peggio, non lo sappiamo, di certo c’è che questi cortili oggi, risultano aiuole intonse e silenziose.
Il silenzio ed una pace apparente, ha sostituito il vociare ed il chiacchiericcio con il brusio di un elettrodomestico, le consolle sostituito il gioco della lippa, e più nessuno spiega che cosa simboleggiassero quelle scritte U.S. in corrispondenza di lucernari e bocche di lupo.

A cura di Carlo Cazzaniga – Artigiano, artista

Educazione alimentare: anche l’occhio vuole la sua parte

postato da Nicoletta Carbone il 04.12.2015
04

Australia: Jacob è un bambino di due anni che, come tanti, non ama particolarmente frutta e verdura. La madre, Laleh Mohmedi, ha inventato un modo curioso per convincerlo: creare dei piatti a forma di cartone animato. Ha cominciato così dalle forme più semplici, ma ha ben presto capito che il trucco avrebbe retto solo se supportato da una fantasia generosa e da capacità decorative inusuali. Sono certo che, per trovare esempi analoghi, non sia necessario inoltrarsi verso continenti così remoti. Anche il nostro Paese avrebbe a riguardo da offrire trucchetti e stratagemmi degni di nota. Tuttavia mi piace sottolineare come Laleh abbia avuto la capacità ( … e il tempo) di razionalizzare questa sua iniziativa. Le sue composizioni, non solo suggeriscono a Jacob un corretto e completo consumo alimentare, ma sono diventate nel tempo materiale e contenuti per un sito dedicato ed una pagina instagram attraverso i quali dispensa consigli. Laleh ha spiegato: “Ho cominciato per gioco. Qualche mese fa ho preparato un pancake a forma di leone, quindi un orso… A Jacob è piaciuto tantissimo. Ho cominciato così!”. L’idea è piaciuta così tanto al bambino, al punto che ogni sera chiede un personaggio nuovo.
Quasi cinquant’anni fa mia madre faceva qualcosa di analogo. Per farmi consumare “a forza” la colazione del mattino, ricreava un finto angolo bar posizionando le imposte che guardavano sul balcone. Quasi come fosse un locale con veranda. Mi serviva le fette di pane imburrato sulla seduta di una sedia. Fingendo di leggere Topolino, e simulando il piacere di una sigaretta, imitavo gli adulti masticando così ciò che non avrei mai consumato. Pensando a Jacob, non ho potuto evitare di ricordarmi di quando stavo seduto su quello sgabello alto trenta centimetri. Quel burro aveva un sapore diverso, ma non ho mai saputo il perché. O forse già lo sapevo, ma chiederselo non era importante. Morale: imparai a non rifiutare mai la colazione. Se avesse utilizzato altri stratagemmi per insegnarmi ulteriori discipline alimentari, oggi gliene sarei grato.
https://instagram.com/jacobs_food_diaries/
http://www.jacobsfooddiaries.com/

Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

Diario: confessioni ad un amico invisibile

postato da Nicoletta Carbone il 05.11.2015
05

Un motivo per cui da ragazzo invidiavo le mie coetanee, era quello che loro potevano tenere un diario. Non che mi fosse impedito, ma tacitamente mi rendevo conto che era una pratica a loro riservata e troppo “da femmina” per agire con indifferenza. Mi consolavo allora scrivendo delle lettere a me stesso o raccogliendo alcuni pensieri vergati su carta e raccolti in una busta in finta pelle. Parlare oggi di diario risulta del tutto anacronistico, oggi ancora più di allora. Tuttavia la peculiarità di redigere un diario conserva ancora un senso logico non indifferente. In molti obbietterebbero sulla mancanza di tempo, senza pensare a quanto ne consumano inutilmente in altre pratiche diventate consuetudine, alle prese con supporti digitali o con banali attività di intrattenimento. Se ci concedessimo almeno il proposito di ripensarci, ci renderemmo immediatamente conto di come quello stesso tempo potremmo riscattarlo. I pensieri non scritti a volte se ne vanno, le parole proferite spesso si dimenticano, gli stati d’animo vissuti si dissolvono. Instaurare e mantenere l’abitudine di scrivere e descrivere a fine giornata le proprie esperienze, le lezioni imparate, i propri pensieri ed i risultati ottenuti è un’attività chiave per chi persegue la propria crescita personale. Dalla scrittura infatti discende la consapevolezza, dalla consapevolezza nasce il cambiamento e dal cambiamento deriva la crescita. E se lo strumento digitale oggi permette di elaborare belle lettere, ordinate e senza cancellature, forse sarebbe meglio conservare ed esercitare la tecnica olografa. Il solo fatto che il tratto della vostra mano abbia descritto esattamente il vostro stato d’animo, evidenzierebbe quegli aspetti che le parole potrebbero celare.
Se per tanti motivi avete già fatto il funerale a quella vostra amata stilografica, credo sia giunto il momento di esumarne le spoglie.

A cura di Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

  • Un esperto per amico




    Attilio Speciani


    Specialista in Allergologia e immunologia clinica

     

    www.eurosalus.com





    Prof. Alberto Luini


    Direttore della divisione di senologia dello IEO






    Tetsugen Serra


    Maestro Zen - Fondatore della Mindfulzen: la Via di Consapevolezza

     

    www.mindfulzen.it

     

    www.monasterozen.it





    Prof. Antonino Di Pietro


    Direttore del Servizio di Dermatologia dell'Ospedale di Inzago (MI)

     

    www.antoninodipietro.it





    Dott. Francesco Aquilar


    Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivista e Comportamentale

     

    www.aipcos.org





    Claudio Belotti


    Coach

     

    www.claudiobelotti.it





    Luigi Sutera


    Consulente d'immagine






    Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D.


    Presidente Assomensana

     

    www.assomensana.it





    Alessandra Rigoni


    Medico Chirurgo specialista in odontoiatria e ortodonzia a Milano






    Dott. Luca Avoledo


    Naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale.

     

    www.lucaavoledo.it

     

    www.studiodinaturopatia.it





    Dott. Fabio Rinaldi


    Specialista in dermatologia e venerologia, Presidente della Fondazione IHRF in Milano.

     

    www.studiorinaldi.com





    Prof. Alessandro Nanussi


    Responsabile del Centro di Gnato-posturologia e dolore cranio-faciale, Osp. S. Gerardo, Clinica Universitaria della Milano-Bicocca. Past president della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport.

     

    www.studiodentisticonanussicoraini.it





    Prof. Marco Temporin


    Medico Chirurgo. Specialista in Igiene e Medicina Preventiva.

     

    www.marcotemporin.it





    Daniele Belloni


    Insegnante di yoga, scrittore e giornalista

     

    www.spazioshanti.org





    Mauro Castiglioni


    Farmacista Cosmetologo esperto in preparazioni Galeniche. Consigliere all'Ordine dei Farmacisti di Milano. Consigliere Nazionale SI.F.A.P. (Società Italiana Farmacista Preparatori






    Andrea Fratter


    Ricercatore, Cosmetologo ed esperto di Nutraceutica
    Docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica, SIME di Roma e presso il Corso di Perfezionamento in Farmacia e Farmacologia Cliniche dell’Università di Padova






    Dott.ssa Adele Sparavigna


    Dermatologa a Milano e Monza
    Direttore ricerche cliniche Istituto Derming

     

    www.adelesparavigna.it





    Raffaella Cicogna


    Body&Mind Coach

     

    www.raffaellacicogna.com





    Carlo Cazzaniga


    Artigiano - Artista

     

    https://cutcarlocazzaniga.net/
    artigianeide.wordpress.com





    Ines Seletti


    Presidente Ass. Adas Fidas Parma - Consigliera Ass. Fidas Nazionale con delega alla comunicazione e alle nuove tecnologie - Consigliera Ass. Futura Parma

     

    www.fidas.it

     

    www.adasfidasparma.it


  • Tag Cloud