Il coraggio di riordinare

postato da Nicoletta Carbone il 01.03.2016
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Riordinare è una pratica che non piace a nessuno. Prevede tempo e pazienza. Non solo. Include anche una certa predisposizione che non sempre ci accompagna. Ce lo impone però la necessità di fare spazio, materiale e mentale. Il rischio è quello di ritrovare un passato rimosso da tempo. Con esso una forte componente emotiva. Da una parte fatta da di dolori, rimpianti e sconfitte, dall’altra di gioie, successi e sorprese inaspettate.

Il momento in cui solai, cantine o scaffalature dimenticate diventano improvvisamente oggetto della nostra attenzione, è qualcosa che definirei “delicato”. Ci prepara a rientrare in contatto con quegli anditi che si sono stati riempiti di effetti personali, dai quali non si è stato in grado di prendere le distanze, per scrupolo o per semplice rispetto. L’aver procastinato l’istante di quella decisione per mancanza di tempo o di volontà latente è stato in molti casi una scusa poco credibile. Forse, quello che è mancato, è stato più semplicemente mancanza di coraggio. Ammetterlo non renderebbe certo peggiori di ciò che si è nella realtà, caso mai solo più umani. Se così non fosse, la gente non avrebbe l’abitudine di giustificarsi con frasi di questo genere: – “Devo armarmi di coraggio e …” oppure:- “ Un giorno o l’altro devo farmi coraggio e …”.

Si sa che non è affatto facile riaprire alcune parentesi della vita , soprattutto se sono dolorose. Tuttavia, riprendere possesso della propria storia, o fare i conti con quanto si pensava di avere cancellato, può nascondere risvolti positivi. Uno su tutti: quello almeno di aver affrontato a viso aperto una paura individuale. “Coraggio”, e non è un caso, è un aggettivo che sottolinea fortezza e che trova un ulteriore significato anche nel suo etimo. Dove “cuore”, inteso come fattore emotivo, gioca un ruolo significativo. Capita allora che un ricordo riesumato all’interno di una scatola impolverata, ci porti a rammentare un profumo o una giornata che la nostra memoria aveva smarrito, trascinando con se un flusso di ricordi che materializzerebbe luoghi, situazioni, persone e sentimenti di quel momento. Ecco che allora anche una banale pratica si può trasformare in qualcosa di diverso, di intimo, di rivelatore. Una sorta di autoanalisi del proprio trascorso.

Una buona ginnastica emotiva per ricalibrare coscienze anestetizzate da una eccessiva autodisciplina, la quale non ha fatto nient’altro che trasformare in formale ciò che era spontaneo, e importante ciò che era ordinario. Riordinare però non significa soltanto ritrovare con piacere una corrispondenza d’amore, delle fotografie o un trofeo sportivo. Significa anche sviluppare una curiosità che potrebbe riservare sorprese. Riguarda quelle cose che potrebbero conservare un segreto, o meglio ancora una storia. Credo fermamente che a volte la vita riservi degli strani appuntamenti. Sono quelli nei quali abbiamo l’impressione che qualcuno stia per dirci qualcosa. E’ quell’oggetto che si è tanto cercato che torna alla luce, o una lettera che mai pensavamo di avere e che si legge per la prima volta. Quasi come se qualcuno ci stesse sussurrando un messaggio, un consiglio o un’equazione. In questo caso solo la curiosità può trasformarsi nell’elemento attivatore di quella “formula chimica”.

Ho sempre odiato riordinare. Questo finchè un giorno, costretto a farlo, mi scivolò fra le mani una lettera indirizzata a mia madre. Era in una scatola, con tutte quelle cose che i fratelli di solito si suddividono quando un genitore viene a mancare. Era posta tra un foglio di congedo ed una croce di guerra. Fu un’autentica sorpresa, tanto che mi diede lo sprono per attivare una ricerca durata quasi due anni. Valse un viaggio in centro Italia, alla ricerca di una storia di sessant’anni prima. Conoscendo persone che non avrei mai potuto conoscere e aggiungere una cornice, a quello che le parole avevano descritto con dei contorni sbiaditi fino a quel momento.

Oggi riordino con maggiore zelo, e su questa esperienza consiglio a tutti di farlo con maggiore leggerezza. Gli oggetti che accumuliamo rappresentano parte del nostro percorso. Un esperto di comunicazione forse, ne farebbe addirittura uso per costruire “la nostra storia”. Di “storie” oggi, se ne fa un grande uso. Per raccontare esperienze, professioni, progetti, prodotti. Racconti dei quali siamo spettatori e uditori anche nostro malgrado e che a volte non ci sfiorano minimamente, ma che tuttavia ascoltiamo. Sembrerebbe allora paradossale, sciocco, o superficiale, se nemmeno per un istante non fossimo minimamente attratti dalla storia che ci potrebbe raccontare. Sarebbe totalmente personale, introvabile sul mercato e impossibile da replicare. Implica uno sforzo, ma alla fine ne vale la pena.

Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

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