Psicologia in costume da bagno

postato da Nicoletta Carbone il 24.07.2013
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Un uomo e una donna, entrambi in costume da bagno, passeggiano sulla riva del mare, ciascuno per suo conto, andandosi inconsapevolmente incontro, poiché provengono uno da destra e una da sinistra. Sembrano abbastanza giù di corda: un po’ tristi, un po’ sconsolati, un po’ ingobbiti forse dalle preoccupazioni o dai pensieri. Improvvisamente si notano, incrociandosi gli sguardi: cambia di botto la loro postura. Lui spalle erette e mascella volitiva, lei sinuosa e coi seni scattantemente rivolti verso il cielo azzurro. Un abbozzo di sorriso morbido appena accennato lascia scivolare un veloce senso di approvazione reciproca. Passato il breve momento di sguardo improvviso, riprendono la propria passeggiata, nuovamente incuranti l’uno dell’altra, rapidamente riavvolti dai propri umori antracite. Questa scena, abbastanza frequente sulle spiagge, è stata studiata tempo fa da Allan Pease, esperto di comunicazione nonverbale, nel suo classico libro Leggere il linguaggio del corpo (Mondadori), per spiegare alcune delle modificazioni che si svolgono per motivi psicologici nel nostro corpo quando siamo in costume da bagno. Altre situazioni analoghe di rapporto col corpo e con gli altri sono raccontate nei miei Psicoterapia dell’amore e del sesso (Franco Angeli) e Le donne dalla A alla Z (Franco Angeli). Ma oltre queste modalità tipiche, abbastanza neutre e nel complesso gradevoli malgrado tutto, per certe persone è invece letteralmente drammatico stare semivestiti in pubblico, sono terrorizzate dalla radio, dalla tv e dai giornali quando si parla di: “Hai fatto la prova costume? Peccato!”, oppure: “Hai le maniglie dell’amore, quindi l’amore non lo troverai mai!”, e altre frasi del genere, che non sono proprio così, ma che loro reinterpretano in questo modo. Incluse le martellanti pubblicità sulle diete che i “sensibili al giudizio sul corpo” pensano di non riuscire mai a seguire fino in fondo, vita natural durante. Per difendersi, secondo loro, alcune persone escogitano più o meno raffinati sistemi auto-torturanti per mimetizzarsi o nascondersi (dall’indossare la muta subacquea anche per il bagno in 50 cm. di acqua, all’essere sempre fasciate di improbabili e coloratissimi parei messi su nelle fogge più strane, al mettersi-e-togliersi magliette e gonnellone continuamente), e altre persone rinunciano tout court al pur amato mare, fingendo di preferire il lago, la montagna o le capitali europee come refugium peccatorum. In questo quadro sconsolato, che cosa possono insegnarci la psicologia e la psicoterapia cognitiva, che possa farci sentire meglio ed aiutare i preoccupati del corpo a muoversi liberamente anche in costume da bagno?

1.      I mass media tendono ad enfatizzare troppo alcune questioni, per motivi di audience o di budget. Possiamo ricordarcene quando siamo esposti a queste comunicazioni e ridimensionare la nostra preoccupazione;

2.      Possiamo ricordare anche che potrebbe essere utile imparare a fregarcene del giudizio sociale sul nostro corpo. Anche se magari per gli altri andiamo benissimo, è il nostro giudizio quello severo e impietoso. Ma il nostro giudizio possiamo decidere di modificarlo;

3.      A questo punto possiamo anche decidere, già che ci siamo,  di trattarci meglio, in modo più gentile verso noi stessi, utilizzando con il nostro corpo, e con i nostri inevitabili difetti, gli stessi criteri affettuosi che useremmo parlando del loro corpo con un’amica o con un amico;

4.      Siamo sempre le stesse persone, vestite o svestite, e qualcuno che giudicasse un libro solo dalla copertina potrebbe essere piuttosto stupido, o comunque tale da non meritare attenzione per le sue opinioni superficiali;

5.      Tuttavia, possiamo sempre migliorare: se anche da questo può derivare la decisione di prenderci più cura di noi stessi, si avvererà di nuovo la dolce conclusione manzoniana secondo cui: “Da un male può nascere un bene”.

Disciplina interiore compassionevole, quindi: ecco quel che ci può servire. Mettiamoci allora in costume da bagno autorizzandoci ad essere noi stessi, senza indulgere ad eccessive preoccupazioni, legittimando la vergogna per le imperfezioni, ma ridimensionandola subito, senza impedirci un lieto rapporto corporeo con il sole, il mare, la natura e anche con tutti gli altri umani di mente aperta che non sono crudelmente giudicanti. Degli altri, alleniamoci a non tener conto!

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivista e comportamentale, presidente AIPCOS, Napoli, Twitter @FrancescAquilar

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