Quando per partire si sceglieva l’alba o il tramonto

postato da Nicoletta Carbone il 13.09.2016
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Quando l’aria condizionata in casa era privilegio di pochi e lo era ancor più se pensata all’interno di un’automobile, le partenze venivano programmate in orari ben precisi. Più di quarant’anni fa, nel 1973, eravamo reduci da anni di crescita economica che oggi definiremmo cinese. Allora si chiamava italiana.

Un solo connazionale su quattro aveva l’automobile, rigorosamente senza poggiatesta e cintura di sicurezza. I treni estivi erano economici, affollati e chiassosi; i traghetti per la Sardegna si chiamavano «Canguro», un nome genuinamente allegro. I giovani praticavano volentieri l’autostop, il casco un ausilio solo per corridori e la stradale chiudeva un occhio se vedeva procedere una lambretta con tre persone a bordo.

Eravamo i figli di un’Italia ottimista, dotata di grande pazienza e carica di ragionevoli aspettative. Qualcosa c’è rimasto addosso, almeno la voglia di raccontarlo. Ricordo che si lasciava la città un’ora prima dell’alba. Non ho mai saputo perché. La scusa ufficiale era che, in quel modo, avremmo evitato il caldo. Ripensandoci, credo invece che la partenza nel buio fosse un modo di celebrare l’avvenimento e dargli quell’importanza che meritava. Alle dieci si partiva per una gita; alle otto, per un fine settimana. Per le vacanze estive, con papà, mamma, fratelli, provviste e plaid le quattro del mattino erano l’unica ora possibile. Provviste, sì! Perchè all’autogrill ci si fermava solo per fare benzina e non per un pranzo al self-service.

Due intere generazioni sono partite insieme a quelle ore improbabili: i nostri genitori sul sedile davanti, noi sul sedile dietro. Anteguerra e dopoguerra sullo stesso mezzo, uniti da una silenziosa eccitazione. Industrie, uffici e negozi chiudevano tutti insieme, quasi con sollievo, in una grande espirazione collettiva; le città si svuotavano; e si partiva. Si partiva prima dell’alba per poesia, per purezza, per prudenza. Senza una vera necessità.

Oggi partiamo in orari ragionevoli; guidiamo auto fresche e sicure che non forano mai; ascoltiamo autoritari navigatori satellitari e controlliamo con il telefono orari, traffico e meteo. Mettete un italiano del 2016 su un’utilitaria del 1963 e si rivolgerà alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Piazzate un adolescente di oggi su una Vespa di ieri e i genitori grideranno allarmati. Non s’allarmano, invece, per la discoteca a Ibiza, dove i pericoli sono ben maggiori di un portapacchi instabile. Degli anni Sessanta e Settanta noi ricordiamo gli odori, i sudori e i sapori: panini gommosi in viaggio, focacce oleose in spiaggia, cocco e bomboloni, l’acqua salata dopo il bagno.

Non erano tutti saggi, i nostri genitori, ma erano consapevoli dell’importanza rituale dell’estate. Non avrebbero mai permesso che crisi o questioni politiche la rovinassero. L’estate era una tregua collettiva. Poteva essere una canzone, un gioco di gruppo, un gelato confezionato.

Non è vietato passare l’estate incollati a Facebook, Twitter, WhatsApp o Ruzzle, a patto di considerare l’esperienza per quel che è: un anestetico.

Uno dei racconti più belli, nei Sillabari di Goffredo Parise, s’intitola “Grazia” . « Un giorno un uomo aveva appuntamento con una donna al caffè Florian, a Venezia, alle sette e mezzo di sera. Era l’inizio dell’estate, entrambi avevano un’età particolare, lui quaranta, lei trentacinque, in cui possono succedere molte cose nell’animo umano ma è meglio non succedano perché è tardi ed è inutile illudersi di tornare ragazzi. Tuttavia i due, forse senza saperlo, avevano molta voglia di tornare ragazzi e accettarono quel loro piccolo flirt appena incominciato come un gioco ma, sotto sotto, con una certa speranza ». Queste cose normali d’estate succedono ancora; ma facciamo fatica addirittura a desiderarle. La semplicità ci appare un ripiego, e dovrebbe essere un obiettivo. Siamo confusi perfino nei desideri: vorremmo vacanze avventurose e ben organizzate, estati spericolate ma senza pericoli, situazioni eccezionali ma al tempo stesso prevedibili.

In questa estate così turbolenta dal punto di vista sociale, politica ed economico, dovremmo imparare dai convalescenti. Poiché per loro la normalità non è noia, ma riconquista e gioia.

Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

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