Protezione solare per uno sportivo estremo (montagna, vela, etc)

postato da Nicoletta Carbone il 31.07.2013
31

Lo sportivo estremo necessita di protezioni estreme, soprattutto sul viso. Per cui deve ricorrere a creme a protezione totale, resistenti all’acqua e al vento: si trovano spesso nei negozi di attrezzature per sport (sci, sci alpinismo, vela, etc). Si tratta di prodotti waterproof, solitamente bianchi o colorati, che vanno applicati su naso, guance e labbra. Sulle restanti zone esposte, una crema a protezione totale. Poiché in barca a vela è vietato l’uso di prodotti untuosi, è opportuno ricorrere, per il corpo, a spray o emulsioni a protezione totale oil-free (privi di olii). La sera  la pelle va molto idratata con creme restitutive a base, per esempio, di burro di karitè.

A cura della Dott.ssa Riccarda Serri, Specialista in Dermatologia

C’è una stagione per scrivere il cv?

postato da Nicoletta Carbone il 30.07.2013
30

“Non c’è che una stagione: l’estate! Tanto bella che le altre le girano intorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla”.

Per il cv l’estate è la stagione ideale?
Dal punto di vista della ricerca del lavoro in senso classico l’estate non è la stagione migliore: gli annunci calano, vengono ripetuti. Le aziende e soprattutto le persone che le costituiscono pensano anch’esse a terminare gli impegni e i progetti in corso in modo da concedesi un periodo di vacanza. Le newsletter, le comunicazioni di vario tipo (articoli, rubriche, trasmissioni televisive e radiofoniche, etc.), i convegni vengono sospesi per lo meno nel mese di agosto, se non da metà luglio a metà settembre.

Quello che non va mai in vacanza è internet, la comunicazione tra individui, i pensieri, le idee, le “strategie”.
Mi sento quindi di dare due ordini di suggerimenti:
1) fare networking
2) prepararsi al mercato.
Sono due attività diverse e complementari, a volte anche sequenziali.
Se ho già deciso cosa sto cercando e ho definito un piano (che comprende anche un cv, tra le altre cose) posso usare l’estate per parlare con persone del mio network diretto o indiretto e diffondere la mia proposizione: cosa so fare e cosa sto cercando oppure cosa posso offrire e a chi.

Se non ho ancora definito un piano posso usare l’attività di networking in modo diverso: per farmi un’idea del mercato, delle persone che mi possono consigliare o aiutare in altri modi: presentandomi altre persone o dandomi delle idee o degli esempi.
In più posso raccogliere le idee e strutturarle. Posso fare un lavoro di analisi, autoanalisi, ripensamento, riflessioni su di me e sulla mia vita professionale.
Il fatto di staccarsi dal lavoro – anche fisicamente – dovrebbe aiutare a guardarsi dal di fuori e a fare un bilancio in modo innanzitutto da decidere se è il momento di riprendere in mano la propria vita professionale e non solamente lasciarla scorrere.

Detto ciò non vuol dire che si debba necessariamente cambiare.
Si possono elaborare tante strade: rimanere all’interno dell’azienda per cui si lavora ma puntare a dei cambiamenti o avanzamenti interni.
Uscire dall’azienda per andare un’altra a fare lo stesso lavoro.
Cambiare proprio lavoro estendendo le proprie responsabilità.
Prendersi una pausa per un aggiornamento professionale o decidere di farlo mentre si lavora ma organizzandosi per …
Decidere di investite su una lingua o su una competenza professionale con settembre…

Si può anche pensare in modo strutturato a quanto fatto in termini ruolo e realizzazioni per iscritto, con approfondimenti anche di tipo numerico, lungo tutta la propria storia professionale e magari con l’aiuto di un occhio esterno e professionale, decidere di mettere a punto una nuova versione del proprio cv.
Non voglio suggerire di usare le vacanze per il lavoro ma per se stessi sì, mi sembra sia un buon suggerimento.

A cura di: Ing. Cristina Gianotti – Business Coach – Specialista in mercato del lavoro www.cristinagianotti.it – Cristina.gianotti@tiscali.it

Lo stress: come affrontarlo in città

postato da Nicoletta Carbone il 29.07.2013
29

Anche vivendo in una città, ovvero in un ambiente che per lo più è molto stressante, possiamo concederci dei momenti nei quali nutrirci di quell’energia che soltanto le cose vive ci possono dare. Troppo spesso trascuriamo questo aspetto e pensiamo che la vita di città non comporti alcuna possibilità di un contatto con la natura. Cerchiamo invece di non perdere le occasioni per approfittare di un po’ di verde: parchi e giardini, ma anche un angolo di prato sotto casa.

Natura vivente vuol dire mondo vegetale e mondo animale. Anche un semplice prato con degli alberi può diventare la cornice per delle esperienze di contatto con esseri viventi, piccolissimi come un fiore o uno stelo d’erba, oppure grandi come un albero, e conoscerci di più attraverso questo contatto. Prendiamoci del tempo, almeno qualche volta al mese, per fare tutte le scoperte che un parco cittadino ci consente di fare.

Un albero è un essere vivente che si risveglia a ogni stagione, che si riempie di verde, di foglie, anche di frutti. E ha una sua personalità. È qualcosa da toccare, da sentire. Forse quand’eravamo bambini ci piaceva l’idea di salire sugli alberi, di fare acrobazie, di lasciarci andare penzoloni dai rami… Se lo abbiamo fatto da piccoli, possiamo provare a ritrovarne il gusto; se non lo abbiamo mai fatto, da adulti forse non ci sentiremo di salirvi sopra con il rischio di cadere, ma proviamo almeno a chiudere gli occhi e a sentire che cosa vuol dire toccarne la scorza, sentire che è vivo.

Un albero non serve solo per sedersi all’ombra a leggere e a godere della sua frescura. Può servirci a entrare in contatto con un essere vivente, un vegetale, in modo un po’ più profondo di quanto abbiamo fatto finora. Giriamogli intorno, osserviamo il suo tronco, i rami contorti, i loro nodi, i segni del tempo. A volte un ramo tagliato permette di vedere i cerchi del taglio, di calcolarne l’età. Proviamo ad abbracciare il tronco. Che effetto ci fa? Superiamo il leggero imbarazzo che può crearci questo gesto insolito e godiamoci il contatto.

E poi sediamoci sul prato e proviamo a guardare con occhi diversi e nuovi i piccoli esseri viventi che sono gli steli d’erba, che sono i fiori. Proviamo a sentire la terra sotto i nostri piedi: togliamoci le scarpe e sentiamo di poter stare a piedi nudi sull’erba, oppure proviamo a stenderci sull’erba, a sentirne l’odore. Possiamo entrare in contatto con i rametti, gli steli, le foglie; possiamo confrontare tutte queste piccole forme di vita e ammirarne, forse per la prima volta, le forme, le dimensioni e i colori diversi, scoprendo che anche in un prato cittadino c’è tantissima vita. Questo contatto con la terra, con le erbe, con le centinaia e centinaia di essenze diverse che ci sono intorno a noi, può diventare l’occasione per una profonda esperienza meditativa.

Possiamo scoprire anche le innumerevoli forme di vita animale: i piccoli insetti, dalle farfalle agli scarabei, dalle formiche alle mosche, dalle libellule ai grilli che popolano un prato. Ci siamo mai soffermati ad ammirarli, con gli occhi con cui da bambini scoprivamo il mondo e le sue meraviglie? Se ci permettiamo di abbandonarci con animo semplice a queste scoperte, poco per volta potremo recuperare un po’ di leggerezza. E ci renderemo conto, forse, che anche se nella nostra vita abituale temiamo di sporcarci o di bagnarci, e abbiamo paura delle sensazioni sgradevoli che potrebbero emergere dall’immersione nella natura, questo contatto diretto è molto più ricco di quanto potremmo immaginare. E vale una maglietta o un paio di jeans macchiati…

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di bioenergetica e formatrice

I falsi pregi dello zucchero di canna

postato da Nicoletta Carbone il 25.07.2013
25

“Io uso solo zucchero di canna”. E’ ciò che – non senza una certa dose di autocompiacimento – dicono in tanti, convinti che il derivato della canna da zucchero sia più salutare rispetto al comune zucchero bianco da cucina, estratto dalla barbabietola.

Non è così: zucchero di canna e zucchero di barbabietola sono del tutto identici, anche sotto il profilo chimico. In entrambi i casi si tratta di saccarosio, un carboidrato costituito da una molecola di fruttosio e una di glucosio. E zucchero di canna e di barbabietola hanno dunque anche le stesse calorie e uguale indice glicemico.

Qualcuno si consolerà pensando che lo zucchero di canna nelle bustine al bar o in vendita al supermercato almeno è un alimento integrale, più ricco di micronutrienti. Ma persino questa è una falsa credenza: in commercio normalmente si trova infatti zucchero di canna raffinato con metodi analoghi a quelli utilizzati per lo zucchero bianco. Il suo colore ambrato si deve a residui della lavorazione, quando non a coloranti aggiunti appositamente per fare in modo che lo zucchero appaia “grezzo”.

Se anche poi vi imbatteste nel più raro zucchero di canna integrale (riconoscibile per i granelli bruni, diversi come forma e dimensioni e che tendono ad attaccarsi tra loro), avreste sì uno zucchero contenente vitamine e minerali – a differenza dello zucchero bianco e di quello di canna raffinato, che ne sono privi -, ma in percentuali così irrisorie che dovreste mangiare addirittura chili di zucchero per assumere quantitativi minimamente significativi di queste sostanze. Ovviamente, con danni per la salute e la linea di gran lunga superiori ai benefici.

Che fare, allora? Godiamoci pure una fetta di torta o un gelato una volta alla settimana, senza badare al colore o alla provenienza dello zucchero che contengono, ma rinunciamo del tutto a dolcificare quotidianamente caffè, tè e altre bevande, con qualunque tipo di zucchero. E men che meno con i dolcificanti artificiali (aspartame, sucralosio, saccarina, acesulfame K ecc.). Questa, come si dice, è però un’altra storia…

A cura del dr. Luca Avoledo, naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale

Psicologia in costume da bagno

postato da Nicoletta Carbone il 24.07.2013
24

Un uomo e una donna, entrambi in costume da bagno, passeggiano sulla riva del mare, ciascuno per suo conto, andandosi inconsapevolmente incontro, poiché provengono uno da destra e una da sinistra. Sembrano abbastanza giù di corda: un po’ tristi, un po’ sconsolati, un po’ ingobbiti forse dalle preoccupazioni o dai pensieri. Improvvisamente si notano, incrociandosi gli sguardi: cambia di botto la loro postura. Lui spalle erette e mascella volitiva, lei sinuosa e coi seni scattantemente rivolti verso il cielo azzurro. Un abbozzo di sorriso morbido appena accennato lascia scivolare un veloce senso di approvazione reciproca. Passato il breve momento di sguardo improvviso, riprendono la propria passeggiata, nuovamente incuranti l’uno dell’altra, rapidamente riavvolti dai propri umori antracite. Questa scena, abbastanza frequente sulle spiagge, è stata studiata tempo fa da Allan Pease, esperto di comunicazione nonverbale, nel suo classico libro Leggere il linguaggio del corpo (Mondadori), per spiegare alcune delle modificazioni che si svolgono per motivi psicologici nel nostro corpo quando siamo in costume da bagno. Altre situazioni analoghe di rapporto col corpo e con gli altri sono raccontate nei miei Psicoterapia dell’amore e del sesso (Franco Angeli) e Le donne dalla A alla Z (Franco Angeli). Ma oltre queste modalità tipiche, abbastanza neutre e nel complesso gradevoli malgrado tutto, per certe persone è invece letteralmente drammatico stare semivestiti in pubblico, sono terrorizzate dalla radio, dalla tv e dai giornali quando si parla di: “Hai fatto la prova costume? Peccato!”, oppure: “Hai le maniglie dell’amore, quindi l’amore non lo troverai mai!”, e altre frasi del genere, che non sono proprio così, ma che loro reinterpretano in questo modo. Incluse le martellanti pubblicità sulle diete che i “sensibili al giudizio sul corpo” pensano di non riuscire mai a seguire fino in fondo, vita natural durante. Per difendersi, secondo loro, alcune persone escogitano più o meno raffinati sistemi auto-torturanti per mimetizzarsi o nascondersi (dall’indossare la muta subacquea anche per il bagno in 50 cm. di acqua, all’essere sempre fasciate di improbabili e coloratissimi parei messi su nelle fogge più strane, al mettersi-e-togliersi magliette e gonnellone continuamente), e altre persone rinunciano tout court al pur amato mare, fingendo di preferire il lago, la montagna o le capitali europee come refugium peccatorum. In questo quadro sconsolato, che cosa possono insegnarci la psicologia e la psicoterapia cognitiva, che possa farci sentire meglio ed aiutare i preoccupati del corpo a muoversi liberamente anche in costume da bagno?

1.      I mass media tendono ad enfatizzare troppo alcune questioni, per motivi di audience o di budget. Possiamo ricordarcene quando siamo esposti a queste comunicazioni e ridimensionare la nostra preoccupazione;

2.      Possiamo ricordare anche che potrebbe essere utile imparare a fregarcene del giudizio sociale sul nostro corpo. Anche se magari per gli altri andiamo benissimo, è il nostro giudizio quello severo e impietoso. Ma il nostro giudizio possiamo decidere di modificarlo;

3.      A questo punto possiamo anche decidere, già che ci siamo,  di trattarci meglio, in modo più gentile verso noi stessi, utilizzando con il nostro corpo, e con i nostri inevitabili difetti, gli stessi criteri affettuosi che useremmo parlando del loro corpo con un’amica o con un amico;

4.      Siamo sempre le stesse persone, vestite o svestite, e qualcuno che giudicasse un libro solo dalla copertina potrebbe essere piuttosto stupido, o comunque tale da non meritare attenzione per le sue opinioni superficiali;

5.      Tuttavia, possiamo sempre migliorare: se anche da questo può derivare la decisione di prenderci più cura di noi stessi, si avvererà di nuovo la dolce conclusione manzoniana secondo cui: “Da un male può nascere un bene”.

Disciplina interiore compassionevole, quindi: ecco quel che ci può servire. Mettiamoci allora in costume da bagno autorizzandoci ad essere noi stessi, senza indulgere ad eccessive preoccupazioni, legittimando la vergogna per le imperfezioni, ma ridimensionandola subito, senza impedirci un lieto rapporto corporeo con il sole, il mare, la natura e anche con tutti gli altri umani di mente aperta che non sono crudelmente giudicanti. Degli altri, alleniamoci a non tener conto!

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivista e comportamentale, presidente AIPCOS, Napoli, Twitter @FrancescAquilar

Un po’ di verde in casa nostra

postato da Nicoletta Carbone il 23.07.2013
23

Se avere un animale in casa, è noto, può rappresentare un enorme beneficio per la nostra salute mentale e fisica, coltivare uno spazio verde in casa, anche solo una piantina, può costituire l’occasione per un contatto quotidiano con qualcosa che ci impegni a curarlo e a mantenerlo in salute. Per chi vive in città, infatti, è importante ovviare allo stress introducendo nella propria esistenza almeno un po’ di verde che favorisca un contatto sia pur minimo con la natura.

Un suggerimento, a proposito di verde casalingo, è quello di concedersi il piacere di “generare” delle piantine. Un sistema efficace può essere quello di utilizzare piante ornamentali abbastanza resistenti, che richiedano poche e semplici cure. Il Potus (la specie più diffusa è Scindapsus aureum), per esempio, è una pianta rampicante, sempreverde, originaria dell’Asia sudorientale, di cui esistono molte varietà; caratterizzata da foglie lucenti e molto decorative, in natura raggiunge altezze notevoli ma in appartamento rimane di dimensioni contenute. Dato che si sviluppa facilmente ovunque, basta tenerla in un posto luminoso, a temperatura adeguata, e bagnarla ogni tanto.

La sua crescita veloce consente di farne delle talee, tagliando i rametti a circa 10-15 cm, che possono essere utilizzate semplicemente mettendole in vasetti di vetro con dell’acqua (avendo cura di rabboccarla quando evapora): si possono utilizzare i vasetti della marmellata o delle conserve, alti 15-20 centimetri e larghi una decina. Le talee svilupperanno presto delle radichette, e si possono avere in breve tempo tanti “figli” dalla nostra piantina originaria, da tenere in acqua senza nemmeno doverli trapiantare, creando così, anche se non abbiamo il “pollice verde”, piacevoli angoli di verde in tutta la casa.

Dato che il Potus è un rampicante, i vasetti si possono posizionare su scaffali e ripiani, creando anche delle decorative “cascate” di verde nei vari ambienti
Per chi vuole, ovviamente, è possibile anche trapiantare di nuovo i Potus quando hanno belle radici lunghe, e farli rivivere in terra. L’importante è ricordare di mantenere le piante con la giusta umidità… e quando cominceranno ad allungarsi di nuovo, saranno pronte per fare altre talee!

A cura di Alessandra Callegari, Counselor, esperta di bioenergetica e formatrice

Come faccio a “tagliare” il Cv?

postato da Nicoletta Carbone il 16.07.2013
16

Ci sono persone che prima di mettersi o rimettersi sul mercato si sono impegnate nello scrivere un cv prendendo spunto da esempi, indicazioni, manuali, libri, insomma una serie di dati – peraltro sovrabbondanti e a volte generici – che sono ormai disponibili anche su questo argomento.

Hanno prodotto un documento ben scritto, molto fitto, di due pagine!

Che problema c’è?

Il problema è che le due pagine derivano da font , interlinee, margini ridotti al minimo.

Purtroppo chi analizza un cv è ancora molto spesso una persona in carne ed ossa.

In quest’ottica, l’umano – anche se professionale e professionista – è impattato da un documento che grida: Come sono pensante! Ci vorranno 10 minuti di concentrazione per leggermi! Dovrò essere riletto almeno due volte per capirci qualcosa…

Questo non ci fa gioco. Dobbiamo quindi “tagliare”.

Tagliare il cv a volte, per alcuni, è come tagliarsi un braccio.

Meglio che convincersi che ciò è bene, o almeno opportuno, mettiamola in questi termini: se ho fatto tanto e ho tanto da raccontare probabilmente sono ormai un manager. Una delle doti del manager è saper comunicare, andare al sodo, andare “al punto” per l’interlocutore. Da ciò ne deriva che l’esercizio della sintesi è in sé una caratteristica di noi che parla di noi!

Messa così un consiglio che mi sento di proporre è questo: teniamo da parte in nostro cv di dettaglio e produciamone un altro come se fosse l’executive summary del precedente: stessa struttura in termini di voci, ma meno righe, meno dettagli, magari meno ruoli, meno aziende, meno risultati. Insomma una selezione.

La selezione poi – oltre a essere materia di dimostrazione di competenza manageriale – può essere vista come personalizzazione o customizzazione del cv a seconda dell’obiettivo o a seconda dell’interlocutore (che nella gran parte dei casi convergono!).

Cosa intendo per tagliare un’azienda per cui ho lavorato? Se ho lavorato in un’azienda 6 mesi in una vita lavorativa di 20 anni, lo spiegare perché sono entrato e poi uscito non è conveniente né qui, nè poi nel colloquio di selezione. Omettiamo l’informazione.

Cosa intendo per tagliare un ruolo? il cv non è il libretto di lavoro di una volta (per altro ormai superato), non è quindi necessario essere didascalici nell’elencazione dei ruoli ricoperti, magari diversi, sovrapposti, ripetutisi in una lunga seri di anni presso una stessa azienda. Ai fini della comunicazione al mercato di quanto so fare in termini di compiti e responsabilità si può sintetizzare.

Cosa intendo per saltare delle realizzazioni, cioè risultati, progetti, ecc.? Ho fatto tanto: scelgo solo alcuni esempi, magari pensando che possano essere di interesse per l’interlocutore perché rappresentativi delle tematiche calde del mercato in cui ci stiamo muovendo o della funzione di cui sono un esperto.

Con questi pochi suggerimenti, peraltro semplici ma non banali da attuare, il nostro cv sarà veramente accattivante e quindi … DA LEGGERE!

A cura di: Ing. Cristina Gianotti – Business Coach – Specialista in mercato del lavoro www.cristinagianotti.it – Cristina.gianotti@tiscali.it

Girare come un Derviscio

postato da Nicoletta Carbone il 15.07.2013
15

Mi sono sempre chiesto come facciano i Dervisci Rotanti a girare su se stessi per così tanto tempo senza perdere l’equilibrio e senza star male. Ma la vera domanda è, come fanno a fermarsi all’improvviso senza nemmeno un tremolio?
Alla seconda domanda non ho trovato risposta. Alla prima forse sì. Beh, più che una risposta un’idea, o più probabilmente, un’illusione di risposta. Per oggi mi basta.

Oggi ho fatto un’esperienza simile. Non oggi mentre tu leggi, ma oggi mentre io scrivo.
Stamattina ho fatto una meditazione ispirata alla filosofia Sufi. Si inizia con dei movimenti ritmati per un po’ e poi giri su te stesso al suono di una musica stupenda. Proprio come i Dervisci.
Una mano alzata al cielo, per me era la sinistra, a “prendere” energia. L’altra verso il basso a “scaricare” a terra. Ti dicono di girare alla velocità che ritieni opportuna. Se ti viene mal di mare, o se perdi l’equilibrio, rallenti o ti fermi mettendoti a gattoni.

“Durerò due o tre minuti”, mi sono detto.
Dopo la prima fase arriva il momento di girare. Se ce la fai per dieci minuti. Si vabbè, se ce la fai. Io inizio…
Mi viene subito da girare velocemente, è la musica che con il suo ritmo ipnotico mi trascina. Mi butto, visto che starò in piedi due minuti, tanto vale che siano intensi!
E invece…
Mi accorgo che se mi focalizzo sulla mia mano, giro senza perdere l’equilibrio. Appena, con la vista periferica o con lo sguardo, vedo quello che mi gira attorno (anche se sono io a girare), perdo l’equilibrio.
Ho capito, il trucco è focalizzarsi sulla mano. Ora che ci penso, ce lo hanno anche detto.

Una piccola forza centrifuga tende ad allontanarmi il palmo che lascio andare… Noto che più si allontana dal mio viso, più è facile rimanere in equilibrio.
Mi perdo nel processo…
Giro per dieci minuti come un cestello della lavatrice quando centrifuga. Sono completamente in trance. Guardo la mia mano ma vedo altro… E’ una bellissima esperienza!
La musica cambia. È ora di rallentare, fermarsi e sdraiarsi a pancia in giù. Loro dicono per connettersi alla terra, forse è solo per non farci cadere, vomitare o chissà cosa.

A pancia in giù sento il mio respiro affannato. Ci ho dato dentro.  Inizio a ridere, non so perché, sarà l’ebbrezza dell’iperventilazione…
Nel frattempo penso. Questa è una metafora per me!
Nella vita bisogna guardare la mano.
Cioè focalizzati sui tuoi obiettivi, su quello che conta per te, invece di lasciarti distrarre da quello che gira intorno. Se guardi fuori ti girerà la testa, cadrai, starai male…
Se allontani la mano, è meglio.

Questo potrebbe voler dire tante cose.
•        che è meglio porre obiettivi lontani, a lungo termine. Obiettivi di strategia direbbero in azienda.
•        oppure che è meglio porre obiettivi che sono al di fuori dal tuo baricentro, che sono fuori dalla tua zona di comfort (così riesci a girare più velocemente divertendoti.
•        forse che devono essere fuori di te. Cioè per qualcosa più grande di te. Fuori da te, dai tuoi interessi, dal tuo ego.
•        o ancora che devi distaccarti dalle cose (in PNL diremmo “prendere distanza”), per esserne meno influenzato e quindi avere più equilibrio…
Non so quale sia il vero significato, forse tutti o forse nessuno, decidi tu.
A me è piaciuto. Mi sono divertito, e ho provato nel corpo qualcosa che nella mente sapevo. Certo, quando la mente e il corpo si uniscono è tutta un’altra cosa.
Per dovere di cronaca, non mi sono fermato all’istante. Non ci ho nemmeno provato. E fortunatamente ci siamo tutti sdraiati sulla pancia. Sarei caduto,  “ubriaco” come ero. Mi dicono che è normale per chi prova la prima volta.
Anche in questo caso un po’ come nella vita. Bello, no?

A cura di Claudio Belotti, Coach

Schiena: Bandiere gialle, attenzione

postato da Nicoletta Carbone il 12.07.2013
12

L’episodio occasionale del mal di schiena è un evento generalmente benigno che si risolve in un ragionevole lasso di tempo e senza bisogno di trattamenti complessi. Le indicazione più recenti che arrivano degli studi scientifici internazionali e su cui c’è una concordanza pressoché generale è di cercare di mantenere un’attività quotidiana il più possibile, cercando di non lasciarsi condizionare eccessivamente. Inoltre, di non preoccuparsi eccessivamente, almeno fino a tre mesi dopo l’episodio. Ma allora, cosa succede quando il mal di schiena non è ancora passato dopo novanta giorni ?

Il mal di schiena occasionale può essere interpretato come il raffreddore; quasi nessuno ne scampa, non sono disponibili farmaci efficaci, se non per ridurre parzialmente i sintomi e guarisce da solo.
Il reale, grosso problema che, nei casi più gravi, trasforma il mal di schiena in una vera e propria patologia è la sua cronicizzazione.
Certezze legate a questo meccanismo non sono stare ancora definite, però è abbastanza chiaro che questa condizione comincia a manifestarsi, generalmente, in un periodo che va dai tre ai sei mesi dopo la comparsa del dolore.

Gli esperti sono riusciti a identificare una serie di fattori di rischio, cioè un insieme di condizioni che sembrano favorire questa sgradevole evoluzione. La cosa interessante è che non tutti questi fattori sono legati alle caratteristiche del dolore (intensità, frequenza, ecc.) ma anche ad altri aspetti apparentemente non correlati, come, ad esempio, la vita lavorativa, l’ambiente familiare o la maniera con cui si affronta il problema.

Gli studiosi le hanno battezzate “bandiere gialle”, sottolineando l’importanza di essere capaci di accorgersi della loro esistenza. L’identificazione precoce è importante perché rappresenta uno stimolo per cercare di correre ai ripari.
Il questionario che trovate può essere utile a capire la condizione in cui ci troviamo. Se siamo gli sfortunati detentori di un mal di schiena presente da più di tre mesi e la somma delle nostre risposte è maggiore di 70 punti è opportuno parlarne con un esperto per ridurre il pericolo che un semplice episodio di mal di schiena possa trasformarsi in un sintomo che tenderà a non lasciarci più.

Indicare da 0 a 10 il valore della sua risposta rispetto alle due affermazioni ai lati della scala

1. Il livello di dolore medio nell’ultima settimana
Nessun dolore     0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10  Peggior dolore immaginabile
2. Sente dolore o formicolio o debolezza o intorpidimento ad una gamba
Mai       0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10              Tutto il tempo
3. Come considera la sua salute genere
Eccellente        0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10               Cattiva
4. Cosa pensa se dovesse passare il resto della sua vita in queste condizioni
Va bene        0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10               Terribile
5. Quanto ansioso (teso, irritabile, spaventato, ecc.) è stato nell’ultima settimana
Per niente    0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10               Estremamente
6. Quanto è riuscito a controllare o ridurre il suo dolore nel corso dell’ultima settimana
Sono riuscito     0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10    Non sono riuscito
7. Quanto si è sentito depresso (pessimista, scoraggiato, ecc.) nell’ultima settimana?
Per niente          0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10              Molto
8. Quanto è certo di riuscire a svolgere regolarmente il suo lavoro o le sue attività quotidiane nei prossimi sei mesi?
Assolutamente certo  0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10     Per niente certo
9. Posso camminare per un’ora
Posso farlo nonostante il dolore   0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10    Non posso farlo
10. Riesco a dormire di notte
Posso farlo nonostante il dolore   0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10    Non riesco
11. Un aumento del dolore indica che devo smettere quello che sto facendo fino a che il dolore diminuisce
Assolutamente no    0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10    Assolutamente si
12. Il movimento può peggiorare il mio dolore
Credo proprio di no     0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10 Credo proprio di si
13. Non posso svolgere le mie normali attività, compreso il lavoro, con il mio attuale dolore
Assolutamente no         0   1   2   3   4   5   6   7   8   9   10          Assolutamente si

A cura del Dott. Michele Romano, fisioterapista e direttore tecnico di Isico

Protezione solare per bambino dai 7 ai 13 anni

postato da Nicoletta Carbone il 11.07.2013
11

PRIMA: Alimentazione ricca di carote crude, pomodori, olio di oliva, meloni, albicocche. Portare i bimbi al parco, ai giardini pubblici e farli stare all’aria aperta, per iniziare a fare abituare la pelle alla luce e ai primi raggi.
Iniziare a prendere un latte solare viso/corpo a protezione medio-alta, a base di filtri minerali naturali e privo di filtri chimici, waterproof (cioè resistente all’acqua), più uno stick  a schermo solare totale, per il naso e le guance, magari colorato, e un doposole in gel, lenitivo e rinfrescante, che andranno poi utilizzati durante e dopo le esposizioni solari.
A questa età è opportuno semplificare al massimo le precauzioni solari, per aiutare i bimbi a imparare da soli il da farsi: spesso infatti vanno in vacanza con la scuola, o con gruppi sportivi, e non c’è sempre la mamma o la nonna a proteggerli  e a dare le giuste avvertenze.
Per cui un unico solare, (in spray è più semplice!), a prova d’acqua e a protezione medio alta per viso e corpo, uno stick che si metteranno spesso da soli sul naso e sulle labbra, un doposole semplice da spalmare sul corpo come un gel, che rinfresca e si assorbe subito.

DURANTE:
Ricordare che più solare mettono, e più frequentemente lo mettono, più saranno protetti. Per cui doverosamente la mattina prima di andare al sole, su tutto il corpo. Al sole, lo riapplicheranno dopo ogni nuotata. E lo stick a schermo totale va tenuto sempre a portata di mano.
Meglio stare all’ombra dalle 12 alle 16 circa – altrimenti, solare e cappello! Il segreto per non avere mai danni solari, è evitare tassativamente scottature solari da ragazzini, e evitare il sole allo zenith: un uovo di colombo, che ancora oggi, nel 21 secolo, rimane il consiglio più valido per affrontare al meglio il sole. Specie da ragazzini. Le scottature solari in età infantile, specie se reiterate, predispongono ai peggiori danni solari in età adulta, come precancerosi cutanee ed epiteliomi…

A cura della Dott.ssa Riccarda Serri, Specialista in Dermatologia

  • Un esperto per amico




    Attilio Speciani


    Specialista in Allergologia e immunologia clinica

     

    www.eurosalus.com





    Prof. Alberto Luini


    Direttore della divisione di senologia dello IEO






    Tetsugen Serra


    Maestro Zen - Fondatore della Mindfulzen: la Via di Consapevolezza

     

    www.mindfulzen.it

     

    www.monasterozen.it





    Prof. Antonino Di Pietro


    Direttore del Servizio di Dermatologia dell'Ospedale di Inzago (MI)

     

    www.antoninodipietro.it





    Dott. Francesco Aquilar


    Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivista e Comportamentale

     

    www.aipcos.org





    Claudio Belotti


    Coach

     

    www.claudiobelotti.it





    Luigi Sutera


    Consulente d'immagine






    Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D.


    Presidente Assomensana

     

    www.assomensana.it





    Alessandra Rigoni


    Medico Chirurgo specialista in odontoiatria e ortodonzia a Milano






    Dott. Luca Avoledo


    Naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale.

     

    www.lucaavoledo.it

     

    www.studiodinaturopatia.it





    Dott. Fabio Rinaldi


    Specialista in dermatologia e venerologia, Presidente della Fondazione IHRF in Milano.

     

    www.studiorinaldi.com





    Prof. Alessandro Nanussi


    Responsabile del Centro di Gnato-posturologia e dolore cranio-faciale, Osp. S. Gerardo, Clinica Universitaria della Milano-Bicocca. Past president della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport.

     

    www.studiodentisticonanussicoraini.it





    Prof. Marco Temporin


    Medico Chirurgo. Specialista in Igiene e Medicina Preventiva.

     

    www.marcotemporin.it





    Daniele Belloni


    Insegnante di yoga, scrittore e giornalista

     

    www.spazioshanti.org





    Mauro Castiglioni


    Farmacista Cosmetologo esperto in preparazioni Galeniche. Consigliere all'Ordine dei Farmacisti di Milano. Consigliere Nazionale SI.F.A.P. (Società Italiana Farmacista Preparatori






    Andrea Fratter


    Ricercatore, Cosmetologo ed esperto di Nutraceutica
    Docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica, SIME di Roma e presso il Corso di Perfezionamento in Farmacia e Farmacologia Cliniche dell’Università di Padova






    Dott.ssa Adele Sparavigna


    Dermatologa a Milano e Monza
    Direttore ricerche cliniche Istituto Derming

     

    www.adelesparavigna.it





    Raffaella Cicogna


    Body&Mind Coach

     

    www.raffaellacicogna.com





    Carlo Cazzaniga


    Artigiano - Artista

     

    https://cutcarlocazzaniga.net/
    artigianeide.wordpress.com





    Ines Seletti


    Presidente Ass. Adas Fidas Parma - Consigliera Ass. Fidas Nazionale con delega alla comunicazione e alle nuove tecnologie - Consigliera Ass. Futura Parma

     

    www.fidas.it

     

    www.adasfidasparma.it


  • Tag Cloud