Ansia

postato da Nicoletta Carbone il 05.07.2017
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L’ansia è una reazione di allarme, di preoccupazione e soprattutto di paura, il cui oggetto non è sempre chiaro nemmeno alla persona stessa che la sperimenta. E’ costituita da uno stato di incertezza rispetto a qualcosa di più o meno vagamente terribile e terrorizzante, che potrebbe accadere. Comporta una preoccupazione allarmata semipermanente, che in alcuni casi dura per quasi tutto il tempo di cui la persona dispone. Quando l’oggetto dell’ansia è chiaro, generalmente si denomina come fobia: di camminare da soli per strada, dell’autostrada e delle tangenziali, dei luoghi chiusi come l’ascensore, dello sporco, della contaminazione, delle malattie, di viaggiare in aereo, e così via. Oppure fobie degli esami, paura eccessiva dell’esposizione in pubblico, terrore del giudizio. Quando invece l’oggetto dell’ansia non è evidente, lo stato di incertezza allarmata prende il sopravvento senza che la persona possa mettere in atto nemmeno le strategie di evitamento che in genere chi soffre di fobie predilige: evito di uscire di casa da solo, evito l’ascensore e salgo a piedi, evito i luoghi affollati, disinfetto l’ambiente in cui mi trovo, non mi presento agli esami, e in questo modo ho la sensazione di mettermi in salvo, ma al caro prezzo di diminuire enormemente la mia libertà e il mio sviluppo personale. Spesso l’ansia è collegata ad emozioni che la persona non riesce a riconoscere, né ad esprimere adeguatamente, né a modulare. Queste emozioni possono riguardare problemi della vita attuale (o talvolta passata, come episodi traumatici non elaborati) della persona, rispetto ai quali l’individuo ansioso non sente di avere le strategie di fronteggiamento necessarie, e si percepisce come in una prigione dalla quale non sa, non può e talvolta addirittura non vuole uscire, perché l’ignoto può apparirgli addirittura più spaventoso della sua situazione attuale. Quando l’ansia è troppo forte e quando sono presenti delle fobie o dei veri e propri attacchi di panico può essere utile fronteggiarli facendosi aiutare dallo psicoterapeuta e dallo psichiatra, perché in genere non è questione di volontà o di eccesso di stress e non bisogna pensare di essere inadeguati se si ricorre all’aiuto degli specialisti: non ci si deve vergognare per questo. Infatti, oltre le caratteristiche psicobiologiche di ognuno di noi, che sono innate, possono essere stati sperimentati nella vita delle persone ansiose numerosi episodi dolorosi e traumatici che possono aver “starato” il sistema di paura e di allarme che la natura ha posto dentro di noi per consentirci di affrontare meglio le situazioni difficili ed impreviste che possono accadere. L’ansia di per sé è una buona caratteristica che serve a noi umani per affrontare meglio il futuro. Ma quando diventa troppa non dobbiamo aver paura di chiedere aiuto per comprenderla e ridimensionarla, perché possiamo risolverla. Torneremo su questo tema, con alcuni “suggerimenti ansiolitici” di psicoterapia cognitivo-comportamentale in pratica nel prossimo post.

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale a Napoli, docente di psicoterapia cognitiva a Roma. L’ultimo suo libro è “Condividere i ricordi. Psicoterapia cognitiva e funzioni della memoria” (con Maria Pia Pugliese), Edizioni FrancoAngeli.

“I Nutraceutici esistono davvero? Scopriamo cosa sono … ”

postato da Nicoletta Carbone il 23.11.2016
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Cosa sono davvero i Nutraceutici?

  1. Il termine Nutraceutico è un neologismo coniato con grande intuizione dal Dr. De Felice, medico americano, negli anni 80 del secolo scorso. Con questo termine si intendono prodotti che fondono insieme le caratteristiche di un alimento, contraddistinto dal suffisso –nutra e quelle di un vero e proprio farmaco indicato dal suffisso –ceutico. In altre parole, questi prodotti, dovrebbero favorire il ripristino di funzioni fisiologiche alterate, migliorare lo stato generale di salute e regolare le funzioni immunitarie e di funzionamento di organi e tessuti, con la sicurezza di un alimento e senza effetti avversi tipici dei farmaci. Al netto di questa affascinante definizione e del termine particolarmente evocativo e accattivante, i prodotti nutraceutici non esistono da un punto di vista normativo e di classificazione internazionale: essi sono annoverati nella categoria degli integratori alimentari. Di fatto, quindi, non si può parlare di Nutraceutici come categoria di integratori speciali, più efficaci e con formulazioni più avanzate. Quantomeno non da un punto di vista normativo. Certamente esistono sul mercato prodotti nutraceutici in grado di migliorare in modo sensibile la nostra salute e proprio in ragione di una più sofisticata tecnologia di veicolazione dei principi attivi, possiamo a buon diritto chiamarli Nutraceutici, ma rimangono integratori alimentari.

Facciamo qualche esempio:

  1. Tutti conosciamo la Melatonina, una piccola sostanza derivata da un aminoacido e secreta dalla ghiandola pineale del nostro cervello per favorire il sonno nelle ore notturne. Molti di noi l’hanno assunta almeno una volta nella vita in situazioni di jat lag, difficoltà di addormentamento o situazioni simili. Ma gli integratori di Melatonina sono tutti uguali a parità di dosaggio? La risposta è no. Come tutte le sostanze che assumiamo sotto forma di compresse, capsule o granulati da sciogliere infatti, la Melatonina dev’essere assorbita dall’intestino e riversata in circolo per raggiungere il cervello ed agire. Tale percorso complesso e irto di ostacoli, rende molto lento e complicato il viaggio che la Melatonina deve compiere per giungere a destinazione. Esistono oggi sul mercato delle speciali forme liquide di Melatonina, chiamate nanoemulsioni, da spruzzare sotto la lingua, in grado di evitare il lungo passaggio entero-epatico della sostanza e di far arrivare la Melatonina nel cervello molto più rapidamente ed efficacemente. Basta uno spruzzo sotto la lingua e in pochi istanti il sonno ci coglierà!
  2. Sostanze come la Berberina e la Curcumina, di cui si parla molto, hanno dimostrato efficacia clinica inequivocabile nel controllare rispettivamente l’iperglicemia, la tolleranza al glucosio e l’infiammazione a carico di articolazioni e intestino. Queste sostanze, tuttavia, derivate dal mondo vegetale, vengono poco e mal assorbite dall’intestino risultando spesso poco efficaci o assolutamente inefficaci. Esistono oggi sul mercato tecnologie in grado di aumentare in modo considerevole l’assorbimento enterico di queste sostanze favorendone una più completa e rapida efficacia. Tali forme tecnologiche sono compresse intelligenti, capaci di “dialogare” con la fisiologia del nostro intestino e aumentarne la capacità di veicolazione. In questi casi il termine Nutraceutico è davvero centrato.

A cura di Andrea Fratter

Ricercatore, Cosmetologo ed esperto di Nutraceutica

Docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica, SIME di Roma e presso il Corso di Perfezionamento in Farmacia e Farmacologia Cliniche dell’Università di Padova.

Smartphone: istruzioni per l’uso

postato da Nicoletta Carbone il 17.10.2016
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La scorsa primavera, appresi dalle pagine di Wired che nel New Jersey vi fosse il proposito di multare i pedoni sorpresi a camminare con lo sguardo chino sugli smarphone. Cinquanta dollari alla prima contravvenzione, fino a quindici giorni di cella per i più recalcitranti. La motivazione dei legislatori è suggerita da un forte aumento di incidenti mortali a danno dei pedoni. Il fenomeno non è certo circoscritto al solo New Jersey, basti pensare che in tutti gli U.S.A. sono stati due milioni i pedoni rimasti feriti in tutto il 2010 a cause attribuibili al fenomeno. Triplicando così un dato risalente al 2004, anno nel quale i device di nuova generazione non avevano ancora fatto il loro ingresso sul mercato.  Li chiamano digital zombies. Immersi nei loro schermi, distratti dal cicalio delle ricezioni e intenti a pubblicare un’immagine, affrontano con ingenuo candore attraversamenti e incroci come fossero soli al mondo. O meglio, come se nulla potesse essere procastinato.
In Giappone, per lo stesso fenomeno, qualche studio di progettazione urbanistica ha già presentato proposte per corsie dedicate a pedoni affetti da smartphone dipendenza, che si andrebbero ad affiancare alle piste ciclabili già in essere.
Qui da noi, nessuno ha ancora coniato un vezzeggiativo (ci basta prendere in prestito ciò che proviene dal mondo anglosassone) e nessuna commissione urbanistica ne ha voluto farsene carico. Tuttavia il fenomeno è ormai tangibile.  L’uso massiccio dei social, sempre e ovunque, fa dell’utente un pedone indisciplinato e distratto. Per rendersene conto, è sufficiente girare per le strade nel ruolo di autista o peggio ancora in moto, dove gli spazi di frenata diventano assai più rischiosi.
Stupidi o geniali non sono gli stumenti, bensì il loro uso.  E me ne rendo conto quando, leggendo un ulteriore racconto sulla carta stampata, si fa riferimento a un tal Alessandro Bordini, 31 anni, non vedente in seguito ad un grave incidente.  Alessandro s’è inventato un viaggio intorno al mondo per dimostrare che la solidarietà fra gli uomini è garanzia di indipendenza e mobilità. Tra il 2013 e il 2015 è andato dall’America del Nord alla Nuova Zelanda, dalla Russia alla terra del Fuoco affidandosi all’ I-Phone che, grazie ad un softwere integrato per nonvedenti, gli ha permesso di accedere ad internet, usare i social network.
Più lungimirante un ragazzo senza vista di tanti zombie senza testa.
Carlo Cazzaniga  –  Artigiano Artista

I prodotti cosmetici antiage

postato da Nicoletta Carbone il 14.10.2016
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Esistono davvero le creme antiage?

1. Le così dette creme “antiage” sono prodotti cosmetici formulati per ridurre gli effetti del tempo sui tratti della nostra pelle, mantenendola tonica, turgida e priva di rughe. Ma cosa possono davvero fare questi prodotti per la nostra pelle?
a.      Certamente una crema, da sola, non può rigenerare un tessuto come quello cutaneo, che è costituito prevalentemente di proteine senza che tali proteine vengano assunte correttamente con la dieta. Pertanto la prima condizione per mantenere una buona tonicità cutanea è assumere una corretta quantità di proteine con la dieta ogni giorno e devono essere proteine ad alto valore biologico (quelle animali sono quelle che hanno il valore più alto). Le proteine non si possono integrare con i cosmetici, perché non superano la barriera epidermica. Ecco perché è totalmente privo di senso applicare creme al collagene o all’elastina.
b.      Spesso i prodotti antiage promettono effetti non verosimili, al limite del “miracolo biblico”, solleticando i sensi e l’immaginario con slogan croccanti e seducenti, ma bisogna ricordarsi che la pelle è un organo complesso e non bastano certo pochi grammi di un siero, per quanto efficace, per cancellare gli effetti di anni di esposizione solare senza protezione o di una scarsa assunzione di proteine e vitamine con la dieta o di abitudini voluttuarie come il fumo.
c.       I prodotti antiage, applicati quotidianamente, dovrebbero garantire le condizioni migliori perché le cellule cutanee riprendano la loro attività metabolica e per ridurre al minimo i fenomeni responsabili dell’invecchiamento precoce come la “glicazione delle proteine” e lo stress ossidativo e, non meno importante, proteggere la pelle ogni giorno dall’esposizione dei raggi solari, specie quelli UVA che innescano e accelerano l’invecchiamento precoce della pelle (verificare sempre che nel prodotto solare o antiage sia riportata in etichetta la protezione UVA oltre al generico valore dell’SPF).
d.      Le sostanze antiage con la migliore solidità scientifica di efficacia nel mantenere la vitalità e la normale struttura cutanea sono la Vitamina A, meglio nota come Retinolo, la Vitamina C meglio nota come Acido Ascorbico, la Acetilglucosamina che favorisce la rigenerazione dell’acido jaluronico e sostanze come la Nicotinamide e gli Acidi Boswellici che, rispettivamente, favoriscono il ripristino dei grassi di superficie (Ceramidi) e la protezione dell’elastina.

A cura di Andrea Fratter
Ricercatore, Cosmetologo ed esperto di Nutraceutica
Docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica, SIME di Roma e presso il Corso di Perfezionamento in Farmacia e Farmacologia Cliniche dell’Università di Padova

Un quarto d’ora per ritrovarci: manuale della speranza ed elogio del raccoglimento breve

postato da Nicoletta Carbone il 10.10.2016
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Le modificazioni rapidissime della nostra attuale società, dove tutto cambia velocemente tranne la crisi economica, rendono difficile per alcune persone sia lo stare al passo con i tempi, sia lo sviluppare emozioni di gioia (per quanto brevi), sia il rendersi conto della vita che scorre. Da un lato, molti hanno rinunciato all’idea di “controllare” la propria vita, in quanto la sensazione che hanno è di non aver controllo su nulla. Ma fin qui, poco male: nessuno controlla totalmente la propria vita e piuttosto deve imparare a navigarci dentro. Ma, in alcuni casi, il senso di smarrimento è totale. Per alcuni è diventato normale vivere in automatico: quelli che lavorano, o che sono in carriera, tendono a lavorare moltissimo per sorpassare o per scalzare chi sta loro davanti, e praticamente non si fermano mai (con grande nocumento delle loro relazioni personali e affettive). Quelli che invece non lavorano o non stralavorano, vengono sovente presi da una vita sui social che dà loro l’apparenza di un sistema di relazioni e che talvolta li mette in condizione di non accorgersi dello scorrere del tempo, con giornate scandite dai ritmi sociali senza che nemmeno se ne rendano conto. Automatismi sopra automatismi, il tempo scorre e si ha la sensazione che si corra sempre, senza andare di fatto da nessuna parte, in una frenesia senza significato.

Fermati allora, e prova a riflettere un attimo su due cose: la prima è la speranza. E’ vero che c’è il proverbio che dice che chi campa di speranza, disperato crepa, ma non è detto che il proverbio sia vero sempre e per tutti. La speranza, come costrutto psicologico, è collegata all’ottimismo, al senso di relativo controllo su se stessi e sul proprio mondo e alla motivazione per il raggiungimento delle proprie mete. Possiamo autorizzarci a riavere speranza e, se ci specifichiamo quali potrebbero essere le nostre mete davvero significative, a lavorare su noi stessi per raggiungerle (anziché farci travolgere dal lavoro esterno e/o dalla disperazione per non avere lavoro o per non avere un lavoro gratificante).

La seconda è il raccoglimento, il fermarsi per un quarto d’ora a domandarci dove stiamo andando nella nostra vita e perché, e a che cosa dedichiamo la maggior parte del nostro limitato tempo. Una pausa mentale, anche una sola volta al giorno, per fare silenzio dentro di noi, per spegnere lo smartphone, per concentrarci sul qui e ora e per ritrovare noi stessi e le decisioni che su noi stessi possiamo prendere.

Potremmo chiamarlo “il quarto d’ora per ritrovarci”: probabilmente noi stessi siamo meglio degli altri cui dedichiamo tempo. Ma anche se non siamo meglio, siamo gli unici sui quali davvero abbiamo qualche possibilità di controllo e di gestione consapevole del nostro progetto di vita.

Due libri per saperne di più:
1. C.R. Snyder, ed., Handbook of hope. Theory, measurement and applications, Academic Press, San Diego, California.
2. Francesco Aquilar, cur., Parlare d’amore. Psicologia e Psicoterapia cognitiva delle relazioni intime, Franco Angeli, Milano.

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale a Napoli, presidente dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva e Sociale AIPCOS.

Quando per partire si sceglieva l’alba o il tramonto

postato da Nicoletta Carbone il 13.09.2016
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Quando l’aria condizionata in casa era privilegio di pochi e lo era ancor più se pensata all’interno di un’automobile, le partenze venivano programmate in orari ben precisi. Più di quarant’anni fa, nel 1973, eravamo reduci da anni di crescita economica che oggi definiremmo cinese. Allora si chiamava italiana.

Un solo connazionale su quattro aveva l’automobile, rigorosamente senza poggiatesta e cintura di sicurezza. I treni estivi erano economici, affollati e chiassosi; i traghetti per la Sardegna si chiamavano «Canguro», un nome genuinamente allegro. I giovani praticavano volentieri l’autostop, il casco un ausilio solo per corridori e la stradale chiudeva un occhio se vedeva procedere una lambretta con tre persone a bordo.

Eravamo i figli di un’Italia ottimista, dotata di grande pazienza e carica di ragionevoli aspettative. Qualcosa c’è rimasto addosso, almeno la voglia di raccontarlo. Ricordo che si lasciava la città un’ora prima dell’alba. Non ho mai saputo perché. La scusa ufficiale era che, in quel modo, avremmo evitato il caldo. Ripensandoci, credo invece che la partenza nel buio fosse un modo di celebrare l’avvenimento e dargli quell’importanza che meritava. Alle dieci si partiva per una gita; alle otto, per un fine settimana. Per le vacanze estive, con papà, mamma, fratelli, provviste e plaid le quattro del mattino erano l’unica ora possibile. Provviste, sì! Perchè all’autogrill ci si fermava solo per fare benzina e non per un pranzo al self-service.

Due intere generazioni sono partite insieme a quelle ore improbabili: i nostri genitori sul sedile davanti, noi sul sedile dietro. Anteguerra e dopoguerra sullo stesso mezzo, uniti da una silenziosa eccitazione. Industrie, uffici e negozi chiudevano tutti insieme, quasi con sollievo, in una grande espirazione collettiva; le città si svuotavano; e si partiva. Si partiva prima dell’alba per poesia, per purezza, per prudenza. Senza una vera necessità.

Oggi partiamo in orari ragionevoli; guidiamo auto fresche e sicure che non forano mai; ascoltiamo autoritari navigatori satellitari e controlliamo con il telefono orari, traffico e meteo. Mettete un italiano del 2016 su un’utilitaria del 1963 e si rivolgerà alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Piazzate un adolescente di oggi su una Vespa di ieri e i genitori grideranno allarmati. Non s’allarmano, invece, per la discoteca a Ibiza, dove i pericoli sono ben maggiori di un portapacchi instabile. Degli anni Sessanta e Settanta noi ricordiamo gli odori, i sudori e i sapori: panini gommosi in viaggio, focacce oleose in spiaggia, cocco e bomboloni, l’acqua salata dopo il bagno.

Non erano tutti saggi, i nostri genitori, ma erano consapevoli dell’importanza rituale dell’estate. Non avrebbero mai permesso che crisi o questioni politiche la rovinassero. L’estate era una tregua collettiva. Poteva essere una canzone, un gioco di gruppo, un gelato confezionato.

Non è vietato passare l’estate incollati a Facebook, Twitter, WhatsApp o Ruzzle, a patto di considerare l’esperienza per quel che è: un anestetico.

Uno dei racconti più belli, nei Sillabari di Goffredo Parise, s’intitola “Grazia” . « Un giorno un uomo aveva appuntamento con una donna al caffè Florian, a Venezia, alle sette e mezzo di sera. Era l’inizio dell’estate, entrambi avevano un’età particolare, lui quaranta, lei trentacinque, in cui possono succedere molte cose nell’animo umano ma è meglio non succedano perché è tardi ed è inutile illudersi di tornare ragazzi. Tuttavia i due, forse senza saperlo, avevano molta voglia di tornare ragazzi e accettarono quel loro piccolo flirt appena incominciato come un gioco ma, sotto sotto, con una certa speranza ». Queste cose normali d’estate succedono ancora; ma facciamo fatica addirittura a desiderarle. La semplicità ci appare un ripiego, e dovrebbe essere un obiettivo. Siamo confusi perfino nei desideri: vorremmo vacanze avventurose e ben organizzate, estati spericolate ma senza pericoli, situazioni eccezionali ma al tempo stesso prevedibili.

In questa estate così turbolenta dal punto di vista sociale, politica ed economico, dovremmo imparare dai convalescenti. Poiché per loro la normalità non è noia, ma riconquista e gioia.

Carlo Cazzaniga – Artigiano Artista

Come e quando mangiate la pasta?

postato da Nicoletta Carbone il 25.07.2016
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Il Daily Lab di oggi è dedicato a chi ama la pasta. Con il dr. Luca Avoledo, naturopata consigli su come e quando mangiarla

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Tatuaggi: affermazione della personalità o modifiche autoinflitte?

postato da Nicoletta Carbone il 27.06.2016
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In merito al fenomeno dilagante dei tatuaggi,  ho letto di recente una teoria che recitava più o meno così:

“…tatuare il proprio corpo, e dunque sporcarlo, è un modo per appropriarsene strappandolo alle grinfie materne…”

Se questa interpretazione fosse corretta, potremmo dire che c’è un buon 30% di europei tra i 18 e i 30 anni che, dovendo pur trovare una ragione di conflitto con i genitori sempre più accondiscendenti, si è “buttata” sui tatuaggi come pratica espressiva. Del resto, se si osserva il fenomeno dell’espressione del corpo nell’evoluzione dell’ultimo decennio, si percepiscono alcuni dettagli che riassumono i tratti principali del cambiamento.

Nel 2008 qualcuno aveva decretato che il corpo aveva bisogno di cure ed attenzione e conseguentemente fu decontestualizzato l’esercizio ginnico a favore della palestra domestica (caso Tecnogym). Nel 2010 qualcuno dettò che la libera espressione del corpo poteva essere
asservita per veicolare un messaggio (“operazione” Lady Gaga). Nel 2012 si pensò invece che il corpo potesse diventare elemento erogante. Non più indossando un abito che ci rappresentasse, bensì “vestendosi” con il proprio corpo. Al punto che uomo e donna avrebbero potuto scambiarsi d’abito senza per questo perdere la propria identità (fenomeno coregender).

Appurato questo però, risulta curioso notare come il tatuaggio in quanto tale finisca per datare i corpi, così come un tempo facevano pandemie, guerre e non solo. La gotta è stata una malattia sociale che riporta al Settecento e all’Ottocento. La poliomelite ha segnato invece i corpi del secolo scorso. Il “bollo” del vaiolo, oggi del tutto scomparso, ha segnato le spalle di intere generazioni. Ora invece, quasi del tutto debellate le grandi malattie sociali, ci sono invece le modifiche autoinflitte: eccesso di pesi in palestra, seni e labbra gonfi in modo innaturale, depilazioni totali e permanenti, tatuaggi di massa.

Tutti lo vogliono perché è “per sempre”, nonostante il fatto che per forma e per principio, nessuno di noi creda più nel concetto oggettivo del termine. Capita allora che diventa bello sposarsi perché esiste anche il divorzio e inconsciamente tatuarsi perché “tanto”,  lo puoi sempre cancellare. Di conseguenza, come negli ultimi tre anni si sono moltiplicate le licenze di tatuatore, c’è stato un boom di una attività simbiotica e parallela: quella dei tecnici del laser pronti a “sbianchettare” le epidermidi di un crescente numero di pentiti. Pentiti che nel frattempo non si sono risparmiati nell’ammorbare di descrizioni decine di conoscenti sul senso profondo delle loro scelte,  e di dettagli sulle più intime esperienze personali.

Carlo Cazzaniga  –  Artigiano Artista

Psicologia dei ricordi problematici e riorganizzazione della memoria individuale

postato da Nicoletta Carbone il 20.06.2016
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La memoria è un fattore fondamentale della vita. Alcune persone ricordano troppo, altre troppo poco; alcune persone si sentono perseguitate da ricordi problematici che non riescono ad elaborare né a ridimensionare, altre non riescono a distinguere tra ricordi reali e immaginari. Sul piano scientifico, lo studio della memoria viene affrontato da diverse discipline, tra le quali la psicologia generale, la neurologia, la neuropsicologia e la psicoterapia. Tralasciando, in questa sede, i disturbi della memoria di origine neurologica, in numerosi casi si assiste in psicoterapia alla necessità, per numerose persone, di riattivare una memoria più completa della propria vita, di verificarne gli elementi con un esame congiunto tra terapeuta e paziente, e di ristrutturare i meccanismi di memoria dei quali ogni persona dispone, nel caso in cui fossero inefficienti o disfunzionali.

Ad esempio, alcune persone soffrono di una notevole difficoltà ad elaborare ricordi problematici di esperienze traumatiche (o vissute come tali) del passato, a volte anche per lunghissimi periodi. E in più, alcune persone pensano che essere stati sottoposti ad esperienze dolorose nel passato le abbia come “marchiate” per sempre e che, non potendo tornare indietro nel tempo, questi episodi vissuti debbano per sempre condizionare negativamente la loro vita. Può essere importante segnalare che non è così: persino le più drammatiche esperienze che una persona ha vissuto possono essere rielaborate in psicoterapia, soprattutto nelle psicoterapie cognitivo-comportamentali di ultima generazione, con risultati positivi e con una “digestione” accettabile delle esperienze traumatiche per poter aver accesso ad una vita quotidiana non più governata da questi ricordi. Il lavoro psicoterapeutico sulla memoria delle persone non si limita alla rielaborazione delle esperienze dolorose ma si estende anche, come dicevamo, alla possibilità di effettuare una narrazione della propria storia di vita più aderente alla realtà, visto che in alcuni casi gli individui possono raccontarsi una propria storia alterata da disfunzioni della memoria e da processi cognitivi disfunzionali. Ad esempio, trascurando sistematicamente il ricordo delle esperienze positive e ripetendosi continuamente in mente le scene delle esperienze negative, delle delusioni, dei tradimenti, delle inimicizie, delle ingiustizie eventualmente subite.

Per questo appare significativo segnalare che non solo la nostra memoria è una risorsa fondamentale della vita e che va riattivata, verificata e ristrutturata (se disadattiva), ma che è possibile liberare la propria memoria da fattori depressivi o comunque psicopatologici che possono rendere l’esperienza di vita più pesante di quel che potrebbe essere. Su questi temi sarà svolto a Napoli sabato 28 maggio 2016 un Seminario per Esperti con 15 relatori rilevanti che farà il punto aggiornato sulle conoscenze scientifiche sull’argomento. Ne riassumeremo le conclusioni in un prossimo post.

A cura del Dott. Francesco Aquilar, psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale a Napoli, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva e Sociale (AIPCOS).

La prova costume? Parte dalla colazione

postato da Nicoletta Carbone il 16.06.2016
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C’è ancora tempo per la temuta “prova costume”. Allora cerchiamo di approfittarne per rimediare in maniera sana alla nostra dieta. Partendo dalla prima colazione. Nicoletta Carbone ne parla con il dr. Luca Avoledo, naturopata;

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  • Un esperto per amico




    Attilio Speciani


    Specialista in Allergologia e immunologia clinica

     

    www.eurosalus.com





    Prof. Alberto Luini


    Direttore della divisione di senologia dello IEO






    Tetsugen Serra


    Maestro Zen - Fondatore della Mindfulzen: la Via di Consapevolezza

     

    www.mindfulzen.it

     

    www.monasterozen.it





    Prof. Antonino Di Pietro


    Direttore del Servizio di Dermatologia dell'Ospedale di Inzago (MI)

     

    www.antoninodipietro.it





    Dott. Francesco Aquilar


    Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivista e Comportamentale

     

    www.aipcos.org





    Claudio Belotti


    Coach

     

    www.claudiobelotti.it





    Luigi Sutera


    Consulente d'immagine






    Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D.


    Presidente Assomensana

     

    www.assomensana.it





    Alessandra Rigoni


    Medico Chirurgo specialista in odontoiatria e ortodonzia a Milano






    Dott. Luca Avoledo


    Naturopata ed esperto di ecologia del corpo, nutrizione e salute naturale.

     

    www.lucaavoledo.it

     

    www.studiodinaturopatia.it





    Dott. Fabio Rinaldi


    Specialista in dermatologia e venerologia, Presidente della Fondazione IHRF in Milano.

     

    www.studiorinaldi.com





    Prof. Alessandro Nanussi


    Responsabile del Centro di Gnato-posturologia e dolore cranio-faciale, Osp. S. Gerardo, Clinica Universitaria della Milano-Bicocca. Past president della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport.

     

    www.studiodentisticonanussicoraini.it





    Prof. Marco Temporin


    Medico Chirurgo. Specialista in Igiene e Medicina Preventiva.

     

    www.marcotemporin.it





    Daniele Belloni


    Insegnante di yoga, scrittore e giornalista

     

    www.spazioshanti.org





    Mauro Castiglioni


    Farmacista Cosmetologo esperto in preparazioni Galeniche. Consigliere all'Ordine dei Farmacisti di Milano. Consigliere Nazionale SI.F.A.P. (Società Italiana Farmacista Preparatori






    Andrea Fratter


    Ricercatore, Cosmetologo ed esperto di Nutraceutica
    Docente presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica, SIME di Roma e presso il Corso di Perfezionamento in Farmacia e Farmacologia Cliniche dell’Università di Padova






    Dott.ssa Adele Sparavigna


    Dermatologa a Milano e Monza
    Direttore ricerche cliniche Istituto Derming

     

    www.adelesparavigna.it





    Raffaella Cicogna


    Body&Mind Coach

     

    www.raffaellacicogna.com





    Carlo Cazzaniga


    Artigiano - Artista

     

    https://cutcarlocazzaniga.net/
    artigianeide.wordpress.com





    Ines Seletti


    Presidente Ass. Adas Fidas Parma - Consigliera Ass. Fidas Nazionale con delega alla comunicazione e alle nuove tecnologie - Consigliera Ass. Futura Parma

     

    www.fidas.it

     

    www.adasfidasparma.it


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